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A casa quando è buio | James Purdy
Racconti edizioni 2019

Illustrazioni: Simone Massi
Traduzione: Floriana Bossi

 di Emanuela Chiriacò

Perché far confluire i racconti di James Purdy, scritti nel corso di una lunga carriera, sottovalutati e letti da un pubblico non molto ampio, in una raccolta? Perché ci è voluto tanto tempo affinché accadesse? Perché una pubblicazione postuma? Sono le domande che si è posto il critico Vinton Rafe McCabe sul New York Journal of books, in occasione della pubblicazione di The Complete short stories of James Purdy (WW Northon & Co., 2014).

Una raccolta composta da cinquantasei racconti di cui sette inediti attinti dal suo archivio privato, con la prefazione di John Waters che la paragona a una scatola di cioccolatini avvelenati da tenere sul comodino; a favole per menti contorte che amano gustare il sapore perverso di una scrittura esilarante votata al danno morale e alla decadente bellezza.

In Italia, a fine febbraio è uscita A casa quando è buio, una selezione di dieci dei cinquantasei racconti di James Purdy (Prendi il cappello, Guarda pure senza problemi, Papà Wolf, A proposito di Jessie Mae, La lezione, Perché non possono dirti il perché, Il missionario, Mrs Benson, A casa quando è buio, Sermone) per Racconti Edizioni, con la traduzione di Floriana Bossi, la postfazione di Giordano Tedoldi e le illustrazioni di Simone Massi.

Un’operazione di valorizzazione e divulgazione dell’opera di Purdy che permette di conoscere un’umanità disperata e desolata, non necessariamente depressa, strana e spaiata nata dalla voce interiore dell’autore e alla quale lo stesso ha fornito la capacità di sopravvivere. Esseri umani malati di solitudine patologica che vivono il dolore in privato e cercano piccoli conforti mentali.

Il racconto che apre la raccolta si intitola Prendi il cappello e la protagonista Jennie, da quando suo marito Lafe è dato per disperso, trascorre le serate a bere in un locale perché con la birra il tempo passa più in fretta. Una sera di ritorno dal cinema, la sua amica Mamie la raggiunge perché vorrebbe fare una dolce chiacchierata commemorativa, tenendo la mano di Jennie tra le sue ma il discorso prende una piega inattesa e la confessione di Jennie la sconvolge, procurandole un tipo di pianto che nasce dalla delusione e dalla confusione, il lento pianto controllato delle donne che vedono inabissarsi i propri ideali.

Jennie è l’incarnazione del cinismo più sincero, del disincanto, della comprensione delle regole del gioco sociale tra uomo e donna, della lucidità di sapere quanto la vita possa opacizzare e annerire il cuore, delusione dopo illusione.

«Ma credi che Lafe abbia mai guardato le mie mani? Non guardava le mani di nessuno. Non s’interessava minimamente al fascino di una donna. A nessun uomo interessa per davvero. Gli fa soltanto venire in mente l’altra cosa, la cosa che vogliono da noi e che ottengono sempre. Soltanto in principio fanno dei complimenti sul nostro aspetto. A Lafe non interessava affatto quello che ero. Ed ero molte cose, una volta […]»

La costruzione della mitologia dello scomparso è lontana dalla mente di Purdy e con parole nette e precise intervallate da una pioggia di avverbi usa Jenny per riportare Lafe alla più cruda dimensione umana e maschile; a fare da contrappeso c’è il romanticismo assoluto di Mamie, il suo bisogno di sognare per evadere la durezza della realtà anche attraverso i film.

In Guarda pure senza problemi, Philip e Guy, si ritrovano al consueto pranzo di lavoro durante il quale l’argomento che monopolizza la conversazione è sempre Milo, un loro collega.

«Dobbiamo proprio sempre parlare di Milo a questi pranzi del mercoledì?» Philip disse a Guy.[…]

«Certo, Milo è uno dei problemi più seri in ufficio ed è abbastanza naturale, mi sembra, parlare dei problemi in ufficio ai nostri pranzi del mercoledì.»

In questo racconto si consuma la normalizzazione del disappunto, della disapprovazione umana nei confronti del collega contumace «Non è nemmeno quel suo atteggiamento verso il lavoro, ma proprio quello che ha nella vita» disse Guy.

Al culto del corpo, alla filosofia culturista che gli vale lo scherno di asceta del muscolo si aggiunge l’estraneità, la diversità perché ai loro occhi Milo non assomiglia a nessuno che conoscano. L’impossibilità di assimilarlo alla loro visione della vita lo rende dunque argomento di derisione e di una malcelata invidia estetica. Questo racconto è una storia di chiara critica alla società americana intera; se Philip e Guy criticano Milo, Purdy bilancia la vacuità del culto del corpo di uno con la pochezza delle argomentazioni della contumelia degli altri.

Il più struggente dei racconti, dal mio punto di vista, è Papà Wolf il cui sottotitolo potrebbe essere o della solitudine di un uomo nel chiuso di una cabina telefonica.

L’uomo dialoga con una voce sconosciuta all’altro capo del filo per chiedere aiuto; dal pavimento di linoleum dell’appartamento fatiscente in cui vive fuoriescono topi, la moglie e il figlio lo hanno lasciato. Una pappa di avena è il pasto economico che gli permette di sopravvivere. Tutto simboleggia il collasso familiare. La durezza della sopravvivenza senza gli affetti. La disperazione dell’emarginazione quando si perde il potere di acquisto inteso come legittimazione pura della ragione di esistere in una società votata al consumo.

Gli antenati letterari dell’umanità purdyana sono Nathaniel Hawthorne e Herman Melville come afferma lo stesso autore in un’intervista a Jon Michaud sul NewYorker.

Due calvinisti che hanno dato vita a personaggi innocenti abusati da peccatori depravati partendo dall’intuizione protestante della depravazione innata e del peccato originale che Hawthorne, meglio di chiunque altro, ha saputo raccontare.

A questo aspetto si aggiungono sicuramente l’influenza della musica jazz e dalla corrente pittorica del realismo magico che conosce grazie all’artista Gertrude Abercrombie. Purdy rimane profondamente colpito dalle storie di sacrificio e impegno di Charlie Parker, Dizzie Gillespie, Max Roach, Miles Davies, il Modern Jazz Quartet e Billie Holiday che ha modo di conoscere frequentando la casa chicagoana della stessa pittrice e da loro trae spunto per non mollare la carriera da scrittore e arricchirla di personaggi molto diversi per estrazione sociale, genere, cultura, origine e orientamento sessuale da quelli che popolano la letteratura americana dell’epoca; aspetto che gli allontana il pubblico e inimica la critica ma gli permette di ottenere l’apprezzamento di scrittori come Gore Vidal e Dame Edith Sitwell.

Con una visione lucidamente attonita del reale e una grande abilità ritmica immediata e istintiva, Purdy descrive e definisce i suoi personaggi con una frase, mostrando la capacità di saper cogliere e restituire l’essenza più profonda degli stessi, evitando qualsiasi forma di virtuosismo.

Inoltre Purdy, fiero della sua marginalità, si guarda bene dal costruire un rapporto empatico con il lettore, anzi traccia una linea di demarcazione emotiva per certi versi invalicabile e impedisce ai suoi personaggi di crescere, di avere uno sviluppo psicologico o narrativo; lavora piuttosto sulla manifestazione e lo svelamento di un preciso momento della loro vita, come un fotografo analogico e sincero della contingenza periferica americana.

Elementi che rendono i suoi racconti, ancora oggi, potenti e contemporanei.

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