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Lezioni di felicità : Intervista a Ilaria Gaspari

Intervista di Ivana Margarese

Ilaria Gaspari è autrice del saggio Lezioni di felicità recensito da ZEST qui.


Prima di tutto vorrei chiederti da cosa è nata l’idea di questo libro, che ho letto mantenendo la duplice lettura di una vicenda autobiografica realmente vissuta e di una invenzione letteraria.
L'idea è nata in un modo non troppo diverso da quello che racconto nel libro : in un periodo un po' turbolento, in cui mi sentivo abbastanza smarrita, ho dovuto cambiare casa e mi sono ritrovata a inscatolare i libri dell'università. All'improvviso mi sono resa conto di quanti libri di filosofia antica avessi comprato negli anni, e mi sono stupita di non averli più riaperti dopo l'università. Ho pensato : e se provassi a vedere questi testi non come libri da studiare, ma come una miniera di istruzioni per vivere, se provassi a impormi di seguire delle regole per vedere poi come cambia il mio modo di pensare e di vedere la vita? E mi è sembrato un esperimento interessante, ma non sapevo bene come realizzarlo. Qualche tempo dopo ho iniziato a collaborare con un giornale online molto bello, L'Indiscreto, molto bello e molto aperto alle sperimentazioni. Ho proposto il mio esperimento filosofico-esistenziale come tema per una serie di articoli, una sorta di rubrica in cui avrei raccontato le mie settimane. Ma dopo tre 'puntate' il mio lavoro è stato notato da alcuni editor di Einaudi che mi hanno proposto di trasformare quell'idea in un libro... E così ho fatto! 

Hai una tua definizione di che cosa è filosofia ? E come mai hai scelto di parlare proprio di filosofia antica?
Potrei partire dall'etimologia e dire che la filosofia è una tensione verso il sapere, un amore per la saggezza. Ma se devo dire che cos'è la filosofia per me, la personale idea idiosincratica che ho in testa quando parlo di filosofia, direi che è la continua ricerca di un metodo per imparare a vivere e a pensare la vita. E credo che questo risponda anche alla seconda parte della domanda: ho scelto proprio la filosofia antica perché mi pare l'espressione di un mondo che non conosceva i dualismi cervellotici fra teoria e pratica filosofica. Oltre che per una mia istintiva simpatia, che scrivendo il libro si è rafforzata e rinsaldata ancora più di quanto mi aspettassi, per questi antichi maestri di cui una ricca aneddotica ci racconta le vite stravaganti, avventurose, divertentissime: in fondo io non sono una filosofa accademica ma una scrittrice, e ho bisogno di provare un interesse anche puramente narrativo per quello che scrivo.

Mi è parso che in una parte del libro tu ti sia soffermata a riflettere sul tempo che impegniamo a desiderarci o a guardarci attraverso gli occhi di coloro che vorremmo ci amassero e mi piacerebbe conoscere meglio la tua opinione in proposito. 
Penso che molto spesso ci sentiamo responsabili del modo in cui ci vedono gli altri, ma ci attribuiamo le responsabilità sbagliate. Mi riferisco a un certo tipo di insicurezza, che credo colga tutti nel momento in cui si sentono rifiutati : la protagonista del libro, che è naturalmente una mia contro-figura, è reduce da una cocente delusione amorosa, e io le ho prestato i pensieri che mi hanno assalita quando è successo a me, di sentirmi non amata: ecco, non sono abbastanza, non sono abbastanza bella, magra, simpatica, gentile, interessante, fascinosa ecc. Cercando di vedermi dall'esterno, mi trovavo ogni genere di difetti e attribuivo a queste ipotetiche mancanze la mancanza che mi feriva in quel momento - una mancanza di amore, e nient'altro. La cosa curiosa era che si trattava sempre di mancanze attribuite non al mio io più profondo, ma a quello più superficiale: al modo in cui apparivo o mi presentavo. Non è stato facile ammetterlo: sembra una cosa molto sciocca, in me però era un'abitudine radicata. La settimana stoica è stata molto educativa su questo piano perché mi ha costretta a riflettere sulle fallacie di questo ragionamento molto nevrotico, e che credo riguardi molte persone impegnate, che so, a cercare ossessivamente di migliorare il loro aspetto per cancellare i difetti, come se i difetti fossero colpe. Semplicemente, ci sono difetti che possiamo attenuare ma che comunque non sono colpe; e poi ci sono cose che magari chiamiamo difetti, o imperfezioni, e invece sono solo le nostre caratteristiche. 

Nel libro si racconta anche di un tradimento, esperienza che bene o male quasi tutti ci siamo trovati a vivere . Hai una qualche opinione sui tradimenti?
Penso che il tradimento possa essere un'esperienza traumatica, non tanto per la questione dell'infedeltà fisica - che per alcune persone è una ferita insopportabile, ma per me invece francamente non è così fondamentale - quanto per l'infrazione del legame di lealtà che unisce, o dovrebbe unire, io credo, le persone che si amano. Io credo che la parola tradimento si applichi più a quel patto che al corpo: a un corpo si è infedeli, la lealtà la si tradisce perché presuppone un legame di fiducia. Allo stesso tempo credo che sia un'esperienza rivelatrice, che ci costringe a rivedere la nostra idea di noi e dell'amore, e che, per quanto dolorosamente, può aiutarci a crescere e a comprendere meglio gli altri, che sia per capire o anche persino perdonare, o per renderci conto di quanto può valere la nostra fiducia e farci più accorti nell'accordarla a qualcuno.

Un altro tema che mi pare importante nel libro è quello della amicizia intesa come uno dei beni più preziosi dell‘esistenza, qualcosa che ci approssima all’essere felici.
Sì io tengo molto all'amicizia - tema molto caro alla filosofia antica, fra l'altro! - perché penso che gli amici, gli amici veri, ci rendano migliori, ci spronino a essere più sinceri e più coraggiosi, a temere meno gli inevitabili momenti di solitudine e di difficoltà. 

E che l'amicizia sia un esercizio felice di generosità e di dedizione.

Una curiosità: tra i tuoi interessi filosofici c’è anche lo studio delle filosofie orientali ?
Scrivere questo libro mi ha fatto venire voglia di scoprire di più, approfondire e studiare meglio la filosofia orientale. Avrei bisogno di una buona guida per addentrarmi più in profondità in questo viaggio che mi interessa e mi attira moltissimo.

Il tuo libro coinvolge anche per la scelta di uno stile intimo e sempre divertente , quasi che a parlare fosse una amica . Ti sei divertita a scriverlo? È venuto giù tutto di un fiato così come si legge?
Grazie! È un bellissimo complimento perché effettivamente mi sono divertita tanto a scriverlo, e sono felice che questa, diciamo, gioia creativa si noti. È un libro molto intimo, quasi impudico nel raccontare senza troppa vergogna i miei difetti e i miei limiti: desideravo che parlasse a quella parte fragile e nascosta in cui tutti, pur con le nostre differenze, ci somigliamo. Però non volevo che fosse un libro lamentoso, così ho pensato di scriverlo proprio, come dici tu, come se parlassi a degli amici. Con la leggerezza con cui si può parlare di cose profonde quando ci si arrende al fatto che la confidenza, per forza di cose, ci rende sempre un po' vulnerabili, ma in un modo bello, in un modo generoso. Almeno, questa era la mia intenzione... E siccome l'idea di fare un libro così mi metteva una gran voglia, quasi una frenesia, di mettermi alla prova, mi ci sono messa e l'ho scritto devo dire tutto di getto. Era però molto più lungo in una prima versione (sono una grafomane), così il lavoro che abbiamo fatto con il mio (bravissimo) editor, Ivano Pierantozzi, è stato quello di tagliare molte pagine. L'ho fatto volentieri, non sono fra quegli scrittori che soffrono a cancellare - anche se posso capire che a volte sia doloroso. 

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A lezione di felicità con Ilaria Gaspari – Intevista