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Acqua viva | Clarice Lispector
Adelphi, 2017

di Emanuela Chiriacò

Clarice Lispector è una scrittrice al culmine della sua maturità e libertà narrativa quando porta alla luce Acqua Viva. Libera e matura al punto tale che non c’è trama. Non c’è racconto. Non c’è storia. È uno stream of consciousness fluido, apparentemente sconnesso eppure coerente. È lei che si confronta con il suo senso innato di rottura dello schema. Lo implode, lo scompone, lo smaterializza.

Scrivo attraverso acrobatiche e aeree piroette… scrivo perché voglio profondamente parlare. Anche se scrivere mi sta solo offrendo la grande misura del silenzio.

Lispector dissacra e intenerisce per la nudità che è capace di proporre. Sublima il suo sentire silenzioso senza vergogna. Non scrive per l’altro. Non scrive per sé. Scrive e inanella il suo sentire con urgenza. Lo esprime senza filtri. Lo manifesta.

Mentre scrivo non posso fabbricare come nella pittura, quando fabbrico artigianalmente un colore. Ma sto tentando di scriverti con tutto il mio corpo, scagliando una freccia che penetri nel punto tenero e nevralgico della parola. Il mio corpo ignoto ti dice: dinosauri, ittiosauri e plesiosauri, con un senso soltanto uditivo, senza che per questo diventino paglia secca, ma umida. Non dipingo idee, dipingo il più irraggiungibile « per sempre ». O « mai », è la stessa cosa. Prima di tutto, dipingo pittura. E prima di tutto ti scrivo dura scrittura. Cerco il modo di riuscire a prendere la parola con le mani. La parola è oggetto. E agli istanti io estraggo il succo di frutta. Devo destituirmi per raggiungere il nocciolo e la semenza della vita. L’istante è semenza viva.

In lei ci sono vuoti incolmabili. Lei stessa sa che nulla potrà riempirli. Non è questo lo scopo della sua scrittura. Non è trasgressione. Non è voglia di stupire. Pensa come respira e lo mette nero su bianco. Lascia il rivolo di coscienza e inchiostro fluire sulla carta e prendere forma. Alcuni sono animali, altri fiori. Qualcosa di indefinito come la sua vita da donna non amata che si rivolge all’uomo immateriale di cui è innamorata. In perenne oscillazione tra vita e morte. Sfiora la fine, la anela eppure rinasce infinte volte nelle pagine che compongono questa confessione.

[…] scrivo questo facsimile di libro […]

Il vento soffia e scompiglia le mie carte. Ascolto questo vento di grida, rantolo d’uccello aperto in volo obliquo. E io, qui, mi obbligo alla severità di un linguaggio teso, mi obbligo alla nudità di uno scheletro bianco che è libero da umori. Ma lo scheletro è libero di vita e finché vivo rabbrividisco tutta. Non raggiungerò la nudità finale. Non la desidero ancora, a quanto pare. Questa è la vita vista dalla vita. Posso non avere senso, ma è una mancanza di senso come quella della vena che pulsa. Voglio scriverti come colui che apprende.

Questo bisogno urgente di trasferire il suo pensare. Un alleggerimento. Un sollievo che dura istanti e poi riprende nel dolore del perpetrarsi di questo bisogno. È un libro non libro che si legge e dopo averne terminato la lettura, viene voglia di rileggerlo ancora. Di assecondare l’inquieto animo che lo ha prodotto. Un processo empatico attraverso cui cogliere sfumature sfuggite, quasi perdute a scapito di altre. Un attesa di attimi vissuti a priori, fortiori e posteriori che si rinnovano incessantemente.

Questa aria libera, questo vento che mi batte l’anima del volto rendendolo ansioso in un’imitazione di un’angosciante estasi ogni volta nuova, nuovamente e sempre, ogni volta il tuffo in qualcosa senza fondo dove cado e continuo a cadere senza fermarmi finché muoio e ottengo finalmente il silenzio. Oh vento di scirocco, io non ti perdono la morte, tu che mi porti un ricordo ferito di cose vissute che, povera me, si ripetono sempre, anche se diverse e sotto altre forme. La cosa vissuta mi spaventa così come mi spaventa il futuro. Esso, come ciò che è già passato, è intangibile, mera supposizione. In questo istante sono in un vuoto bianco che aspetto il prossimo istante. Misurare il tempo non è che un’ipotesi di lavoro. Ma ciò che esiste è perituro e questo obbliga a misurare il tempo immutabile e permanente. Non è mai iniziato e non finirà mai. Mai.

Acqua Viva è un’opera d’arte. Un dipinto che rapisce lo sguardo su particolari diversi. Inediti per l’occhio. Per il sentire in lettura. La sensazione che le parole si cancellino nell’atto della lettura è molto forte. Un inchiostro magico che annulla le pagine. Le divora riportandole al bianco infinito. Una volta terminato magicamente si ricompone e si rende pronto per ricominciare. Per offrirsi ad uno sguardo nuovo. Un gioco di empatie che le permette un approccio metafisico. È gli animali di cui scrive. È i fiori di cui scrive. È immersa nel creato e ne amplifica la voce.

Finirai per chiedermi perché mi prendo cura del mondo. È che sono nata con questa incombenza. Da bambina mi sono presa cura di una fila di formiche: camminano in $la indiana portando un pezzettino di foglia. Il che non impedisce che ognuna comunichi qualcosa a quelle che arrivano dalla direzione opposta. Le formiche e le api non sono più it. Sono esse.

La sua lingua è intrisa di bellezza del creato. Popolata di creature descritte da un animo gentile e affascinato dall’umanità animale e vegetale. È prova ontologica. È prova di esistenza. Lei è. E nel suo essere, scrive. Scrive profumato. Scrive i sensi prima che siano tali. Scrive ciò che il lettore è chiamato a intuire tra le righe. Non sono linee rette. Si riavvolgono e srotolano tra il contenitore libro, seguendo la vorticosità del pensiero. Senza generare caos.

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