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calvisiAdieu mon coeur | Angelo Calvisi
Casasirio Edizioni 2016

 

Siamo a Genova nei primi anni Ottanta, Paolo è un adolescente che vive in un palazzo uguale a tutti i palazzi che circondano il suo mondo popolare. Sì, tutti uguali e praticamente impossibili da distinguere. Anche la sua famiglia assomiglia molto alle famiglie di quegli anni. Il modello classico è infatti esploso.
Del format familiare del Mulino bianco si intravedono i primi crolli, calpestati da genitori edonisti, figli paninari, il possibilismo della normalità economica fatta di carte revolving e sogni infranti da riparare.
I genitori di Paolo non vanno molto d’accordo e lui alla scuola e allo studio, preferisce il calcio, la musica e ovviamente le ragazze, verso le quali però, si sente sfigato. I coetanei che frequenta raccontano delle loro prodezze. Il meno capace ha già baciato e sfiorato qualche tetta. Paolo invece è uno senza speranze, un timido che somatizza.
Frequenta il campetto di calcio vicino la scuola e l’oratorio, nonostante non ami molto i preti e la Chiesa, solo come scelta di ripiego. In fondo, lo percepisce come luogo di rilassamento e isolamento. Dove poter leggere fumetti in santa pace.
“Quando ero piccolo facevano questa domanda anche a me. I vicini, gli zii, gli amici dei miei genitori: “Paolino, cosa vuoi fare da grande?” Non rispondevo niente, chinavo la testa e non sapevo cosa dire. Se me lo chiedessero adesso avrei le idee più chiare. Risponderei che voglio leggere in pace i fumetti di Zagor, voglio stare come gli animali al pascolo, sui prati, voglio rimanere tutta la vita stravaccato nella sala dei calciobalilla.”

In occasione di una festa organizzata dall’ oratorio, Paolo ritrova Michela, una ragazzina che frequentava la sua stessa scuola media e siccome più grande di lui, passata alle superiori. L’anno prima, Michela gli aveva chiesto di mettersi insieme con un bigliettino, un sms di carta fattogli recapitare da Erica che se ne era fatta anche voce narrante, al quale Paolo aveva risposto di no perché c’era il mondiale di calcio.

L’amica di Michela, che si chiamava Erica, mi ha passato il biglietto e mi ha chiesto: – Ti vuoi fidanzare? L’ho guardata a bocca aperta, allora Erica ha ripetuto: – Ti vuoi fidanzare con Michela? – Non posso. – Perché non puoi? – Perché c’è il mondiale. Il mondiale di calcio in Spagna lo aspettavo da circa un secolo, volevo vedere tutte le partite in diretta e dopo volevo andare nel cortile della scuola a giocare (…) Fidanzarmi era una cosa che non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello.
Michela resterà l’amore K, la sua costante di vita nonostante la stessa prenda traiettorie astruse e qualche volta incomprensibili. I capitoli del libro raccontano episodi precisi della storia della vita di Paolo, narrati i prima persona, in una sorta di versione 2.0 dello stream of consciousness joyciano, un rivolo di pensieri etilici, alterati. Uno stream of something con flashback e vuoti di memoria. Un artista con le scimmie in affido nella testa dovute alle sue mutilazioni emotive. Un’emotività claudicante ma sempre on the road. Uno zoppichio che segna il passo di Paolo , ormai musicista famoso, alla perenne ricerca di se stesso, della strada di casa e della madre scomparsa ( evento che sopraggiunge sul finale) e che lo riporta a casa tra quei palazzi anonimi in cui è cresciuto, prima di finire in comunità.

Pensavo di conoscere ogni angolo di questa città e invece, nei luoghi dove sono cresciuto, non riesco più a orientarmi. Mi sento come quello sfigato del ragazzo della via Gluck. Sotto le strade del mio quartiere hanno costruito dei parcheggi interrati. Ci sono gli ingressi in plexiglass ogni cinquanta metri, e al posto del cinema di padre Hollywood hanno messo una sala giochi con le macchinette mangiasoldi e l’insegna recita: Slot Club delle Alpi. Lascio la Vespa in piazza e proseguo a piedi. Sono una moneta che ruota sul suo asse, rallento e mi fermo soltanto quando ho esaurito la spinta, e la spinta si esaurisce davanti al portone di mia madre.

Tutti espedienti classificabili come tentativi di rammendo di quei vuoti incolmabili.
Si scoprirà cosa sia successo dopo la festa in oratorio? Beh sì, ma bisognerà attendere l’ultimo capitolo.
Lo sfondo è una Zena, Genova che si contorce come budella di un animale ferito. E che trova grazia e giustizia nell’apertura sul porto, ferraglia e mare. Una possibilità di orizzonte liquido nel catramarsi della vita piccola di un artista poeta che soffre di continui attacchi di sensibilità, malcelati da un’armatura opaca di strafottenza e dimenticanza.

Il mondo linguistico di Angelo Calvisi è nuovo, contemporaneo. Sembra di essere su di un veicolo alimentato a parole scritte che conducono sempre alla stessa destinazione: la città letteraria di Overflow. Un ridente e dolente agglomerato verbale in cui non ci sono semafori di intoppo, per quel moto rettilineo e uniforme. Siamo sulla pista che doppia la corteccia cerebrale dello scrittore, insieme pilota e navigatore. Non c’è attrito, siamo in un sistema fisico perfetto. Come ghiaccio secco, si scivola nella vita del protagonista e nel suo flusso abbondante di pensieri in circolo. Con una canzone di cui si vorrebbe conoscere melodia e ritmo, non solo il titolo: Adieu mon coeur.
Arrivederci Paolo, chissà che Calvisi non ci faccia incontrare ancora alla reunion dei Grana Grossa per bere birra e cantare a squarcia gola il disagio di essere stati adolescenti negli anni ’80.


Recensione per ZEST di Emanuela Chiriaco
Emanuela Chiriacò vive tra Lecce, la lettura e la scrittura. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Inglese e Francese), cura la comunicazione social e alcune presentazioni per la libreria Icaro Bookstore di Lecce. Collabora con Ius Law Web Radio (www.webradioiuslaw.it) per il programma #svegliatiavvocatura che va in onda ogni domenica mattina alle 7.45 (#svegliatiavvocatura è uno spazio dedicato a musica e letteratura) in cui legge prosa poetica di cui è autrice e brani selezionati da romanzi.
Autori preferiti: Balzac, Zola, Amado, Marquez, Chavarria, Emecheta, Kureishi, Bennett, Dickens, Morante, Buck.
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Adieu mon coeur | Angelo Calvisi

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