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Aleksandra Kollontaj. Marxismo e femminismo nella Rivoluzione russa
| Pina La Villa
Villaggio  Maori edizioni

Due grandi rimozioni hanno interessato la storia della Rivoluzione russa: la prima relativa al suo valore politico e, soprattutto, sociale; la seconda riguardante la presenza e il ruolo delle donne in questo spartiacque della storia mondiale. 

Attraverso la biografia di Aleksandra Kollontaj, tra i protagonisti più importanti del panorama rivoluzionario russo, si snoda il racconto di quegli anni in cui la donna e la sua condizione di cittadina e lavoratrice sono poste al centro del dibattito grazie all’azione politica di figure come la sua. Famiglia, maternità, sessualità, parità di diritti: tematiche attuali ancora oggi e, ad un secolo di distanza, nodi ancora non del tutto risolti.

Aleksandra Michajlovna Kollontaj,(San Pietroburgo31 marzo 1872 – Mosca9 marzo 1952), è stata una rivoluzionaria russa di orientamento marxista femminista, la prima donna nella storia ad aver ricoperto l’incarico di ministra e ad aver figurato, come funzionaria di carriera e come ambasciatrice, nella diplomazia dei grandi paesi europei. (Wikipedia)


per gentile concessione della casa editrice proponiamo la lettura di un estratto

Rossa di passione”, “pasionaria”, “intelligentissima ed elegante”, “bella”: sono solo alcuni dei giudizi su Aleksandra Kollontaj, parte di una “vulgata” che è rimasta pressoché intatta per tutto il XX secolo, attraversando incolume la liberazione sessuale degli anni Sessanta e tutte le più raffinate elaborazioni del femminismo dagli anni Settanta ad oggi. Le quali, evidentemente, non hanno scalfito la considerazione del corpo femminile come estraneo al “corpo” politico e le donne sono quindi da considerare sempre e solo per i loro meriti – o demeriti – fisici.

Nata a Pietroburgo nel 1872, Aleksandra Kollontaj è stata una delle «donne più importanti tra i rivoluzionari marxisti», con i quali ha condiviso la formazione, le esperienze del carcere e dell’esilio, l’attività di studio e di organizzazione delle battaglie della classe operaia a cavallo fra il XIX e il XX secolo.

Schieratasi subito contro il revisionismo di Bernstein, aderì al Partito Operaio Socialdemocratico Russo, inizialmente vicina ai menscevichi poi ai bolscevichi (sulle posizioni di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg alla conferenza di Zimmerwald contro la guerra, nel settembre del 1915). Particolarmente attiva nel partito e fra le operaie durante la rivoluzione del 1905, costretta all’esilio dal 1907 al 1917, impiegò questi anni, come la maggior parte dei rivoluzionari, in conferenze e attività di elaborazione e di propaganda politica in Inghilterra, Francia, Germania, Italia e infine negli Stati Uniti per la propaganda contro la guerra, dal 1915 al 1917. Fu la prima ad aderire alle Tesi di Aprile di Lenin, partecipò a tutti gli eventi dell’anno della rivoluzione, fino a essere nominata, unica donna, nel governo rivoluzionario, come Commissario del popolo all’assistenza. Contraria al trattato di Brest-Litovsk, si dimise nel marzo del 1918 dalla sua carica ministeriale, ma continuò la sua attività dentro la rivoluzione. Nel 1919 fu mandata al fronte in Ucraina e in Crimea, in piena guerra civile, come Commissaria popolare per l’agitazione e la propaganda e nel 1920 assunse la direzione dello Zhenot del (Dipartimento femminile della segreteria del Partito Comunista Russo).

Dal 1920 al 1921 fu a capo di una corrente di opposizione (L’Opposizione operaia) che fu sconfitta al X Congresso del Partito, quando fu decisa l’adozione della NEP (Nuova Politica Economica). Nel marzo del 1922, nel corso dell’XI Congresso del Partito, Stalin le affidò vari incarichi di natura diplomatica all’estero. Iniziò così per Aleksandra, nel 1922, la sua carriera diplomatica (una sorta di nuovo esilio?): delegata e poi ambasciatrice in Norvegia dal 1923, dal 1925 al 1927 si recò in Messico per ulteriori incarichi, ma tornò poi in Norvegia fino al 1930. Fu ambasciatrice in Svezia fino al 1945, quando si ritirò a vita privata a Mosca, dove morì nel 1952.

La vicenda di Aleksandra Kollontaj ci restituisce quindi il profilo di una donna che ha dedicato tutta la sua vita all’impegno politico rivoluzionario, come Ines Armand (1874-1920), fondatrice in Russia della rivista Rabotnika(“L’operaia”) e dirigente dello Zhenotdel fino alla sua morte, avvenuta durante la guerra civile, nel 1920; come Nadezda Krupskaja (1869-1939), nota soprattutto come la moglie di Lenin, una dei maggiori teorici della nuova pedagogia socialista e del sistema d’istruzione sovietico; come Rosa Luxemburg (1870-1919), figura di spicco del pensiero marxista e vittima della repressione nella Germania del primo dopoguerra; come Klara Zetkin (1857-1933), iniziatrice dei gruppi socialisti e femministi in Germania, e alla quale dobbiamo l’idea, lanciata a Copenaghen nel 1911, dell’8 marzo come giornata internazionale della donna; come tante altre donne protagoniste della storia del movimento operaio negli anni a cavallo fra il XIX e il XX secolo, fra la Seconda e la Terza Internazionale. Donne accomunate dall’appartenenza a una storia oggetto di sistematica opera di rimozione, anzi di una doppia rimozione: quella che ha investito in maniera diversa vicende e valori della Rivoluzione russa del 1917 e quella che continua a negare che la storia è fatta di uomini e donne e non solo di uomini.

Ricostruire la vicenda e le idee di Aleksandra ci consente invece di parlare della loro presenza, oltre che del loro contributo teorico e organizzativo, che rese possibile l’esperienza rivoluzionaria. Aleksandra non era sola, ed è lei stessa a sottolinearlo alla fine della sua autobiografia, quando afferma che solo la rivoluzione e solo il lavoro suo e delle altre donne nella rivoluzione aveva consentito a lei di accedere a quelle cariche per continuare le loro battaglie, per dare voce a «milioni di donne del proletariato contadino ed industriale che non erano ancora in grado di parlare in proprio nome».

Fino ad oggi, la “fama” di Aleksandra Kollontaj non è legata alla sua attività durante la rivoluzione o al suo ruolo di Commissario all’assistenza nel governo dei soviet, ma al suo corpo di donna eccentrico rispetto al quadro della barbuta e rigorosa Rivoluzione russa. Il suo essere donna, la sua aristocratica bellezza, nonché la sua storia d’amore con un uomo molto più giovane di lei, ne hanno fatto esclusivamente – e riduttivamente – la teorica del “libero amore”.

Tutto era cominciato nel 1925, dopo la morte di Lenin ,avvenuta l’anno precedente, con la pubblicazione dei colloqui fra il leader bolscevico e Klara Zetkin (colloqui in realtà svoltisi nel 1920). Lenin si mostrava molto critico nei confronti della teoria del libero amore, ridicolizzata nell’idea secondo la quale nella società comunista soddisfare i propri impulsi sessuali sarebbe stato facile come bere un bicchier d’acqua.

Lenin non polemizzava con nessuno in particolare, ma nel 1925, quando i colloqui furono pubblicati, era in pieno svolgimento il dibattito sulla revisione del Codice di famiglia del 1918, una delle ultime battaglie di Aleksandra Kollontaj prima dell’esilio come ambasciatrice. Le stesse idee che i rivoluzionari russi avevano propagandato senza problemi prima della rivoluzione subirono molti attacchi. Ci si avviava verso una sorta di normalizzazione, determinata anche dalle enormi difficoltà della giovane Repubblica dei soviet. Si volle così pensare – e si è pensato a lungo – che la critica di Lenin fosse diretta verso Aleksandra, che aveva sì teorizzato il libero amore, ma in termini molto diversi, come vedremo, da quelli emersi da questi colloqui.

La presunta risposta del leader alla teoria del libero amore, che lui non avrebbe mai bevuto da un bicchiere dove avessero già bevuto altri, conforterà inoltre il conservatorismo dei comunisti (maschi).

Tralasciando altri aneddoti sulle cautele di Lenin e sul suo moderatismo sul tema della famiglia e delle relazioni tra i sessi, occorre sottolineare che il problema era un altro, e cioè che sulla questione della famiglia la teoria marxista si mostrava carente.

Marx, Engels e Bebel, le fonti dell’analisi marxista sulla famiglia, alle quali la stessa Aleksandra Kollontaj si rifà, si erano limitati a sottolineare la stretta dipendenza della struttura della famiglia e, in essa, della subordinazione della donna, dai rapporti economici di tipo capitalistico. La subordinazione femminile sarebbe scomparsa non appena questi rapporti fossero cambiati. È il tema cruciale, nella teoria marxista, del rapporto fra struttura e sovrastruttura.

I classici del marxismo non erano stati in grado di prefigurare un nuovo tipo di famiglia, né tanto meno avevano immaginato la fine della famiglia, se non appunto, di quella tradizionale.

Aleksandra Kollontaj non teme di misurarsi con questo problema. E lo fa nel vivo della battaglia, cioè in mezzo alle vicende della rivoluzione e nei suoi anni più difficili, gli anni della guerra civile, del comunismo di guerra e poi della Nep.

È, questo, un aspetto che è stato poco sottolineato. Non siamo in grado di valutare il rigore scientifico o la perfetta congruenza delle sue idee con la realtà a cui erano destinate, e probabilmente anche Aleksandra, come gli altri rivoluzionari, appartiene alla generazione dei sognatori, o, per usare le parole di Françoise Navailh, a «quel pugno di intellettuali urbani» che «ignora – e vuole ignorare – la maggioranza del paese proprio mentre la spinge verso l’avvenire radioso». Ma non c’è dubbio che la teoria politica di Aleksandra Kollontaj non si confronta solo con i classici, né si sviluppa in maniera astrattamente intellettuale. Le sue idee si intrecciano profondamente con i dibattiti interni alle varie organizzazioni di partito e con le lotte operaie prima della rivoluzione, e, dopo, con la stessa rivoluzione e con l’attività legislativa e pratica nell’esecutivo della neonata Repubblica dei Soviet. Il suo lavoro politico si è svolto fra le operaie (lavandaie, tipografe, tessitrici), alle prese oltre che con i problemi del lavoro “produttivo”, con quelli del lavoro “riproduttivo” e di cura.

Parlare di Aleksandra Kollontaj significa, da questo punto di vista, non solo e non tanto parlare di una donna che per prima ha ricoperto l’incarico di ministro (unica donna fra i commissari del popolo all’indomani della rivoluzione) e per prima il ruolo di ambasciatrice. Un discorso che comunque sarebbe nel solco dell’eccezionalità dell’esperienza femminile nella politica.

Parlare di Aleksandra Kollontaj significa guardare alle vicende della Rivoluzione russa del 1917 attraverso una testimone d’eccezione, grazie alla quale essa riemerge come una grande rivoluzione di popolo contro ingiustizie secolari; ingiustizie che in Russia pesavano forse più che altrove, ma in realtà presenti in tutti i Paesi capitalisti alla fine dell’Ottocento. Una rivoluzione che, spinta da esigenze reali – il rifiuto dell’ingiustizia, l’impossibilità di continuare a convivere con la fame e lo sfruttamento atavici e l’inedita atrocità della guerra – fu sostenuta dalle idee e dall’organizzazione dei bolscevichi, che misero a disposizione dei rivoluzionari la sapienza politica e quella visionaria di una futura società di eguali. Chiaro il progetto di società e conseguenti le scelte immediate, dalla pace “senza se e senza ma”, alle prime leggi che riducevano la giornata lavorativa e rendevano gli operai protagonisti nei luoghi di lavoro attraverso i soviet. All’epoca questi eventi costituirono in tutta Europa, e in seguito costituiranno in tutto il mondo, una concreta speranza di riscatto per tutti gli sfruttati.

Parlare di Aleksandra Kollontaj significa parlare della presenza e del ruolo delle donne nella Rivoluzione. Come vedremo, l’eccezionalità della situazione russa porta a un’accelerazione di diversi fenomeni. Fra questi la nascita e la diffusione, ancora prima della rivoluzione del 1905, di associazioni che si ricollegavano ai contemporanei movimenti femministi presenti in tutta Europa.

L’effervescenza della situazione prerivoluzionaria in Russia porta a concentrare in poco tempo diverse esperienze e a porre diverse questioni che altrove avevano avuto modo e avranno modo di svilupparsi in un tempo più lungo e con un’intensità sicuramente minore. Mi riferisco alla questione del rapporto tra femminismo borghese e rivendicazioni delle operaie, alle questioni del lavoro collegate a quelle della famiglia, del matrimonio, del lavoro domestico, del divorzio, della maternità e della paternità e, per finire, della sessualità. Per non parlare della necessità, che si pose alle donne della Rivoluzione, di affrontare anche il grosso problema delle differenze di costumi e civiltà (pensiamo alla questione della poligamia e alla condizione delle donne musulmane).

Sono, questi, tutti aspetti molto importanti, ma superano le possibilità e le intenzioni di questo libro, che vuole, più modestamente, divulgare alcuni aspetti della vita e dell’attività di Aleksandra Kollontaj, in primo luogo per cominciare a combattere l’ingiustizia della rimozione. Una rimozione tanto più grave in quanto non si tratta semplicemente di riscoprire nomi e biografie di donne accanto ai nomi e alle biografie di uomini famosi e/o famigerati della Rivoluzione. Non si tratta soltanto di riscoprire Ines Armand in gara con Lenin, o Aleksandra Kollontaj in gara con Trockij. Si tratta di colmare un vuoto, di scoprire altre possibilità che la Rivoluzione poteva schiudere, di arricchire – perché no? – con storie e voci dimenticate anche l’attuale dibattito politico.

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Aleksandra Kollontaj. Marxismo e femminismo nella Rivoluzione russa | Pina La Villa – ESTRATTO