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Foto dello Staff Festival di Genova 2014

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Intervista di Alessandro Canzian ad Alessandro Fo


Come definiresti la poesia? a che cosa serve?

Bisognerebbe forse distinguere la poesia come categoria dello spirito dalla poesia intesa come attività di scrivere versi. La prima pervade secondo me tutte le nostre più nobili operazioni mentali: è, direi, nel contempo, lo strumento che cerca il senso delle cose e lo strumento che (a tratti, per illuminazioni) scopre quel segreto e lo segnala – nei limiti in cui è dato agli uomini di comprendere, o credere di comprendere. L’attività dello scrivere versi è la diretta ancella di questa ‘poesia ultima e ideale’. Ed è anch’essa, a sua volta, uno strumento: quello con cui un essere umano dotato di particolare sensibilità, ma anche di una certa cultura (che significa un po’ di finezza, un po’ di conoscenza delle voci che si sono finora levate, e dei modi con cui trovare un ascolto efficace), riesce a dare forma a quelle intuizioni e a comunicarle. A mio parere, è proprio l’«attività poetica» lo strumento più immediato di trasmissione della «poesia» (quella della vita, del pensiero, delle cose, dell’universo): perché combina precisione e indeterminatezza, lucidità e fascinazione di mezzi espressivi (metri, rime, giochi di suoni), secondo modalità diverse dalla prosa. Modalità che hanno qualcosa dell’incantesimo.

Come definiresti la tua poesia?

Essendo ognuno di noi diverso dagli altri, potenzialmente ognuno di noi è una differente macchina diretta alla poesia – sia a quella ultima, sia a quella trasfusa nei versi. Molti non sono interessati a comunicare tramite l’arte del verso, o non si ritengono vocati a farlo. Molti si ritengono invece vocati e pronti, ma in realtà s’ingannano: o non hanno abbastanza sensibilità, o – ed è il caso più frequente – non hanno abbastanza pazienza per dotarsi di quel senso della tradizione, di quella formazione, che li preserverebbe dal servire invece il Nemico Ottimo Massimo della poesia, e cioè la banalità.
Tutti noi non possiamo che aprire un cantiere di una nostra ricerca, e tentare di lavorarci con la massima buona volontà e buona fede (la famosa «poesia onesta» proposta come obiettivo da Umberto Saba). Poi ci può riuscire oppure no di arrivare a convincere pochi, o molti, o solo qualcuno, con quello che ricerchiamo.
La mia personale ricerca non ha un programma specifico, se non quello appunto di svelare anche ad altri quegli episodi di poesia delle cose e delle persone che mi sembra di avvertire nelle cose e nelle persone stesse. E di farlo sforzandomi di preservare lo svelamento di questi minuti baleni di sostanza umana dalle modalità di un’espressione corriva, e trovando loro, anzi, una specifica forma. Quale? La più vicina possibile alla forma che quegli stessi baleni vorrebbero darsi, per presentarsi, per così dire, trasfigurati e memorabili. In questo processo corro il rischio di inciampare in molti errori. Per esempio, puntare a esprimere qualcosa che non è, alla fine, troppo rilevante. Oppure, sbagliare la forma. Oppure non combinare in maniera ottimale un contento ‘passabile’ e una forma ‘interessante’. O, ancora, rimanere oscuro. O non essere all’altezza di trattare in modo persuasivo un certo tema (può avvenire, e avviene, che ognuno abbia le proprie corde privilegiate, e le proprie specifiche incapacità a procedere). Ma naturalmente faccio del mio meglio per mettere a punto dei testi che si liberino il più possibile da simili pecche, liberando anche, come spero, il tratto di realtà che ho avvertito come ‘toccante’: portandolo cioè ad essere toccante anche per altri.

Che consigli daresti oggi al poeta esordiente, ma anche a un poeta che lavora già da qualche anno?

Consigli per la propria formazione o consigli per affermarsi? I secondi sarebbero in teoria legati ai primi. Ma di fatto può avvenire che, per ragioni esterne, di ambiente e di supporters, riesca a emergere e a fare una certa carriera anche una voce abbastanza povera di sostanza. Abitualmente, avviene purtroppo il contrario. Conosco molti poeti che ritengo bravi ed efficaci, e tuttavia non godono di una rinomanza paragonabile a quella di altri, sostenuti da gruppi più affermati o autorevoli, o semplicemente da persone o cordate meglio piazzate per valorizzarne la ricerca. Il fenomeno è legato a un diffuso approccio che definirei ‘interessato’; relativamente a un dominio, poi, come quello artistico, in cui l’unico interesse dovrebbe essere servire l’arte, arricchire se stessi e gli altri con una puntuale identificazione e venerazione del bello. Tendenzialmente, nell’Italia di oggi, altruismo e curiosità critica risultano molto marginali. Prevalgono logiche diverse, e in particolare un approccio egoistico-narcisistico alla letteratura, che tende a escludere e magari tacitare le voci altrui (potrebbero ‘fare ombra’…).
Credo che l’unico consiglio che davvero conta sia amare profondamente e autenticamente la poesia (in entrambe le dimensioni che definivo), e farlo con sufficiente umiltà da sapersi sempre seriamente auto-discutere.
Parallelamente, in questo insieme di considerazioni è del tutto ovvio che bisogna leggere molto, apprendere molto, decantare molto di ciò che si è letto e appreso, per nutrirsene a fondo. Non ci si improvvisa, come persuasivi autori di versi. Può forse capitare in rari casi di altissima vocazione; ma sono casi in cui è poi, anche, infrequente che tale vocazione non sia stata accompagnata e alimentata dal desiderio di leggere e conoscere cosa di meritevole abbiano già scritto altri, quale sia la montagna che bramiamo di scalare, e in cima alla quale vorremmo costruire ancora qualche nostro terrazzamento.
Suggerirei in particolare ai giovani poeti di non avere fretta di pubblicare, per lo meno in volume. Di cimentarsi a lungo con diversi interlocutori in rivista, di non pretendere di entrare in scena fra squilli di tromba, persuasi di brandire la parola che mondi possa aprirci. Un domani ci si può pentire di avere pubblicato testi che fatalmente, con un poco più di esperienza e di ‘scuola’, ci sembreranno ingenui, spingendo addirittura qualcuno fra i meno inconsapevoli ad arrossire. E una loro eventuale scarsa qualità ci può ‘bruciare’ in partenza.
Molte cose attendono di maturare nel nostro personale rapporto con il complesso campo della civiltà libraria. E, fra queste, anche alcune che a priori sembrerebbero marginali. Per esempio la sensibilità a come non dev’essere un libro di poesia: quale carta, quali copertine, quali font, quali occhielli, quali fotografie, quali illustrazioni, quali notizie biografiche non deve presentare; quali leggi ne governino, per tradizione, peso, strutturazioni, pieni e vuoti (le leggi si possono anche intenzionalmente violare, ma a patto di esserne al corrente). Quali pagine, addirittura, vadano lasciate bianche. Per comporre un bel libro, bisogna sapere, almeno un poco, come di solito un bel libro sia fatto, e come sia fatto invece un libro sciatto, tirato via, pretenzioso o di cattivo gusto. Avviene quasi immancabilmente che un libro poco rilevante per contenuti si denunci per tale già negli aspetti esteriori messi a punto da coloro che l’hanno generato.
Infine bisogna cercare di aiutare un poco la fortuna a farci fare i giusti incontri. Direi che sia opportuno cercare molti contatti e aspettare che qualcuno di questi si manifesti fecondo. Che cioè non sia la nostra pura e semplice, ambiziosa individualità, ma qualcun altro, qualcuno cui riconosciamo un po’ di competenza nel campo, a ratificare che abbiamo qualcosa di interessante da dire, che la nostra ricerca va seguita, difesa, sostenuta e diffusa quanto più possibile.


Diciassette

Come lenta si addensa nei licheni
e opaca si coagula la linfa
(secondo Montesquieu), ed evolve in stelo,
così la melodia nel la bemolle
minore del preludio 17.
Due volte, nelle due modulazioni
in tonalità con diesis, Chopin
tocca la vetta della gioia, al limite
in cui può rovesciarsi nelle lacrime.
Ma da un capo all’altro la tastiera
non conosca disomogeneità.
Limosoque palus obducat pascua iunco.
Sotto giunchi e palude, melodia
chiusa in fondo a una sua propria sfera,
avvolta in amicizia da altre voci.
Un brumoso paesaggio immateriale,
sogni e vita in assidua pulsazione.

Da Mancanze | Alessandro Fo
Einaudi 2014


 

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Alessandro Fo | Sulla Poesia

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