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Alfabeto Mondo, romanzo abbecedario
Tito Pioli,
Diabasis, 2015

di Ivano Mugnaini


Ricostruire attraverso la parola. È uno degli intenti di questo libro. Ricostruire, ossia ricostruirci, ripartire da un grado zero per poi inventare, e diventare, qualcos’altro. Ricostruire non è mai un atto solitario, è Pioli ne è ben conscio: il materiale con cui si riedifica è fatto di noi stessi ma anche degli altri, è intriso del bene e del male della terra, l’argilla e il fango che bisogna saper vedere e toccare con le mani. C’è un contesto, un luogo, c’è il mondo, anzi i mondi, i macrocosmi e i microcosmi, ci sono i baroni rampanti calviniani, c’è l’arguzia delle favole di Rodari, ma ci sono anche i fatti di cronaca e le mille miserie amare e bizzarre che ci sfilano accanto o ci entrano dentro.

Il tono oscilla tra gioco e solennità, gioco aspro e vero, solennità mai disgiunta da un’ironia acuta, diretta. Le pagine di Pioli ci riportano ai tempi della scuola, quella che odorava di quaderni di carta, matite e pastelli, quella in cui si era protetti dall’idea che tutto fosse possibile e ogni lettera nuova era una scoperta, un’emozione, un atto di libertà, anche se già bussavano alla porta, appena fuori del giardino o già dentro l’aula, le prime violenze e sopraffazioni, i primi accenni del dolore che dettava se stesso e le proprie assurde regole.

L’espediente narrativo a cui fa ricorso Pioli, l’immobilità forzata del protagonista, è funzionale ad una descrizione delle cose del mondo tanto accurata quanto più apparentemente difficoltosa. È anche un invito a sviluppare altri sensi, fisici e mentali, e anche metaforici, come l’implicito richiamo alla lentezza, a ritmi più umani per sentire e pensare, che, nel contesto moderno, è un primo e fondamentale atto di rivolta.

Il nome del protagonista “Mammamia” ne delinea la sorte individuale, il bisogno di continua assistenza da parte della madre, e lo colloca immediatamente in un ambiente preciso, un luogo che è anche un modo di essere, la Toscana dei soprannomi, affettuosi e feroci allo stesso tempo. Mammamia è anche un richiamo, un grido di paura, una richiesta di aiuto, di affetto assoluto. Molti aspetti di questo libro sono multiformi e polisemici e ciò è un motivo di attrazione.

Definire e collocare il testo non è facile: si potrebbe definire un “antiromanzo” per la specifica e atipica struttura e anche per il deliberato ricorso a dosi generose di poesia, seppure autentica e non di rado aspra, mai lirica o estatica. La poesia nelle pagine di Pioli è la scoperta della varietà del mondo, la cruda verità che non uccide la fantasia, semmai la rende più vivida e necessaria. La poesia è un modo di vedere le cose, e in questo libro, in modo trasversale e decentrato, è una sorta di insulina che combatte il diabete di tutto ciò che è scontato e stucchevole. Questo antiromanzo è anche un romanzo vero e proprio: è un luogo di fantasia che vuole essere tramutato in realtà, ed è anche e forse soprattutto un Bildungsroman, romanzo di formazione individuale e collettiva, senza pretendere panacee, ma anche senza bandiere bianche di resa preventiva. La costruzione dell’alfabeto del mondo non si può effettuare in un ambiente stagno, in un silenzio asettico. Ci sono le voci, là fuori, i vicini, la pressione alle nostre porte, qualcuno che preme per entrare. Il libro ci dice, senza sdolcinature e senza tirate retoriche, che il vero valore dell’alfabeto è quello di mettere in comunicazione, anche con ciò che ci spaventa. L’altro è tutto ciò che è minaccia e desiderio. Neppure chi ha come unico spazio vitale la propria stanza da letto può permettersi di scrivere e di immaginare, di vedere e di sentire un alfabeto che abbia un senso soltanto per sé. Deve trovare il coraggio di riportare tutto al punto di partenza, ridare nome alle cose, agli oggetti, ai ricordi, ai segni e ai sogni. Dare nome vuol dire dare vita, solo ciò che è nominabile esiste.

Questo libro ci conferma che la parola può e deve imitare Caravaggio, farsi luce e ombra, chiaroscuro che racchiude momenti di vita lasciando integro il mistero, ogni gesto a cui ciascuno è chiamato a dare un senso. Ogni gesto e ogni tassello dell’esistenza. Lo schema del romanzo è originale: ciascuno dei racconti, suddivisi in un rigoroso ordine alfabetico, è al tempo stesso autonomo e legato a tutti gli altri, è una lettera di una frase dal tono e dalle suggestioni unitarie.

Alfabeto mondo va letto entrando nel giusto spirito, predisponendosi ad una deliberata provocazione, ad un gioco surreale e a tratti estremo. Pioli, attraverso lo schermo dei personaggi a cui dà voce, è come se ci dicesse “sono diverso. Non perché non so e non posso essere uguale. Sono diverso per scelta, perché voglio esserlo. Voglio vedere altre prospettive, altri angoli e altri panorami, e soprattutto voglio rendere ciò che vedo e che penso parola anarchica, fuori dalle gabbie rugginose”. Accade così che il libro si dipani in una successione di toni e accenti e che chieda al lettore un’identica mobilità, altrettante modulazioni della mente e del cuore. L’elenco dei nomi citati e resi racconto va dagli alberi ai bagni pubblici, alla carità cristiana corredata da Mercedes (nel senso di macchina), alla follia catartica, a Eluana Englaro, da Gianna Nannini a Paganini, da Lorenzo Lotto a Pasolini, dalle Mura di Lucca al Grand Tour, da babbo natale alle puttane, dal loculo alle armonie.

I personaggi che Pioli evoca, reali e inventati allo stesso tempo, sono avulsi, decentrati, eppure parte di noi, del nostro idioletto, il nostro alfabeto individuale. Ogni lettore può trovare nel libro decine di esempi consoni. Qui e ora ne cito uno dal soprannome brillante:

«Aboccaperta era un muratore di Camogli che baciava in bocca tutti quelli che incontrava per strada, lo hanno messo in manicomio, non lo hanno premiato, lo hanno messo in manicomio e ogni tanto lo intervistano in tv e lui dice che si stava meglio in manicomio che in tv».

Pioli cambia tono e sfondo, vestiti e umore, in modo repentino, come Fregoli, come Arturo Brachetti, ci mostra cose bizzare e quindi vere:

«Hanno da poco aperto un corso universitario sulla Cattiveria: Ti insegnano tutto, rubare, estorcere, stuprare, ammazzare un parente, fottere un’eredità, frodare il Fisco, ci sono insegnanti da tutto il mondo, gli stage li fai in strada, in famiglia, in azienda, ogni giorno all’ora che vuoi.

È la laurea del futuro, la tesi la presenti direttamente su youtube».

Mischia follia catartica e poesia, arte e vita, quelle autentiche, mai di maniera:

«Davanti a me ho il giudice che ha messo in carcere Egon Schiele e gli sputo addosso, ho davanti chi ha arrestato Sacco e Vanzetti e gli sputo addosso, ho davanti chi ha censurato Salò e le cento giornate di Sodoma e gli sputo addosso, ho davanti chi ha inventato la parola Esuberi e lo picchio, ho davanti Lorenzo Lotto che vende quadri per strada e gli compro un quadro».

Ogni parte di questo romanzo è un racconto in sé. Le lettere sono la cornice e l’insieme è il quadro. Ogni singolo lettore-osservatore troverà la sua angolazione ideale, le luci e le ombre che ha davanti e dentro di sé.

Alfabeto mondo è un libro ribelle per intima necessità. L’impressione è che sia stato scritto con libertà autentica da parte chi non è soggetto a pressioni, ricatti, compromessi. Uno scrittore che ha il gusto di dire ciò che davvero vede e pensa. È quello il dono che si e che ci fa, anche con questo libro. Il cui alfabeto si apprende pagina dopo pagina, riscoprendo codici autentici e non condizionati che abbiamo già dentro, nella memoria profonda, quella dell’infanzia che se ne frega delle regole, se non quelle della ricerca dell’armonia con ciò che ancora, di vero e di giusto, rimane, a dispetto di tutto.

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