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Un alfabeto nella neve | Davide Brullo
Castelvecchi 2018

a cura di Emanuela Chiriacò

In un’intervista su Cultora, Raffaella Anna Indaco chiede a Davide Brullo quali siano i punti di forza del romanzo Alfabeto nella neve, e l’autore risponde: «Questo non è un romanzo, direi, ma il cranio della tigre bianca offerto in pasto a chi ha orecchie per intendere e i denti al posto degli occhi.»

La sottile malìa di quest’affermazione enigmatica fa il pari a quella del verbo di Brullo; rende credibile tutto ciò che dice, e sa come condurre il lettore in un giro di valzer continuo che fa voltare la testa come le pagina del suo libro. Si rimira il concentrato delle parole e ci si rassegna all’idea che non siano passibili di diluzione.

La sua scrittura pone il lettore sul sito di uno scavo archeologico sepolto sotto una coltre bianca di neve; sebbene la consistenza sia diversa, il nitore è uguale a quello di un foglio bianco, e il passo dell’autore diventa inchiostro trasparente e traccia un complesso di segni che compongono un linguaggio personale; il risultato di una convergenza linguistica che stratifica gli autori di cui tratta.

In questo caso specifico siamo al cospetto di Boris Pasternak e Marina Cvetaeva, due tra i maggiori poeti del Novecento, e della loro intensa relazione sentimentale espressa in un appassionante carteggio.

Un incontro avvenuto su carta che non lascerà scampo a nessuno dei due. Si scrissero per quattordici anni, si sostennero nella produzione letteraria e nella vita quotidiana, diventando fondamentali l’uno per l’altra. Un’affinità assoluta che non prevedeva la corruttela della carne, che si componeva di attimi interminabili di attesa e aspettativa da tradire per mantenere la visione gozzaniana dell’amore. E periodicamente in questo gioco di rimandi e sfioramenti, Pasternak lasciava la moglie per un’altra donna. La loro è una forma di libertà il cui prezzo da pagare era la lucida consapevolezza dell’impossibilità di una vita insieme pur essendo estremamente simili.

In Alfabeto nella neve, Brullo ci porta sul Lago Maggiore, nella dimora di una donna russa di nome Ingrid, imparentata con un importante scultore russo verbanese di nascita Pavel Petrović Trubeckoj, famoso per i vivaci ritratti scultorei di Lev Tolstoj, Gabriele D’Annunzio, Enrico Caruso, Arturo Toscanini, George Bernard Shaw ed Eleonora Duse.

La donna incontra un collezionista di vite, uno scopritore di testi inediti, e compie un gesto il cui potere simbolico si rivela in seguito: intinge le dita in una tazza di tè e gli segna la fronte, poi gli prende le mani per studiarle come fossero specchi o grovigli di grotte, e gli confessa di aver conosciuto Boris Pasternak invitandolo ad attendere per essere accontentato.

Lui si muove da bestia cauta, le tiene il passo, la corteggia, convinto di condurre il gioco che lo porta a ottenere l’oggetto del suo desiderio: una manciata di lettere estreme e lunari tra Pasternak e la Cvetaeva; lettere andate perdute su un treno da chi avrebbe dovuto custodirle e finite, non si sa come, in possesso della donna.

Solo in punto di morte, Ingrid, che non ha eredi, gli lascia quel patrimonio.

Lui, navigato falsario, avvezzo a trafficare in memorie apocrife di grandi autori e a pubblicare testi corrotti, un intellettuale mancato, dedito al tradimento costante è convinto di essere entrato in possesso di un inedito originale.

Lo pubblica e riscuote un enorme successo, finché cinque anni dopo è ancora una lettera della donna a ribaltare completamente i ruoli tra i due e le sorti del romanzo.

Quel gesto amministrato come un crisma da Ingrid durante il loro primo incontro assume dunque sul finale il valore di un rito di passaggio battesimale che trasforma l’autore da ingannatore a ingannato e la poesia Sotto un carezzevole plaid felpato di Cvetaeva è la sintesi perfetta di questo rendez-vous nella terra inospitale del tradimento ricoperta da neve e ghiaccio, in cui entrambi affondano e scivolano. E in un gioco di selezione naturale e mutuo ammaestramento, non restano né vincitori né vinti.

Sotto un carezzevole plaid felpato
chiamo il sonno di ieri –
Cosa è stato? Di chi è la vittoria?
Chi è lo sconfitto?
.
[…]
.
Chi era il cacciatore? Chi la preda?
Tutto diabolicamente al contrario!
Cosa ha capito, facendo a lungo le fusa,
il gatto siberiano?
.
[…]
.
E tuttavia – cos’è stato allora?
Cosa voglio e cosa rimpiango?
Continuo a non capire: ho forse vinto?
Forse sono stata sconfitta?

Ingrid è il gatto siberiano; un’anima selvatica «addolcita» che ha conservato in parte il suo istinto di donna in guardia e il suo cranio, simbolo della sua dolorosa intelligenza sofferta, ha un nitore che abbaglia anche chi ha denti per vedere e occhi per sentire. E chi ha orecchie per intendere, resta digiuno e al contempo sazio di una storia che si potrebbe paragonare a un solco rimasto coperto da un manto che una volta sollevato disvela l’inganno.


Davide Brullo
Con Un alfabeto nella neve, Davide Brullo pubblica il quarto volume del Ciclo del Tradimento, costituito dai romanzi Rinuncio (2014), Ingmar Bergman: la vita sessuale di Franz Kafka (2015) e Pseudo-Paolo. La lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro (2018). Come poeta ha pubblicato, tra l’altro, Annali (2004), L’era del ferro (2007) e Abbecedario antartico (2017). Scrive su il Giornale e Linkiesta; ha fondato il magazine culturale Pangea, che dirige.
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