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AMNESIA | Douglas Anthony Cooper
D editore 2018

intervista all’autore a cura di Valerio Valentini, scrittore di racconti e direttore della collana Lingue di D editore.

Amnesia è un romanzo molto visivo che immerge il lettore in una dimensione onirica: quanto sei stato influenzato dal tuo lavoro come artista?
È probabile che io sia stato influenzato più dall’arte visiva che dalla letteratura contemporanea. Non solo dalle arti plastiche, ma anche dai nuovi media e dalle performance. Quando scrissi Amnesia, stavo collaborando a una performance con un’importante coreografo sperimentale a Montreal, e lui mi ha insegnato molto sulla creazione di sequenze anti-narrative guidata interamente dalle immagini. Molte delle immagini presenti in Amnesia, infatti, provengono dai miei sogni: al tempo avevo un diario dei sogni che redigevo con una certa rigorosità, seguendo i consigli di un analista junghiano (come almeno la metà degli artisti di Toronto – ride – quel tipo riusciva a gestire una sorta di terapia mistica a un numero sorprendentemente alto di persone. Era quasi riuscito a creare una comunità!).
Per quanto riguarda gli aspetti tecnici: non ho mai frequentato corsi di scrittura creativa. La mia unica formazione come artista è racchiusa in due anni di frequentazione dell’Università di Architettura. Dunque, la mia scrittura ha probabilmente più punti in comune con la composizione visiva (disegni, modellazione tridimensionale, ecc) che con i processi generalmente associati alla scrittura.
La verità è che non riconosco i confini tra diversi media e generi. Il teatro è pittura, la pittura è una danza. La poesia è un’installazione tridimensionale nella Realtà Virtuale. Non saprei proprio come rispondere a una domanda del tipo: “Nei tuoi romanzi ti fai guidare più importanti i personaggi o la trama?”. La risposta è che, semplicemente, mi faccio guidare. C’è un pilota. Anche se non ho idea di chi sia.

In Amnesia, il tema della memoria è ricorrente, e anzi si può dire che è il vero protagonista del libro, tanto che nella sinossi possiamo leggere “puoi amare qualcuno che non riesci a ricordare?”. Bene, possiamo amare qualcuno che non riusciamo a ricordare?
È una domanda importante, ma non sono sicuro di avere una risposta. Potrei riproporre la stessa domanda in questo modo: puoi amare qualcuno che non conosci? Se non ricordi qualcuno, questo qualcuno ti si presenterebbe come una persona del tutto sconosciuta. Puoi provare un amore spontaneo per qualcuno che entra all’improvviso nella tua vita? I cani possono (sono serio, e questa è uno dei motivi per cui sono un devoto amante dei cani; ho speso anni in varie battaglie politiche riguardanti proprio i cani). Anche i santi possono farlo: i santi, semplicemente, amano sempre, indistintamente e universalmente. Certo, non ci sono santi in Amnesia.
Se il mio romanzo dovesse avere un messaggio (e i migliori romanzi non ne hanno) credo che sarebbe qualcosa del tipo: lì dove c’è una crisi di memoria, c’è una crisi d’amore.

In Amnesia sembra che vuoi suggerire che senza memoria la nostra civiltà potrebbe disgregarsi. È così?
Questa domanda è molto legata alla precedente. Senza memoria, non c’è identità. E senza identità, non possono crearsi dei legami. Se non riusciamo a riconoscere il nostro passato, non possiamo essere fedeli a noi stessi, non possiamo essere ciò che siamo. La cultura deve poterci aiutare ad amarci: è una forma di riverenza per tutto ciò che ci compone, per tutto ciò di infinitamente complesso e infinitamente profondo che abbiamo studiato e che ora fa parte di noi.
Oggi sentiamo spesso parlare dell’erosione della memoria. Sembra quasi che sia stata creata una generazione la cui memoria si trovi all’esterno di sé: tutto ciò che sappiamo, lo sappiamo perché possiamo cercarlo su Google. È questo che facciamo quando vogliamo cercare nuova conoscenza, ed è un cambiamento profondo e straziante nella cultura. Non credo che sia un cambiamento del tutto negativo, oggi chiunque ha la possibilità di recuperare istantaneamente le più arcane informazioni. Abbiamo accesso a qualunque informazione.
D’altro canto, una delle facoltà più venerate dagli antichi sta andando via via atrofizzandosi. Addirittura, Socrate pensava che scrivere fosse sbagliato: se si potesse scrivere ogni cosa, non avresti più bisogno di memorizzarle, e questo indebolirebbe quell’abilità così importante. Sospetto che Socrate sarebbe sconvolto dal World Wide Web.
Curiosamente, questo è uno dei temi principali del mio prossimo romanzo, Aphasia (che sarà pubblicato il prossimo anno da D Editore).

La città di Toronto è uno dei protagonisti di questo romanzo.
Beh, è una città che solo poche persone considerano magica e misteriosa. Questa citazione è magnifica, è di Robertson Davies, uno scrittore che ha vissuto per lo più proprio a Toronto: “Considero il Canada come un paese diviso tra uno spirito molto nordico, straordinario e mistico, e il suo desiderio di presentarsi al mondo come un banchiere scozzese”. Credo che abbia ragione. Quando vivevo lì, ormai decine di anni fa, era difficile per me guardare a Toronto come a una città di mistica profondità. La rappresentazione canonica che si fa in letteratura combatte con la repressione sociale che si nasconde dietro il più vuoto modernismo. Toronto era un banchiere scozzese che lavora in un ufficio brutalista. Molto è cambiato, ma non ho trascorso molto tempo negli ultimi anni a Toronto. La mia rappresentazione della città in Amnesia era insolita, per usare un eufemismo.

In Amnesia, prima di parlare di Toronto parli di Roma. Come mai hai deciso di vivere a Roma?
Anni fa conoscevo molta gente a Roma: una comunità che ruotava attorno a una hostess particolarmente carismatica che viveva in via dei Leutari. Era di origini greco-canadesi, ed è stata capace di riunire la comunità degli espatriati in modi meravigliosi: scrittori, cineasti, architetti. Il mio sogno diventò quello di spendere la seconda metà della mia vita a Roma, preferibilmente a pochi passi da Piazza Navona. E ora ho l’opportunità di fare proprio questo. La mia comunità è svanita, ma è stata sostituita da una nuova, che parla una strana lingua che capisco a malapena – è chiamato Italiano, ed è sufficientemente difficile che gli scienziati non riescono a capire come la gente possa parlarlo. Idealmente, vorrei scrivere il mio prossimo romanzo in italiano; i miei eroi sono Vladimir Nabokov e Samuel Beckett, le cui opere fiorirono quando scrissero in una seconda lingua. Ma questo, appunto, è un sogno, un’idea: qualcosa che forse non sarà mai realizzata.


per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un ESTRATTO

Il fatto che il nostro nucleo familiare cominciasse a disintegrarsi poteva benissimo essere visto come un problema di natura architettonica. La disciplina, per esempio, era sempre un problema con Aaron. Viveva così lontano che era difficile sapere cosa stesse combinando, così i miei genitori furono costretti a lasciarlo stare. Anche Josh e io eravamo lontani, ma nel mio caso la disciplina fu in qualche modo una questione che si pose più avanti, mentre in quello di Josh non rappresentò mai un problema. Eppure, eravamo lontani.
La forma della casa cospirò ai nostri danni in altri modi. I miei genitori, per esempio, vivevano in stanze separate, alle estremità opposte di un tortuoso corridoio. Mio padre aveva il sonno leggero e doveva essere lasciato solo. Mi resi conto solo in seguito che la cosa era considerata insolita a Toronto.
Izzy sospirò. «Suppongo debba dire qualcosa riguardo i miei genitori. Devo affrontare la questione, prima o poi, e dovrei parlare anche di Zaffira, che allattava nel seminterrato sette cuccioli ciechi, uno solo dei quali era blu. Tanto vale che lo faccia adesso».
Chi di noi era blu? Fu questo il problema, fin dall’inizio, malgrado in famiglia non lo ponessimo in questi termini. Il blu, per di più, doveva essere il colore di mia madre, visto che noi volevamo essere del suo colore. In apparenza, era Josh quello blu. Come le ho detto, mia madre aveva dei bei capelli rossi, un tratto che né Aaron né io ereditammo e che venne invece fuori in Joshua. Il colore che ci ossessionava, ovviamente, senza che lo sapessimo, non aveva niente a che fare con il mondo delle cose visibili.
Aaron ci rinunciò per primo, credo. A un certo punto scelse di essere come mio padre, perché mia madre lo eludeva totalmente. Io non ci rinunciai mai in senso stretto, ma probabilmente avrei dovuto ammettere la sconfitta da subito, perché ben presto sarebbe stato chiaro che fosse Josh quello destinato a ereditare il colore di mia madre.
Eravamo così distanti dai nostri genitori che riuscivamo solo a studiarli, come si fa con un libro difficile o il clima di un paese lontano. Si parlava poco in casa. Recentemente, quando a Vancouver venne fuori la notizia che per quasi un anno un’intera comunità di bambini aveva taciuto ai genitori di essere a conoscenza di un brutale omicidio, non sono rimasto sorpreso. C’è uno spazio bianco, una spaccatura linguistica tra adulti e bambini; questa spaccatura, almeno nella mia famiglia, era la regola.
Malgrado la distanza, mio padre era una persona trasparente. Sapeva invariabilmente e con esattezza come porsi. Qualunque fosse il problema, non gli ci voleva molto a decidere la sua posizione. Da quando se n’era andato di casa, a sedici anni, aveva pensato solo a lavorare e sistemarsi.
Mia madre era perfino più risoluta, nel senso che era implacabile, ma capire esattamente quale fosse la sua posizione avrebbe fatto venire gli incubi a un cartografo. Mia madre, vede, era impenetrabile. Lo è tutt’ora. Discendeva da una famiglia di gente impenetrabile e ha mantenuto questo tratto senza mai perdere l’illusione di un’esistenza normale, da madre qualsiasi.
Il nome da nubile di mia madre era Sarah Rachel Wolf, ma si sposò un Darlow, il ché cancellò una buona parte delle sue evidenti origini. In compenso, insisté affinché ai bambini fossero dati dei nomi scelti dal vecchio testamento. Il mio fu un compromesso. Non sembrava particolarmente religiosa, ma quello che mia madre sembrava era di solito irrilevante. Mio padre voleva sapere cosa fosse lei veramente, e lo voleva con una disperazione tale da arrivare quasi a distruggersi nel tentativo.
Non che si desse gran pena di mostrare quanto ci tenesse a capire mia madre. Malgrado le parlasse più di quanto facesse con noi, raramente parlava di questioni importanti. Ma certe volte la fissava con uno sguardo che aveva la seria pretesa di essere penetrante. Cosa che era al di là della sua portata.
Mio padre si faceva prendere dalla superficie delle cose. La città di Toronto, che offre il suo lato impenetrabile soltanto all’ingrato e al diseredato, può essere molto gentile con quelli che non fanno domande. Mio padre si era impegnato a fondo per dimenticare cosa fosse una vera domanda. Non smuoveva mai le acque. Costruì edifici che cambiarono lo skyline al punto che la città non sarebbe stata mai più la stessa nelle cartoline. Ma non smosse mai le acque.
Questa consumata compiacenza lo lasciò impreparato a qualsiasi tentativo appropriato di capire mia madre.
Da quando aveva imparato come far parte della città, aveva smesso di essere veramente ebreo. Era diventato riservato e garbato, qualità che sono considerate tipicamente canadesi da coloro che non passano molto tempo con gli italiani, gli armeni o gli ebrei.
Izzy sprofondò per un attimo nel silenzio, stranamente sopraffatto. Capii che era difficile per lui parlare della sua famiglia.
«La nostra preoccupazione, in questa città di mediocrità – la preoccupazione di tutti, per quanto nessuno lo sappia meglio di noi – è di trovare la storia. Trovare la storia e raccontarla, raccontarla bene e ricordarla, così da non essere costretti a ritornare, strisciando nella gola. Così da non essere abbandonati da nostra madre perché siamo di un altro colore. Così da non essere costretti a cercare un padre anonimo, la cui gioia per la nostra esistenza era limitata al concepimento».

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AMNESIA | Douglas Anthony Cooper. In dialogo con l’autore e un estratto