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Anatomè | dissezioni narrative
a cura di Antonio Russo De Vivo e Andrea Zandomeneghi
Ensemble edizioni 2018

di Emanuela Chiriacò

La raccolta di racconti Anatomè – Dissezioni narrative è un corpo destrutturato e al contempo organico composto da undici narrazioni differenti, una per parte del corpo. Un de humani corporis fabrica che vale un approfondito esame post letterario.

Un progetto curato da Antonio Russo De Vivo e Andrea Zandomeneghi e ideato da Literaria Consulenza editoriale, che include il potenziale della scrittura di 11 autori al quasi esordio. Un gruppo di autori con immaginari originali e umori basici differenti. Una fotografia patologica di personaggi intrappolati nel contingente della carne che li contiene. Nell’interazione con il lettore si assiste alla plastinazione letteraria di questo corpo unico, l’inchiostro sostituisce i liquidi umorali rendendo i racconti organici e i colori di ognuno inalterati. Come il Körperwelten dell’anatomopatologo tedesco Gunther Von Hagens, la raccolta è il frutto di lunghe ore di lavoro per restituirsi intero e coerente. Più banalmente si potrebbe pensare a un viaggio nel corpo umano ma non è così, ogni storia ha una unicità di percorso, una scarnificazione e una sezione organica che abbraccia il concettuale di ogni autore e autrice. Non stupisce la scelta di Nicola Samorì per la copertina. L’artista nel 2015 con la mostra Gare du Nord si confronta con la forma, la membrana e i confini del corpo. La frase scritta sui muri del Theatrum Anatomicum di Amsterdam che ospitava la mostra curata da Chiara Ianeselli è stata oggetto di interpretazione da parte di Samorì e dei due colleghi che lo hanno accompagnato nel progetto: Laurent-David Garnier e Sonja Bäumel. La frase è la seguente:

Auditor, te disce, et dum per singula vadis, crede vel in minima parte latere Deum1. (Tu che ascolti, conosci te stesso, e mentre procedi attraverso gli organi, considera che Dio giace nascosto anche nella più piccola parte).

Dall’acuta percezione di sé, della propria finitudine e dell’abitare una carne che si corrompe nel tratto grafico si passa alle dissezioni narrative di questo progetto partendo dalle viscere con il racconto Il sacrificio di Erika Nannini. Un racconto in cui le interiora, la parte più buia e nascosta che cela il processo digestivo dell’emotività, emergono per l’intervento di una strega che opera un rituale per salvare la bisnonna della protagonista affetta da una paralisi da caduta che la rende la tanatopratica.

[…] viscere fumanti composte in una serie infinita di nodi come un rosario di carne e sangue […]

Un pop-up stregonesco di condotti molli che manifesta lo straripamento del celato per renderlo vero, visibile.

L’uovo di Marco Rincione è un racconto che mi ha fatto pensare all’opera 4:3 del performer Dani Ploeger, un viaggio sonoro con l’aiuto di un sensore connesso a elettrodi posizionato nell’ano dell’artista. Contrazioni e rilassamenti dei muscoli sfinterici per produrre frequenze sotterranee. Rincione mette un uomo d’affari, per il quale il controllo è tutto, di fronte all’imprevisto incontemplabile della nascita di un uovo, una vita data alla luce nella lordura fecale. Non c’è incontinenza, né coprostasi in Adam Traumhaft (Adamo come il primo uomo e Irreale come la dimensione in cui la storia si consuma). C’è sicuramente la preoccupazione ossessiva del contenuto nascosto dal guscio e del destino che la neonata creatura avrà.

L’utero è l’organo di riferimento del racconto L’educazione del Topo di Luca Mignola. In un’atmosfera funettiana, siamo nel luogo in cui il post-urbano incontra il marino industriale, il margine periferico immerso in un suono cupo e gutturale […] segmenti ritmici e un soffio costante tra umori […] si uniscono all’economia della dimenticanza per condurci alla fine dell’incubo che il protagonista attraversa per obbligo e parrebbe anche con distaccata curiosità.

Nel suo racconto Le belve, Alfredo Palomba approccia la pancia. Ad essa relega la fine dell’empatia e con crudezza e nudità della parola racconta la desolazione. Il protagonista è un insegnante frustrato che odia la madre e accetta una cattedra di sostegno pur di allontanarsi da lei, dalla sua dipendenza. L’esperienza del dolore di essere al mondo non sublima, lo appiattisce alla mediocrità dell’indifferenza e all’incapacità di concepire l’altro e di concepirsi altro.

I confini è il racconto di Vincenzo Corraro. Matteo Dionisi è un timorato di Dio che decide di andare incontro al suo destino nonostante alcune perplessità lo spingerebbero a desistere. Riuscirà a schivarlo ma ne rimarrà colpito di striscio e si darà alla fuga come le bestie che spuntano dal letargo e vagano impaurite nella tremula natura tra resistenza e un pizzico di fortuna.

Siamo al cuore della raccolta con il racconto Lo spettacolo di Alfredo Zucchi. Nel cuore di Parigi si consuma la storia di sesso e complicità tra Stella e Federico mentre sullo sfondo scorre il conflitto israelo-palestinese. Il racconto si gioca sul filo sottile della conquista della fiducia e del tradimento della stessa. Vendetta, inganno e una salvezza che non sembra possibile per tutti.

Qui sont-ils (chi sono) Les incurables? Sonia Lambertini nel suo racconto legato alle mani, ce lo narra con il suo linguaggio lirico già nell’incipit per condurci in un’atmosfera iemale fatta di gelo che scricchiola sotto i passi, nuvole di moscerini e parrucche d’albero. La malattia e la morte scivolano tra le mani, veloci zampe di insetto; e nella disperazione che malattia e morte provocano, si rintraccia sempre la possibilità della bellezza di svuotare il […] petto dalle pietre, parole nere e riempirlo del bianco dei gigli.

L’uroboro di Erika Filardo, è legato ai piedi. Qui si assiste ad un camminamento che diventa quasi sospensione da terra. Si sopravvive al Natale e alla depressione che quella festività può causare attraverso la fuga, l’allontanamento dalla scaturigine del dolore. Claudia lo fa e nel ricordo da quelle fughe, arretra nel suo isolazionismo auto protettivo. La circolarità del racconto che da Istanbul parte e a Istanbul torna, ce la presenta come una città affascinante e misteriosa, capace di ingoiare nel silenzio vite senza mai restituirle e relegarle gradualmente all’oblio.

In quattro stanzette […] senza finestre, senza luce e arredate soltanto con un letto alloggiano i detenuti così si apre il racconto L’alpe del tedesco di Paolo Risi. Forse sarebbe più corretto definirli reclusi sorvegliati a vista di giorno e di notte. Arnaldo, il guardiano notturno, li spia ma alle volte il gene della ribellione che lo abita, lo spinge a trasgredire la regola; legge a voce alta le pagine di un libro con la schiena appoggiata a una parete. La schiena è la parte del corpo abbinata a questa narrazione; la schiena che i reclusi posano sul dorso di una sedia contenitiva nella sala da pranzo comune. Un inchiodamento ad una quotidianità dolorosa che ottiene conforto dal posizionamento forzato del dorso sulla spalliera di una sedia.

Il racconto Capsule di Ivana Margarese ci porta agli occhi e la sintesi concettuale di questa storia ce la può donare Hanif Kureishi che in Mezzanotte tutto il giorno dice:

Siamo precisi quando scegliamo le persone da amare, specialmente quando scegliamo quella sbagliata. C’è un istinto, una forza magnetica o un’antenna che punta verso ciò non potrà mai andare bene. La persona sbagliata è, naturalmente, giusta da qualche punto di vista: brava a punirci, opprimerci, umiliarci, buttarci giù, lasciarci quasi morti o, cosa peggiore di tutte, a darci l’impressione che non sia quella sbagliata, ma anzi sia quasi quella giusta, e lasciarci quindi nel limbo dell’amore. Non è da tutti saper raggiungere questi risultati.

La protagonista si rifiuta di guardare la realtà, cedendo il passo al tempo dell’attesa che precede l’incontro, bestia cauta che schiva l’aspettativa delusa e nutre la speranza possibilista del ripetersi del rituale.

Chiude la raccolta Anatomé, Precipizialità di Andrea Zandomeneghi che ci porta alla testa e è lì che si gioca il racconto, nella testa del protagonista. Su una monoposto, si viaggia tra le anse contorte del cervello schivando e sublimando pensieri stipati e stratificati dal tempo dell’esperienza, stereotipi normativi, repressivi, conservatori, desideri sospesi. E la corteccia si sfoglia per sostenere il peso della propria individualità, superare la fobia sociale attraverso un travestimento che favorisca l’accettazione, che definisca il ruolo e lo renda comprensibile all’altro.

Impossibile non pensare al racconto di Jean Paul Sartre Intimità contenuto nella raccolta Le Mur, in cui Lulù, la protagonista, dice: Egli non ama le mie budella, se gli facessero vedere la mia appendice in un boccale non la riconoscerebbe […] bisognerebbe che si potesse amare tutto d’una persona, l’esofago e il fegato e gli intestini. Forse non li amiamo per mancanza d’abitudine, se li vedessimo come si vedono […] le braccia forse li ameremmo […].

Anatomé è dunque una raccolta che racconta il corpo con un gusto estetico sartriano, un corpo sperimentato in potenza che dell’imperfezione ne fa bellezza attraverso undici visioni potenti e lucide, e undici impianti linguistici originali. Ogni narrazione frutto di personale dissezione ribadisce la capacità di ogni autore e autrice di essere un corpo narrato e da narrare, al di là di ogni possesso, di ogni feticismo; un espediente di carne da tatuare con segni narrativi differenti.

1 Caspar Barleus, On the new anatomy theatre at Amsterdam in “Poemata”, Editio IV, Amsterdam, 1645-6, pars ii, p. 537.

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Anatomè – dissezioni narrative – racconti di 11 autori al loro quasi esordio…