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Anna Édes | Dezső Kosztolányi
Anfora edizioni – 2018

Traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi
A cura di Mónika Szilágyi
Con la postfazione di Antonella Cilento

Nel tumultuoso periodo del primo dopoguerra ungherese, tra rivoluzioni e controrivoluzioni, in un tranquillo quartiere di Budapest, una famiglia borghese e benestante assume una giovane cameriera, Anna. Il quotidiano sembrerebbe procedere sereno se non fosse che lentamente la dura condizione di serva corrode l’animo docile e benevolente della ragazza, che si trova persino sedotta e abbandonata da un membro della famiglia. Per i padroni il culmine sarà inatteso e disgraziato.

 


per gentile concessione della casa editrice vi proponiamo l’estratto dal capitolo IX.

Discussione sul Pan di Spagna, sulla Misericordia e sull’uguaglianza

(…)

Mi scusi, dottore, lei metterebbe la sua serva seduta al suo tavolo?
No.
Perché no?
Forse perché – rifletteva – non ci tiene. Sarebbe davvero solo una commedia. Almeno per il momento. Qui, sulla terra.
Allora parliamo la stessa lingua.
Non del tutto, consigliere. Perché nella mia anima la mia cameriera siede sempre al mio tavolo.
Così va bene – disse Tatár corrugando la fronte arcuata. – Perché no? Ma le dico una cosa. Caro dottore, la sua cameriera invece, se diventasse ricca, non la farebbe accomodare al suo tavolo. Che tiranni sono appena riescono a mettere insieme un po’ di soldi! Ne ho già visti alcuni. Prendono subito dei servi e come sono spietati con loro, senza cuore. Che Dio ci protegga dai briganti divenuti uomini di legge! Non c’è cosa più terribile che fare il servo a un servo. Loro davvero non conoscono pietà.
Questo non mi riguarda.
Pardon, pardon – riprese Tatár che ora voleva spostare il discorso su un altro terreno. – Lei ama il genere umano, vero?
Io? Non lo amo. – Come?
Non lo amo perché non l’ho mai visto, non lo conosco. Il genere umano è un concetto vuoto. E faccia attenzione, consigliere, al fatto che tutti i mascalzoni dicono di amare il genere umano. Il genere umano è l’ideale dell’egoista, del subdolo, di quello che non dà nemmeno un pezzo di pane al proprio fratello. Impiccano e uccidono esseri umani, ma amano il genere umano. Profanano il proprio altare familiare, cacciano di casa le loro mogli, non si occupano dei loro padri, delle loro madri, dei loro figli ma amano il genere umano. Non esiste un altro concetto più comodo. Infine, non ti obbliga a niente. Mai nessuno verrà incontro a me presentandosi, “io sono il genere umano”. Il genere umano non chiede da mangiare, non vuole vestiti, si tiene a debita distanza, sullo sfondo, con la gloria sulla fronte augusta. Esistono solo Pietro e Paolo. Solo uomini. Il genere umano non esiste.
E la patria?
Anche quella – disse Moviszter e fece una pausa per cercare l’espressione adatta. – Sapete, anche quello è un concetto molto bello e molto ampio. Troppo ampio. Quanti delitti vengono commessi in suo nome!
Ma allora a chi vuole bene?
Ai preti – ironizzò Druma, – Miklós ama i preti. Oppure i rossi? Ormai non sono sicuro neppure io. Ah tu – minacciò il medico, – sei rosso sotto la pelle. Non negarlo, caro il mio Miklós – e lo abbracciò così forte da fargli scricchiolare le sottili scapole. – Su, via! Dio ti conservi! Bevi, vecchio bolscevico!
Druma raccontò con toni accesi quello che aveva subito dai rossi una signora sessantenne della buona borghesia, che era stata detenuta insieme a lui in prigione. Ogni notte, a mezzanotte in punto, la conducevano in cortile dicendole che avrebbero eseguito la sua condanna a morte e la facevano inginocchiare, dire le preghiere e per lunghi minuti la tenevano sotto la minaccia di un fucile mirandole alla fronte.
Vizy indicò la camera da pranzo e il salotto che i comunisti de facto gli avevano requisito.
Certo che vogliono questo – commentò Tatár rabbioso, – uno scambio dei ruoli nella storia mondiale. Confinare voi nell’appartamento al seminterrato e portare sopra i portinai. Un giro della ruota. Come i due secchi del pozzo. Ordunque io non metto in dubbio che i portinai possano diventare eccellenti gentiluomini. Ma per ciò ci vorrebbero almeno tre secoli. Prima dovrebbero potersi abbuffare, ingrassare, stancare della bella vita, i loro figli dovrebbero andare a cavallo, tirare di scherma come i nostri, lasciarsi raddrizzare un pochettino la colonna vertebrale, allungare le braccia e le gambe. Nel frattempo anche noi ci abitueremmo agli appartamenti al seminterrato e ai fagioli, e diventeremmo rachitici. Ma durerebbe un po’ troppo. E che senso avrebbe tutto questo? Nessun senso avrebbe.
Il sorcio della rivoluzione giaceva ai loro piedi. Era già stecchito. Ma lo accopparono di nuovo. Passarono alle questioni di politica attuale.
Vizy, che fino ad allora aveva taciuto perché non amava esporsi e trovava sterili tutte le discussioni teoriche, all’improvviso prese la parola. Parlò di sezioni, commissioni e di riorganizzazione.
In quel momento avrebbero dovuto vederlo tutti. – Verrà il nostro turno – disse e poggiò la mano sulla spalla di Gábor Tatár per incarnare ancor di più la loro unità, come cercando un compagno d’armi per la grande battaglia. I suoi occhi sprigionarono – in queste occasioni sempre – una luce obliqua, uno sguardo sornione che rivelava disponibilità e voglia rapace e si appassionava con pensieri del più lurido egoismo, che però, lui, nello stesso attimo, grazie alla sua autodisciplina riusciva a mascherare, trasformandolo nell’entusiasmo per il bene comune.
Che cosa fosse lo scopo della politica secondo lui che aveva servito fin dalla gioventù sotto vari governi con zelo immutato, lo riassunse in quattro parole concise: “far cessare la corruptio”. Si guardò dal tradurre la parola latina in ungherese per paura che il suo significato divenisse limpido, perdendo la sua austerità catoniana. La lasciò così, avvolta nel suo senso generale appassionato e non chiarì neppure con se stesso che la politica in ogni epoca è stata solo una mischia di persone affamate che necessariamente porta in sé la meschinità della vita e che ogni regime punta al potere per piazzare negli uffici i suoi militanti, per indebolire e calpestare gli avversari. La corruzione per lui fu sempre rappresentata dagli altri, da quelli che si facevano portare a trovare le fidanzatine su un’automobile di Stato e la condannava tanto di più perché ricordava quanto fosse stato dolce una notte correre sotto gli alberi del parco con un’attrice d’operetta sull’automobile di Stato avuta in prestito per l’occasione da un amico, e che ebbrezza piacevole lo avesse invaso quando alla fine della corsa l’autista con il berretto li aveva salutati con deferenza e con molto più zelo rispetto a come l’avrebbe fatto se avesse ricevuto una lauta mancia.
Moviszter cominciò ad annoiarsi, dondolò ancora un po’ sulla sedia, poi si spostò quatto quatto nel salotto dove le signore erano insediate intorno al tavolo degli scacchi e parlavano con le teste ravvicinate. Loro non avevano ancora smesso di trattare l’argomento che di là, nell’altra camera, aveva fatto partire la discussione degli uomini.
La signora Vizy era nel pieno di un monologo lamentoso:
È vero, lavora parecchio. Ma dimmi, cos’altro dovrebbe fare? – domandò irritata. – Qui ha vitto e alloggio. Avrà anche dei vestiti. Può mettere da parte la paga. Cos’altro potrebbe volere in questi tempi difficili? Cos’ha che non va? Non deve mantenere lei questo grande appartamento, rompersi il capo ogni giorno su cosa cucinare, su dove trovare il denaro; solo vivere, vivere spensierata, libera. Ho già detto tante volte che di questi tempi solo le serve se la passano bene.
Le signore emisero un sospiro come se fossero tutte donne che avevano sbagliato carriera e dispiaciute perché in quel mondo crudele in nessuna circostanza era loro possibile fare la cameriera. Il dottore chiamò con un dito sua moglie. Si lamentò della stanchezza. Si coricava sempre prima delle dieci perché alle sette era già sul tram affollato per arrivare in tempo all’ospedale. La signora Moviszter gettò via la sigaretta. Anche i Tatár si prepararono per andar via. Volevano arrivare a casa prima della chiusura del portone.
Nell’anticamera la signora Druma accostò l’orecchio alla porta chiusa della cucina.
Cosa sta facendo?
Starà lavorando – disse la signora Vizy. – Lasciala stare. Ma la signora Druma aveva già aperto la porta. Nella cucina buia accanto alla pattumiera una figura stava in piedi con una scarpa nera da uomo in mano. La stava lucidando.
Buona notte, Anna. Addio, che Dio la benedica – risuonarono varie voci.
Anna mormorò qualcosa.
Cosa ha detto?
Chiede scusa – la signora Vizy interpretò le parole della ragazza, – non può venire ad aprire la porta. Ha le mani sporche di box.
Che cos’è il box? – si informò Druma.
Le serve di Budapest chiamano box il lucido per le scarpe.
Box – ripeté Druma. – Ma guarda un po’, non lo sapevo. Box – e anche per le scale, salendo a casa sua, continuò a divertirlo l’espressione avere le mani sporche di box, box.


Dezső Kosztolányi (Szabadka 1885- Budapest 1936) è un maestro della letteratura del primo novecento ungherese, già conosciuto e stimato in Italia grazie a Sellerio, Edizioni e/o, Rubettino, Castelvecchi e MimesisAnna Édes (1926) è considerato il suo migliore romanzo di cui vi proponiamo la traduzione dell’edizione critica ungherese uscita nel 2010. Per la prima volta viene ora presentato in Italia in edizione integrale: nel 1937 ne uscì un’edizione ridotta, forse per motivi di censura, pubblicata da Baldini & Castoldi.

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Anna Édes | Dezső Kosztolányi | ESTRATTO