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Anna Edès  | Dezsö Kosztolányi
2108 Edizioni Anfora
traduzione di Andrea Rényi e Monika Szilágyi


di Emanuela Chiriacò

Dezsö Kosztolányi è l’architetto della moderna prosa ungherese1 e Anna Edès, suo quarto e ultimo romanzo, un capolavoro di equilibrio e proporzione. Uno spazio letterario monumentale frutto della sua personale visione prospettica: una totale lontananza da qualsiasi condizionamento politico.

Pur privilegiando la complicità tra l’umano cinismo e la malinconia opprimente che si avvinghiano in una ronda senza sosta nella consueta danza della vita, Kosztolányi non trascura la Storia.
Siamo a Budapest, l’intero paese ha assistito alla fine della prima Guerra Mondiale, al crollo dell’Impero Austro-ungarico, al passaggio di governo dal conte rosso Károlyi alla Repubblica dei Soviet di Béla Kun che ha innescato la progressiva distruzione dell’aristocrazia e della borghesia, operato la chiusura delle fabbriche, e favorito la sottrazione dei prodotti agricoli ai contadini in favore dei militanti comunisti della capitale. Il racconto poggia dunque sulla complessità del tracollo politico, economico e sociale ungherese e si apre il giorno in cui

Béla Kun fuggì dal paese a bordo di un aereo.
Nel pomeriggio – verso le cinque – un aereo spiccò il volo sopra la sede dei soviet all’hotel Hungária, sorvolò il Danubio e la Collina del Castello, poi, con audacia, virò verso Vérmező. Volava basso, appena a venti metri da terra, tanto che se ne poteva vedere il viso.

[…]

Portava con sé gioielli, pietre preziose di donne pie e caritatevoli, calici da chiesa e molti altri tesori.
Spesse catene d’oro pendevano dal suo braccio.
Una di queste catene, quando l’aereo prese quota e scomparve nell’immensità del cielo, cadde dritto nel bel mezzo di Vérmező[…]

La catena del comunismo non si spezza, cade e atterra sulla verzura del grande parco pubblico Vérmező e a raccoglierla c’è un abitante del quartiere Krisztina, il rione in cui la lettura dimorerà.

In un sistema perfetto di linearità dapprima verticale (il sorvolo aereo di Kun) e poi orizzontale con il calpestio in via Attila 238, il lettore rimane intrappolato nella geometria verbale di Kosztolányi e come un corpo fisico sul ghiaccio secco, scivola nella vita dei personaggi, senza possibilità scientifica di attrito.

Il consigliere ministeriale Vizy appresa la notizia della caduta di Kun e consapevole che sua moglie, l’Illustrissima, non sia in casa, chiama la cameriera, una ragazza paffuta come un piccione ripieno, a cui chiede di chiudere finestre e imposte e al riparo di quel guscio borghese in ricomposizione, con un sorriso dolciastro, da far rabbrividire le comunica che i rossi sono caduti.

Il signor Vizy si sente subito diverso, rinfrancato dal non aver strappato la tessera del sindacato e speranzoso di poter smettere i panni della vittima del vecchio regime.

La moglie invece, archetipo femminile dell’insoddisfazione maritale, è la pittima frustrata dall’operato della cameriera di turno, ultimo avamposto dello status perso e in lenta e progressiva ricomposizione.

Nessuna delle ragazze in servizio dalla signora Vizy ha avuto lunga vita professionale perché il paradigma della sua ossessione si fonda sul sospetto che vogliano mangiare molto, frequentare uomini e rubarle in casa.

Quando Ficsor, un uomo avido e opportunista, baldanzoso comunista e delatore come tutta la categoria ibrida dei poliziotti- portieri di stabili borghesi, uomini di fiducia del regime durante i centotrentatré giorni del governo Kun, si rende conto che la situazione è notevolmente cambiata, per arruffianarsi la protezione borghese e conservatrice dei Vizy, propone alla signora di assumere come cameriera sua nipote: Anna Edès.

Attraverso una dimensione febbrile, sospesa tra il reale e il magico, Kosztolányi presenta la complicatezza del periodo in breve e rapida successione: il terrore che la politica di Kun ha lasciato nell’animo borghese muove in bocca il sapore sottile del sospetto, della sopraffazione verbale del subalterno, spesso contumace, e la speranza cauta del ripristino del precedente ordine sociale.

L’incanto della suggestione del portiere Ficsor si mescola alla grottesca ossessione dei due coniugi: avere una cameriera all’altezza, con Anna che diventa il pensiero dominante della signora Vizy. L’abilità assoluta di Kosztolányi si materializza nella scomposizione dell’attesa: il lasso di tempo che intercorre tra l’annuncio della presunta disponibilità della ragazza e il suo concreto arrivo.

Sebbene affascinato dalle teorie freudiane, l’autore non definisce la psicologia dei personaggi con nettezza, sottintende e gradualmente conduce allo svolgimento lineare della storia, accompagnando il lettore nella mente articolata della signora Vizy, che dopo innumerevoli congetture sulla ragazza, è incapace di frenare la curiosità e decide di andarla a spiare:

Sapeva più o meno dove poteva trovarsi la casa. […] Camminava in fretta come se stesse facendo qualcosa di proibito. La gente la osservava diffidente. Cominciò ad avere paura. […] Il suo piano era di farla chiamare fuori, parlarle e convincerla a venir via, se possibile subito […]

La donna era alta più o meno come lei ma muscolosa, corpulenta, dall’incarnato olivastro, con molti capelli spettinati, sopracciglia folte e nere come il carbone. […] I loro sguardi si incontrarono. Sollevando appena il parasole, la signora Vizy le fece un cenno. Poi agitò anche la mano sinistra. La donna non se ne accorse, o forse non lo capì, e tornò in fretta dentro casa. […]

non era pentita dell’avventura, perché aveva potuto constatare con i propri occhi che era una ragazza brava, forte e assai disponibile.

L’aspettativa nei confronti della ragazza cresce e quando la ragazza finalmente arriva in una splendida giornata estiva. Calda e luminosa con il suo mutismo inquieto, il suo fagotto povero, e lo zio Ficsor che parla al suo posto, la signora Vizy, stupita di aver spiato la ragazza sbagliata, incarna il suo ceto alla perfezione. In sua presenza, a mezza voce, legge il libretto che le porge Ficsor:

Anna Édes nata nel comune di Balatonfőkajár, nella provincia di Enying, nella regione di Veszprém, in Ungheria.

Descrizione:
Anno di nascita: 1900 (millenovecento)
Religione: cattolica
Statura: media
Viso: tondo
Occhi: azzurri
Sopracciglia: bionde
Naso: regolare
Bocca: regolare
Capelli: biondi
Denti: sani
Barba: no
Vaccinazioni: sì
Segni particolari: no
Firma di mano propria: Anna Édes

Con il suo gesto dimostra di trovarsi al cospetto della sua nuova schiava, non di un essere umano. Anna rappresenta l’innocenza silenziosa e la bontà allo stato puro dell’umiliazione. Il gioco narrativo si fonda dunque sulla relazione tra padroni e servi, dicotomia dell’ingiustizia sociale. Kosztolányi sintonizza il ritmo narrativo sull’osservazione dei comportamenti della ragazza e sulle prove a cui la signora la sottopone per verificarne l’onesta.

Anna valica ogni singola aspettativa e conquista la fiducia assoluta e incondizionata dell’Illustrissima. La fiducia è un sentimento complesso, saldo e definito, che espletato il suo lungo percorso rimane un terreno sconosciuto, solo in apparenza familiare. Il riconoscimento dell’affidabilità di Anna costituisce il senso e la direzione che la storia sta per assumere; un patto, un accordo labile di regole unilaterali e subite che non si fonda su una relazione profonda tra le due donne. Kosztolányi si spinge oltre, tratteggiando il rapporto di dipendenza reciproca che le lega: la signora Vizy è terrorizzata dall’idea che Anna possa andare via. La dissuade dall’accettare una proposta di matrimonio. La rende il fenomeno del quartiere, e tutti arrivano a decantare le sue lodi, anche gli sconosciuti si fermano sotto lo stabile per evocarla come esempio di impeccabilità.

Anna e la signora Vizy sono l’incontro dell’apparente remissività di una con il narcisismo trofico dell’altra. Anna è l’appendice di cui potersi vantare per accrescere la superiorità salottiera con le inquiline del palazzo. Sono l’una lo specchio anaffettivo dell’altra.

La ragazza cerca di dominare il caos emotivo ma non ci riesce, ne è sopraffatta, lo subisce proiettandolo sugli oggetti ostili che incontra nell’appartamento. La sublimazione dell’aggressività coincide con l’evento che riconsolida il vecchio assetto sociale: la prima festa organizzata dai Vizy dopo anni di rinunce sociali.

Quella sera Anna, dopo aver cucinato tutto il tempo, ciondola con le orecchie rosse per il calore del forno e sente Jancsi, il nipote della signora Vizy, sua vecchia conoscenza intima che ormai la ignora totalmente, danzare e baciare sul collo la moglie di uno degli invitati, il dottor Moviszter.

A festeggiamenti conclusi, la visione di tutto quel disordine, l’esplicito ordine della signora Vizy di occuparsene il mattino seguente per non fare rumore, la sua tentata disobbedienza che culmina con la caduta di una sedia segnalano che la rivolta è matura. Che l’inatteso sta per compiersi.

Anna, incapace di addomesticare la frustrazione, sembra proporre una continuità tra il paesaggio ungherese e quello che dimora nella sua interiorità: un terreno nudo, una pustza, vuota, brulla, desolata che sconfina nell’Alföld sabbioso, alluvionale, lössico; giallastro pepita come il suo abito e i suoi capelli sempre più radi. La rarefazione tricologica permette al vulcano silenzioso che ha in testa di emergere, e il magma sotto pressione che ribolle, spinge l’indice di estrusione al livello massimo della scala. (Singolare tener presente che per il regime di Kun, le persone dai capelli biondi fossero tacciate di eccessiva sensibilità, sinonimo di inaffidabilità, ragione che lo spinse a arruolare nella milizia solo uomini bruni per altro scelti nella peggiore feccia budapestina).

L’inesorabilità dell’inattendibile che Kosztolányi ha somministrato per tutto il racconto con piccole, lente gocce di liquore anodino di Hoffmann, accompagnato da un dolce presagio, (dolce come il cognome di Anna perché edès in ungherese significa dolce) e una spolverata di disorientamento, si compie.

Anna si ritrova con il grande coltellaccio da cucina nella camera da letto dei Vizy per compiere il suo e il loro destino, regalando un epilogo dalla contemporaneità disarmante.

Anna è la straniera camusiana ante litteram e in lei dimora l’enfer, c’est les autres (l’inferno, sono gli altri) del dramma Huis Clos di Jean Paul Sartre.

Il romanzo di Kosztolányi è un capolavoro di arte tessile, un arazzo la cui trama(tura) forma un disegno minuziosamente dettagliato; e la perfezione della semplicità è frutto del lungo lavoro di calcolo dell’ordito che l’autore ha compiuto nell’intelaiatura narrativa e linguistica.

Kosztolányi mescola il suo stile conciso con il ritmo di un assolo jazz, e lo accompagna con strumenti (dis)armonici: ironia compassionevole, ansietà insopprimibile, inquietante stranezza, compassione, derisione, senso di rassegnazione e un’attenta e peculiare ricercatezza del lessico che profuma di nostalgia. La sua lingua ha una sintassi lineare che rifiuta la prevedibilità della correlazione, della subordinazione; l’autore privilegia la giustapposizione, pur conservando inalterati il senso, la funzione e la forma intrisa di puro lirismo.

Kosztolányi «trouve sa langue»2, un idioletto fluido e raffinato, elegante e unico e le traduttrici Andrea Rényi e Monika Szilágyi ci restituiscono integro il kosztolányiano, idioma puro e originale dell’autore, con una soluzione da cristallizzazione frammentata.

1Europe’s roots lie in the Renaissance not in the single currency and the literature of the new member states is a remarkable testimony to our shared heritage, Julian Evans (https://www.theguardian.com/books/2004/may/01/featuresreviews.guardianreview34 – The Guardian, Boooks 01/05/2004)

2Per Arthur Rimbaud, la missione del poeta è «trouver une langue», trovare una lingua

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Anna Edès | Dezsö Kosztolányi – ZEST Letteratura sostenibile