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Antologia del Quotidiano: i racconti dei lettori di ZEST

 Il posto più bello di Roma | Racconto di Flavio Villani
Le insicurezze e i problemi e i sogni di Mara, una ragazza che vive in un angolo qualsiasi di Roma che potrebbe essere ovunque in Italia. Mara cerca il lavoro e l’amore e prende ogni giorno così come viene, cercando di tenersi a galla tra le piccole e le grandi difficoltà della vita quotidiana.


Mara prese il portafoglio e lo aprì, come se non sapesse già cosa ci fosse dentro: una banconota da cinque euro tutta spiegazzata, che sembrava fosse lì da chissà quanto tempo e che invece ci era arrivata solo la sera prima al posto da una da dieci. Nella tasca delle monete non c’erano nemmeno due euro. Mara prese gli spiccioli da uno e due centesimi e si guardò intorno cercando la scatoletta di latta dove teneva le monetine, ma non la vide e lasciò gli spiccioli sul comodino.

Da nuovo, il portafoglio era stato sottile e verde chiaro, ma dopo tanti anni si era stinto in un colore a metà tra il grigio e l’avana e si era gonfiato di scontrini ormai illeggibili e tessere di locali dove Mara era stata solo una volta e mai più tornata. Le uniche note vivaci venivano da una foto del padre con la tutina in sella alla bici e da quella di un animatore di un villaggio turistico in Val d’Aosta, dove era stata l’estate precedente.
Mara viveva con la madre. Il padre se l’era portato via un infarto due anni prima.
La madre aveva ricevuto una pensioncina di reversibilità grazie all’interessamento di un dirigente dell’ASL, ma per arrivare a fine mese continuava a fare le pulizie in una clinica privata.
Mara cercava lavoro, non un lavoro, ma il lavoro: il posto fisso. Il dirigente dell’ASL l’aveva mandata a seguire un corso di informatica finanziato dalla Regione e tenuto da un suo carissimo amico: tornare da lui con l’attestato di frequenza l’avrebbe qualificata ad aspirare a un part–time nell’amministrazione di un asilo nido.
Per Mara, il posto fisso non era solo la somma aspirazione umana e la massima protezione contro l’incostanza beffarda della sorte, il posto fisso era una necessità ineluttabile e terribile sulla cui risoluzione pesavano i suoi occhi che non erano né verdi, né blu, né neri neri (come quelli delle sue amiche), ma marroni, i vestiti che (a differenza di quelli delle sue amiche) le stavano tutti male e persino i suoi rapporti con la tintora, amica della moglie del dirigente dell’ASL. E così Mara teneva nel portafoglio anche un santino di padre Pio.
Ma trovare il posto fisso non era sufficiente, Mara lo sapeva. A cosa sarebbe servita la sicurezza economica se non avesse trovato l’uomo della sua vita? L’uomo della sua vita: ci pensava spesso. Lo immaginava di spalle lavare la macchina nel cortile condominiale la domenica mattina; lo sentiva dire «Scendo a comprare le sigarette», mentre spegneva la luce all’ingresso. E finiva per naufragare nell’evocazione di una serie di cui non perdeva una puntata e che raccontava di un gruppo di ragazze e ragazzi che facevano il giro del mondo su un veliero. A lei piaceva Ramon, quello spagnolo, che suonava la chitarra e ballava il flamenco, con i capelli lunghi e gli occhi neri neri.

Ma come! Hai smesso di frequentare il corso?
Ma mamma, ma senza computer come faccio?
Ma quello ha detto che ti basta l’attestato di frequenza!
Sì lo so, ma non so niente. E se mi fanno una domanda in classe? Che gli rispondo?
Aó, guarda che non sei più ’na regazzina. Svéjate. Te devi rimboccà le maniche!

Mara scese alla pizza a taglio sotto casa. Era tornato il caldo e la pizzettara sedeva fuori, all’ombra dei platani, e faceva un solitario con delle vecchie carte francesi su un tavolino di plastica.
Mara si servì da sola un supplì, si sedette di fronte alla donna e si mise a mangiarlo in silenzio.
Il solitario non venne. La pizzettara s’accese una sigaretta, ma poi arrivò un vecchio e la pizzettara consegnò a Mara la sigaretta accesa.
Areggi.

Servì il vecchio e tornò a riprendersi la sigaretta pulendosi le mani sulla parannanza.
Come sempre, preciso alle undici e un quarto, arrivò Andrea, che lavorava dal gommista accanto, e come sempre chiese alla pizzettara:
Scusa, che te posso rubbà ’na sigaretta?

La pizzettara aveva cominciato un nuovo solitario e sembrò non averlo sentito, poi gli porse il pacchetto. Andrea si chinò su Mara per scambiare un paio di bacetti sulle guance.

Mara non era più vergine: aveva saputo sfruttare l’ubriachezza di un bel moro occhi verdi durante una festa open bar (l’animatore del villaggio turistico era stato solo un irraggiungibile miraggio erotico).
Andrea invece sì, era ancora vergine della castità dei tonti.

Mara bassa e tonda venere preistorica, scura, cretosa, bocca a madonna del Perugino. Andrea alto e secco, grifagno doccione gotico, mento friabile e labbra sfuggenti.
La pizzettara lasciò il solitario a metà e scomparve all’interno della pizza a taglio.
Andrea diede un paio di tiri alla sigaretta, poi le chiese:
Tutt’a pposto ieri?
Sì. Hai trovato parcheggio vicino poi?
Sì no, ho fatto tre giri e poi l’ho trovato a cinque minuti da casa.
Tutto bene quindi.
Sì sì.

La sera prima Mara e Andrea erano andati in un pub con gli amici della comitiva. Era stato lì che la banconota da cinque euro aveva preso il posto da quella da dieci. E come sempre, perché abitavano poco distanti, Andrea l’aveva presa e riportata a casa.
Gli amici della comitiva pensavano che Mara e Andrea fossero fatti per stare insieme. Forse perché erano gli unici non ancora fidanzati. E quando d’agosto affittavano una villetta in Puglia non sapevano mai dove metterli a dormire. Andrea sperava che gli amici gli facessero condividere la stanza con Mara; Mara invece temeva come una nemesi spietata anche il solo innocente scherzare sulla possibilità di dormire nella stessa stanza con Andrea (nemesi scatenata senza dubbio dal non sapersi trattenere con gli antipasti fritti in pizzeria o forse da quella volta che si era sbranata quasi un pacco intero di biscotti al cioccolato dopo aver passato il pomeriggio a navigare nei siti delle palestre della zona cercando i corsi più economici). Per questo motivo aveva optato per il villaggio turistico l’estate precedente.
Sei andata a dormire subbito?
No, ho guardato la televisione fino all’una.
E che hai visto?
Niente, un film. E tu sei andato subbito a letto?
Io sì, ero stanchissimo.
Andrea diede gli ultimi tiri alla sigaretta e la spense.
Ammazza che caldo che fa.
Mara entrò in tensione: parlare del caldo era ronzare intorno ai confini di territori tabù: vacanze: mare: costume!
E poi lui le chiese:
Ma il corso d’informatica ti dura tutta l’estate? Pure ad agosto?
Mara sentì le guance bruciare. Non voleva dirgli che aveva lasciato il corso. Disprezzò se stessa, senza posto fisso e senza uomo della sua vita. E senza corso d’informatica.
Pensò a Ramon. Poi domandò:
E tu dove vai in ferie?
Andrea chinò leggermente la testa verso di lei.
Rimini!
I suoi occhi brillarono per un momento, come se fosse già lì, tra polacche ubriache che gli si buttavano addosso in discoteca e tedesche in topless che lo invitavano a giocare a pallavolo. Si era immaginato persino il delirio di un addio, ma senza considerare che a parte qualche parolina d’inglese non parlava altra lingua che l’italiano imparato guardando la televisione e leggendo i titoli dei quotidiani sportivi.
Mara invece conficcò i suoi occhi su di lui: Andrea non le apparve più come l’anello di congiunzione tra i soprammobili inutili e l’homo sapiens. Con quella domanda con cui l’aveva fatta arrossire Andrea entrava su un tappeto rosso nel novero degli uomini, cioè quelle creature specialissime che erano molto più che semplici maschi e che sapevano sempre quello che volevano e lo ottenevano, che vivevano la notte, che andavano a caccia di turiste straniere, che avevano problemi più importanti dei suoi e il diritto di farla soffrire (l’animatore turistico apparteneva alla categoria e anche il bel moro occhi verdi dell’open bar). Lo vide abbronzato e disinvolto in discoteca offrire da bere ad uno stereotipo di nordica bionda e alta. E magra. E sentì dentro di sé quel dolore disperato che aveva già provato per altri.
Andrea, imbarazzato dallo sguardo fisso e dal silenzio di Mara, distolse gli occhi sbirciando le rinascimentali proporzioni della ragazza e lo colsero un calore inguinale e la curiosità di sapere come fosse il naufragare tra quei molli flutti di carne. Pensò alle immaginarie notti condivise con Mara nella villetta in Puglia e andarsene a rimorchiare femmine internazionali a Rimini gli parve come tradirla, come abbandonarla. Come partire per una piccante guerra vinta in partenza e da cui sarebbe tornato coperto di gloria e ricco di bottino (ma non fu così: Andrea e i suoi amici tornarono con le palle più gonfie di quando erano partiti, con la consolazione di aver passato una settimana da paura e di aver stretto una bella amicizia; tra l’altro, poco dopo, si persero di vista, ma questa è un’altra storia).

L’estate non voleva passare. La pizzettara era seduta al tavolino sotto l’ombra dei platani. Mara servì un vecchio, poi guardò l’orologio appeso al muro e si strofinò le mani sulla parannanza. Andrea arrivò preciso alle undici e un quarto e salutò la pizzettara che, tutta presa da un solitario, gli grugnì un ciao da una distanza siderale. Non le chiese una sigaretta, perché Mara l’aveva fatto smettere di fumare, ed entrò nella penombra della pizza a taglio. Il frinire delle cicale copriva il rumore dei suoi passi.
Ciao amò.
Che tte do? chiese Mara, con la gioia negli occhi.

Certo, quello non era il posto fisso che aveva sempre sognato e Andrea non era il Ramon della sua serie preferita. Ma cosa importava? Sotto casa e vicino al suo ragazzo: quello era il posto più bello di Roma.


Flavio Villani nato a Roma nel 1975. Dal 2005 al 2010 ha vissuto a Helsinki e dal 2010 vive a Berlino. Ha pubblicato alcuni articoli sulla rivista online Yanez. Ha scritto il romanzo “C’era una volta a Berlino Ovest”, al momento inedito.

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I racconti dei lettori di ZEST: “Il posto più bello di Roma” – Flavio Villani