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argia-maina-copertinaGli Approdi invisibili | Argia Maina
‘roundmidnight edizioni

di Emanuela Chiriacò

L’illustrazione della copertina de Gli approdi invisibili crea immediatamente una corrispondenza biunivoca tra segno visivo e tratto verbale. Una grafo recensione di cui l’autrice, Anna Giordano, sente la responsabilità di sintesi e, con immediata efficacia, restituisce un forte rumore d’azzurro, rispondendo al richiamo del viaggio narrativo che la poetessa Argia Maina racconta. Una barca che affronta la corrente contraria tra lingue di acqua che si fanno ciocche di capelli, le cui punte si riavvolgono.
Un preludio al lirismo di barche di carne e esseri di carta consumata dal tempismo della vita. Si naviga a vista, con la speranza di evitare naufragi. In cerca di attraccare l’anima e sollevarla dall’affanno dei respiri singhiozzati della vita. Approdi invisibili come braccia rubate all’amore, aperte; braccia in cui perdersi senza timore del rifiuto. Senza e al tempo con la paura dell’urto sugli scogli che genera falle, rotture e acqua a bordo. Presagio di felicità assoluta e di una colata a picco? Asciutti e misurati, come bambini sulla spiaggia dopo il bagno in mare, doccia e ricambio, con la merenda in mano, scaldati dal sole piacevole delle giornata trascorsa che termina. “ Si salpa come pazzia, fendendo l’acqua in sciabolate d’orgoglio con le vele gonfie d’orgoglio verso l’ignoto, consapevoli che l’essenziale è invisibile, intangibile e nessun luogo si fa casa, bagnati di luce del sole, illusi nel cammino mesto”.
Il lavoro lirico si apre con la preparazione alla partenza. Un allontanamento forzato o volontario dal luogo consueto per raggiungere altro luogo nel lasso di tempo della separazione, della divisione. Un distacco, un commiato? O una pausa di ritrovamento delle radici della propria interiorità, il cui paesaggio muta al mutare dell’amore e del suo andamento? Non sempre una lineare progressione sentimentale. O un’entità soggetta ad avvitamenti, scomposizioni che non esemplificano piuttosto complicano. Una frammentazione della geografia dell’anima e un tempo indefinito di ricerca degli elementi che la compongono. Perché il paesaggio interiore cos’è, se non il riflesso dello sguardo sul mondo che ognuno ha? Una visione soggettiva che si mescola a ricordi ed emozioni.

I. Partenza
Si salpa per scommessa e io l’ho fatto senza pensare. Ho scelto legno d’occasione immaginando di poter sfruttare correnti migliori; poi ho caricato poco la stiva e abbandonato in terra il tuo volto di sale. Era forte l’eco dei giorni andati, dei bicchieri di vetro su per il cielo e del conservare, con estrema attenzione, la buccia tagliata della nostra passione. Si salpa come pazzia, fendendo l’acqua in sciabolate d’orgoglio. Ci si allontana dalla riva mulinando e spingendo in largo tutti gli atomi intorno. E ci si allontana con la velocità dei vortici celesti, benedicendo il sole o salutando la luna per la luce in mezzo a tanti falsi riflessi. Una sfida, un’avventura, un non ritorno affiora sulle labbra del marinaio, ubriaco all’idea d’andare e ubriaco della vela sua sposa, che si gonfia improvvisa come volesse morire. Ma morire non importa, importa solo partire. Sotto la pace delle stelle o la violenza delle verdi acque che riportano al primo gorgogliare, quando le fauci aperte all’aria hanno creduto di spezzare i polmoni col pianto primordiale.
La disillusione da amore mancato coincide con l’inizio della consapevolezza della fine dell’età dell’innocenza. Spaventati di amare e consapevoli di non ricevere abbastanza. Tra fuga, silenzio e frastuono delle relazioni, assenza e solitudine.
Il silenzio – tra di noi – non è mai stato di ghiaccio
piuttosto un plaid consumato su cui poggiare la
[schiena.
La stanchezza del linguaggio non passava attraverso
[il corpo
e quel crepitio impercettibile dei denti
bastava a saziarci, come un romanzo d’appendice.
Il silenzio – tra di noi – è sempre stato più dolce di
tutto quel parlare di esigenze.
La gente urla, piange, impreca solo per tenersi più
[stretta.
Noi invece riposavamo tanto,
riposavamo alla giusta distanza,
con le mani trasparenti e la bocca vuota di baci.

Dei sensi, quello tattile si manifesta con il sonoro mescolio delle mani che toccano chicchi di caffè, che sentono il bisogno di mescolarsi come l’amore e il suo mistero.
Gli occhi sono missiva ipotetica da spedire nel futuro, per sedare il bisogno di continuità. L’ansia di sapere che l’amore sarà lì anche il giorno seguente. Vista e tatto, i sensi maschili dell’innamoramento si fanno occhi universali. Occhi che incontrano occhi.
Se spedissi i tuoi occhi lontano
in un altro giorno
con la luce dell’alba appena nata
e fuori alla finestra vallate lunari
dune di caffè in chicchi
da affondarci le mani;
se i tuoi occhi si posassero sopra quel ramo
forte abbastanza da tenere stormi d’uccelli,
se fossero calore per i corpi
e suoni azzurri da appendere ai balconi
se li gettassi lungo la riva del fiume
come sassi piatti per sentimenti concentrici
forse tornerebbero vivi.
Come quando vedendomi ai treni
prima del fischio
li mettesti dentro ai miei occhi
intonando un acerbo “ciao”.
Occhi che percepiscono lo smarrimento dell’assenza. Il punto di riferimento privilegiato dove poter ancorare il cuore. In attesa di una bocca che tutto è capace di placare. Di questo parlano i versi che fanno parte del secondo capitolo poetico di Argia Maina.

II. Attraverso
Nel giallo delle sere primaverili punto la rotta del mio viaggio solitario. Salgo su imbarcazioni sospese che solcano i mari del primo sapere. È un andare senza astuzia, di pochi istanti e nessuna attesa, tra le mura abbandonate di qualche fortezza. Un andare naufrago verso le coste frastagliate e vergini di terre senza padroni, coi polmoni pieni d’aria e la suggestione di dover continuare il viaggio per non morire tra le acque. Lascio tracce su sentieri poco battuti e penso al mio regno, che giace immobile sopra un corpo di dolore, piegato ai venti implacabili del tuo volere. Il suolo non è pietroso ma vellutato. Non conosce grida di battaglia o canti di difesa. Non possiede eserciti perché non ascolta minacce, né potrei farvi ritorno senza abbandonare prima me stessa. E mentre mi spoglio di ogni avere, mentre l’ignoto grida forte il mio nome, affili le armi, prepari la guerra e mostri la potenza devastante del tuo terrore.

Avevo preparato tutto con cura e
l’avevo disposto davanti ai tuoi occhi.
L’ indifferenza, la disillusione
le ore sprecate sulla geometria degli anni
e le mappe segnate dai miei errori.
Poi è arrivata la tua bocca.
Una bocca in cerca di un bacio, il cui arrivo porta a chiudere gli occhi. Occhi e corpo. Verso il dolce dondolio delle onde che accompagnano il viaggio poetico degli approdi invisibili tra sussurri e parole di schiuma.

III. L’approdo
L’aria ha dimenticato il suo colore e corre veloce nella
[materia
sentendosi bella col vuoto addosso.
Si è compiuto il disastro perfetto e ineluttabile della
[mia vita
prima che la tua, fatta di dirupi e cavalli selvaggi,
scintillasse nel buio
di questa casa abbandonata.
Si percepisce casa, dimora abbandonata dall’affetto, da ciò che può arredare l’interiorità e che la lascia spoglia. Forse qualche lenzuolo fantasma a coprire insieme alla polvere, i ricordi di una solitudine stratificata dal vissuto complesso con l’alterità.

[…]
Tu sei tu senza essere nient’altro.
E io sono colei che ti cerca
e fende con colpi tutti gli ostacoli tra
il desiderio e le tue paure.
Lo spazio che abiti si anima,
respira assieme a noi.
Quando arrivo a toccarti
leggera, sulle spalle,
come a volerti sognare
la tua bocca è assorta in preghiera
“… mai. Non mi lasciare mai”.

Ce ne andiamo, tu e io, nella notte di fumo e di stelle. Ci stendiamo come vagabondi sulle panchine delle strade dimenticate. Abitiamo gli antri, i portoni deserti, i gradini chiassosi, con le mani tra le mani della sera, ad ascoltare la vita oltre il muro delle domande “Tu chi sei…? Dove stiamo andando?”. Abbiamo bruciato l’essenza dei fiori posticci, gli odori dei bar affollati con le loro mancate fortune. Abbiamo venduto la ragione alla voglia di farci carezzare, nello spazio indefinito delle parole pronunciate senza voce. E chi non ama se stesso non può amare altro, ma noi amiamo come animali, senza scopo e senza virtù, con protezione feroce. Mangiamo quello che capita elemosinando il tempo dalla tregua del continuo errare. Si nasce e si muore dentro a un sogno: nulla è fatto per durare. E forse finiremo come gli altri a non poterne più, ma a differenza di altri quando non più saremo già via. Senza corpo, senza meta e senza una casa che non sia il nostro splendente ricordo.
Due naufraghi del cuore che insieme finalmente possono andare tra notti nebulose e siderali. Due vagabondi d’amore nell’esclusiva dimensione del non tempo e non luogo, dell’oblio dolce dello stare uniti. Senza quasi percepirsi come entità singola. Senza quasi avere le coordinate identitarie, nel dubbio dello smarrimento durante il percorso. Tra profumi e odori. Tra silenzi eloquenti. “Bestie caute al passo” che ritrovano l’istinto primordiale della mancata barriera chimica. Errabondi e affamati nella dimensione onirica che ricongiunge eros e thanatos nella fallace percezione della vacuità del tempo. Incapaci di aspettare che si consumi il fuoco che riscalda; si fanno cenere dalla cui coltre si possa risorgere disgiunti. Immateriali, vaghi camminatori apolidi senza il ricordo che dimora nell’angolo più nascosto e protetto dell’anima. Cassa forte e armonica della memoria di forma del corpo e fermo immagine di cose non condivisibili. Nelle poesie di Argia Maina si respira il mare. Sta annidato tra un rigo e l’altro a bagnare la carta d’azzurro. Lì tra un’impronta digitale e liquida, nello scorrere delle pagine, si legge disarmati il suo poetare. La bocca è bisognosa di baci, ne ha dipendenza e questo aggiunge fisicità alla poesia di Argia Maina. Il corpo si fa feticcio del possesso. Emerge dalla pagina come la necessità di esistere, è l’assunto mancante. Una vacanza del cuore. Soprattutto se l’amore è passivamente aggressivo ed escludente. Il corpo che confina con l’altro corpo. Un confine impercettibile, inesistente. Due esseri fluttuanti che danzano nel mare del perdersi per cercarsi. Che si separano prima che la vita li separi e che vivono del ricordo dell’altro, custodito gelosamente nell’angolo più nascosto della testa e del muscolo che batte in petto. Il muscolo si contrae e allarga come un respiro sintonizzato con il mare immateriale del viaggio che solo l’amore può generare. Un viaggio tra luoghi immateriali.
La lingua poetica di Argia Maina è descrittiva, intensa eppure semplice. Propone una semplicità; quella del talento. Le parole ondeggiano e volteggiano tra le pagine come una danzatrice le cui evoluzioni contro ogni principio della fisica si librano in movimenti aerei apparentemente semplici come il respiro. Un linguaggio la cui tecnica combinatoria esprime il metodo e la libertà del sincronismo. E fa del poeta e del suo destinatario, gli interlocutori privilegiati di un dialogo ideale eppure concreto. Una coreografia poetica dove i movimenti verbali si ritrovano artisticamente coordinati.

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