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in dialogo con l'autore: Francesco Iannone  autore di Arruina (Il saggiatore)

Arruina, opera d’esordio di Francesco Iannone, è una favola oscura che si rifà alla tradizione fiabesca meridionale, un romanzo che echeggia, intrecciandoli nel racconto di un’epopea inaudita, i traumi e le penombre delle fabule medievali, inquietanti e allegoriche, riscrivendole nella lingua del contemporaneo, in una storia in cui l’impossibile divora a ogni passo la realtà.

Francesco Iannone è nato a Salerno. Arruina è il suo esordio nella narrativa.

a cura di Ivana Margarese


Comincerei con il chiederti di parlarmi del titolo del tuo romanzo: Arruina. Una favola oscura.

Arruina è un silenzio che ha bisogno di cure, di attenzioni. Ma è anche la strada camminata per la luce, lo sguardo che fissa in lontananza una crepa e la scia azzurra che l'attraversa. Arruina sono le ossa scomposte che annunciano una vita che fu, una vita che è stata corpo, un corpo che è stato dentro i baci e gli abbracci di altri corpi, corpi persi dentro i loro viluppi, i rimescolamenti del sangue. Arruina è anche un'ipotesi di felicità, il rinvenimento possibile, l'esplosione di un grumo bianco davanti agli occhi.

Leggendo le pagine del libro sono rimasta colpita dalla musicalità e dalla incisività della scrittura e dai richiami frequenti al corpo e ai movimenti del corpo nelle sue manifestazioni meno auliche, meno platonicamente ideali: il sangue , i nervi , la cistifellea,l’esofago , le tonsille, la saliva...

La realtà è espressione dei corpi. La lingua stessa è la vibrazione sonora e ritmica attraverso la quale è possibile comunicare le intenzioni dei gesti. La parola non è mai innocua. Scava la forma, agisce sulla materia. Il mondo accade fattivamente per gli uomini (e può essere perciò riconosciuto, cioè identificato, e comunicato) proprio quando viene pronunciato. Ecco la necessità di un affondo nei corpi. La realtà manovra vorticosamente la parola perché vorticosa, terremotata, è la natura delle cose.

La Sperduta, la Briganta, la Sciancata sembrano fare riferimento a un femminile sommerso, emarginato, oscurato .

Arruina è un romanzo della nascita, delle cose partorite con dolore, degli spasmi, delle dilatazioni estreme, delle fratture che eiaculano copiosamente, degli attraversamenti sofferti, delle cove e delle schiuse. L'acqua è l'elemento primo: la sorgente che rigenerava le malefiche Nerissime d'un tratto ha interrotto il suo flusso perché è nata una bambina strana, con un sangue anomalo, infetto. Tutti i personaggi fremono come quando si avvia nel corpo il concepimento. In questo senso Arruina è un romanzo della maternità. E non è un caso che la Grande Madre è proprio uno dei personaggi più significativi, e patiti, della narrazione.

Nel libro scrivi che “l’umano ha orrore di mancarsi” e che è “ indicibile la quantità di me che ancora mi manca “ per dirsi intero.

È la perdita ad animare i protagonisti. E la perdita, ciò che si è conosciuto ed amato, genera un senso di svuotamento che esige di essere colmato. La mancanza non è una assenza, ma è la promessa di un risanamento della perdita. Ecco perché mancanza e attesa si mordono vicendevolmente le natiche. L'umanità è come uno storpio che vaga reggendosi ai muri per evitare crolli, cadute rovinose. Ma è proprio questo senso di mancanza, questa percepita mutilazione, a costringerci al viaggio con la speranza di rinvenire da qualche parte il nostro moncone, il pezzo mancante.

La tua scrittura sembra rivolgersi direttamente a certa angoscia dell’infanzia, a paure che come tamburi ci martellavano da bambini. Dal momento che c‘è un legame tra paura e desideri ti chiedo quale spazio ha il desiderio nel tuo testo.

Credo che il desiderio, come affermazione di sé, o meglio, propagazione delle proprie urgenze, fisiche ed emotive, se non addirittura morali, sia l'elemento più caratterizzante i personaggi di Arruina. Il desiderio qui è il vero albero motore, forza propulsiva stridente e ferrigna che genera "movimento". L'azione stessa dei personaggi è furiosamente dominata da forze sotterranee che provocano spesso deragliamenti, aborti visivi o brucianti allucinazioni.

L’acqua mi fa pensare al mito delle sirene che tante riscritture ha ispirato… La sirena è anche archetipo di una femminilità lasciata ai margini, non generativa

La persuasione del canto è forse un'ambizione di questo romanzo. Spesso la storia si arena, fratturandosi, e introduce divaricazioni ritmiche e musicali che si spingono fino alla formuletta, alla nenia, all'incantesimo. Ho immaginano che il lettore dovesse leggere Arruina con la stessa spericolatezza con cui si potrebbe godere la vista di un panorama in groppa ad un folle ippogrifo. Ma Arruina potrebbe anche essere l'astrusità con cui la Sibilla elargiva i suoi responsi. Qui la femminilità, più che generativa, e quindi espulsiva, ingloba, introietta, risucchia. E ai lettori non rimane che ricomporre l'eco dei gorghi, i conati dei deflussi.

per concessione della casa editrice qui di seguito un ESTRATTO

La sperduta

«Nascerà una bambina, e avrà il tuo sangue, e il tuo sangue ti giudicherà. Lo dice il vento che nascerà, lo dicono le voci di tutte le donne gravide nei letti. La tua bambina nascerà e con lei nasceranno altri bambini. E le loro madri soffriranno molto, e le sentirai sgravidare in solitudine, maledire le poltiglie precipitate fra le loro gambe. Piccoli luminosi cumuli di carne.»Così mi dissero le vecchie del paese macerandosi ferocemente le mascelle. Rientravo quella sera dalla trebbiatura, la pula nel naso, la polvere appesa alle narici e una lanterna strillante nel buio. La luna fosca, la danza dei moscerini sul marciume dei frutti, le facce stantie di alcune vecchie col maccaturo che aureolava loro le tempie. Erano vecchie con le squame sul mento, con le guance grinzose delle rane. Avevano oscure maestà sepolte nei canali delle palpebre. E a me pareva di poterle sabotare con le mani quelle buie dicerie dei loro occhi. Sentivo parole emergere dal bianco dei loro denti con la foga del getto potente. Io non credevo a nulla di quello che dicevano, ma una belva nitrì e quel suono abbatté le transenne nella mia mente: «Nascerà una bambina e sanguinerà molto, e il suo sangue avrà guizzi di lava e calore di fiamma. Ogni cento anni nasce una bambina così. E ogni cento anni la vita delle Nerissime è in pericolo». «Di cosa state parlando? Chi sono le Nerissime?» chiesi. «Le Nerissime sono spettri che lasciano orme nere nella terra, e per sempre vivono nel frastuono. Frastuono di acque di sorgente, di argine che viene giù, frastuono di revotamunno, di maronnamiabella. Le Nerissime sbudellano cadaveri, smembrano corpi, raccolgono ciocche di capelli, conservano nei secchi tutti i denti e poi con le loro voci rauche spaventano gli stormi, allontanano i canti dai vivi, allontanano i vivi da se stessi. Le riconoscerete dai lamenti. Hanno le pance fasciate, hanno le bende sul ventre. Reggono uno scettro sul capo, se lo aggiustano con le mani. Erano bellissime una volta. Una volta, erano felici. Sono creature di qua, vivono alla fine della nostra terra. Coltivano mentuccia e basilico. Cuciono il tempo all’uncinetto. Una volta partorivano sull’erba e il sole asciugava loro l’orizzonte dalla faccia, ne abbassava le maree dentro l’utero. Le vedrete prendersi a morsi nell’addome, a calci nello stomaco. I denti in mano, il cavo vuoto delle gengive. Una volta ne abbiamo incontrata una, diceva: “Io ho premuto il grilletto sulla tempia del mio bambino, ho interrotto la sua luce acquosa”. E con le unghie si segnava il viso come chi non si perdona.» «Ma cosa vogliono da me?» chiedevo alle vecchie che intanto rimuginavano parole e saliva. «Verranno a cercare la tua bambina perché la loro vita dipenderà dalla sua morte. E voi vi ammalerete di mancanza. La Sperduta, la chiamerete così, vi mancherà come manca un arto a un monco, come mai il monco si disabitua al gesto ovvio. Una maledizione si abbatterà sulla sua nascita, antica come i segni dei pestelli nei mortai di pietra, come la cenere che il dio soffiò nelle crepe del mondo e furono la belva e la parola, l’astro e il ferro, la ruggine e la morte. Così è scritto: nascerà e avrà urla di tragedia e potenza di mulinello, avrà prodezze di fata e gobbe di mostro, nascerà e il sangue del suo parto turberà la fonte che disseta le Nerissime. E i loro corpi invecchieranno e il loro mondo scomparirà per sempre. Perché quella è acqua che aggiunge brividi alle angosce, è acqua che fa durare i corpi in eterno, non li fa perire mai mai, in bilico fra rigoglio e assillo, sguazzano dentro le fontane. Perciò verranno a cercarla, il giorno in cui compirà il suo primo anno di vita. Verranno come il male, di notte. Come il blocco al cuore, di notte. E quella notte la Sperduta non avrà più lacrime, e le sue grida le seppellirà nelle viscere. Non sentirete le lacrime sue, gli insulti, le bestemmie. E così rimarrete senza la Sperduta. E la Sperduta dovrà rinunciare alla sua vita.»

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Arruina il romanzo di esordio di Francesco Iannnone – Intervista –