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Autoritratto di Goffredo Petrassi – Carla Vasio
Stem Mucchi editore 2017

di Otello Marcacci

Non posso esimermi, nell’approcciare questa recensione, dal dire per prima cosa della mia personale ammirazione per Carla Vasio, perché è stata senza dubbio una delle donne che hanno fatto cultura in questo Paese dal secondo dopo guerra in poi, tra le poche personalità femminili in un mondo perlopiù maschilista. Vi si è fatta largo con la raffinatezza dei modi e una scrittura potente nell’apparente semplicità. Appartenente al mitico Gruppo ’63, ha combattuto le battaglie per cui esso è diventato famoso, ha poi intuito la fine di un’epoca e se n’è staccata andando a vivere all’estero per molti anni.

La sua genialità è dimostrata da scritti superlativi. Su tutti “Romanzo Storico” che è secondo me uno dei punti più alti della letteratura italiana di quel periodo per il carattere di forte innovazione.

A Carla Vasio, infatti, è sempre importata la vita non il semplice vaniloquio filosofico. Il suo interesse è sempre stato per ciò che è precario e fragile, che sta cadendo o che potrebbe farlo.

Anche nel testo di cui trattiamo l’autrice dà sfoggio di queste caratteristiche riprendendo la cultura della tradizione orale e raccogliendo la storia e soprattutto l’umanità di Goffredo Petrassi, musicista conosciuto per le notevoli capacità innovative e sperimentali della sua produzione. Il libro non nasce da un’intervista particolare fatta all’artista quanto dal recupero delle loro conversazioni private che si espleta in un flusso affidato alla memoria lucida di Carla Vasio. Ne risulta un omaggio all’amico che mostra allo stesso tempo la grandezza del musicista e le sue umane debolezze, rendendocelo ancora più amabile e interessante.

Il non tacere, infatti, circa la mancanza di cultura tradizionale, almeno come viene considerata in genere (Petrassi si descrive un autodidatta, orgoglioso di esserlo), accentua la bellezza dell’uomo che, partendo da condizioni sfavorevoli, riesce a raggiungere vette proibite a molti che invece hanno avuto la fortuna di averla. Perché ciò che davvero conta, pare sostenere Petrassi attraverso i ricordi di Carla, è che ci sia una passione talmente forte da permettere di superare i gap che tutti vedrebbero in caso contrario: “.. (sono un) essere imbevuto di musica…” dice Petrassi che ha sempre cercato di soddisfare una curiosità che da parte sua ha continuato a spingerlo a spostare i propri limiti. Molto interessante la parte in cui Petrassi si trova a interfacciarsi con quegli aspetti che secondo lui vanno ad influenzare “L’immaginario”: razionalità, passionalità su tutti, e che spesso spingono in direzioni contrarie provocando una lotta costante nell’animo dell’artista.

Assolutamente imperdibile è poi la prefazione al libro, firmata da Claudio Morandini. In essa c’è tutto ciò che si deve sapere prima di iniziare il viaggio assieme a Carla, nel ripercorrere la vita di Goffredo Petrassi. Viaggio che si conclude con parole di saggezza vera che mi hanno colpito tanto quanto la grandezza della vita dell’artista: Ho provato tutto: felicità, dolore, paura, coraggio. Perché io sono un uomo comune. Seguito a dirlo: sono stato un uomo comune e la mia vita non ha avuto una tale rilevanza da essere storicizzata. Piuttosto può essere raccontata: questo sì, raccontata”.


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