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il bacio di siviglia RondoniIl bacio di Siviglia | Davide Rondoni
Edizioni SanPaolo

Due trentenni, Gabriele e Linda, lavorano nella stessa banca a Milano. Lui è un donnaiolo, lei si illude di inebriarsi nell’amore sincero. Avviano una relazione, naturalmente squilibrata, e quando la passione, la curiosità iniziale di Gabriele sbiadisce, il destino della coppia appare segnato.

Nonostante la crisi in atto lui decide di invitarla alla Scala, ad una rappresentazione del Don Giovanni di Mozart. Probabilmente l’ultimo gioco di prestigio di un amante in fuga, e infatti il seguito della serata declina nell’atteggiamento indisponente di Gabriele, in una lite che provoca una caduta a terra, il ferimento di Linda.

L’episodio attiva nel giovane un pensiero urticante, che si infila nella sua struttura mentale e che è destinato a riaffiorare periodicamente nel corso del romanzo: “un uomo che mena le donne. Ora è diventato uno di questi. Una razza spregevole. La razza dominante”.

Il ricordo di Linda accasciata, inerme “con il vestito di lamé insanguinato”, suggerisce una deviazione, una presa di coscienza, emerge come un primo cedimento in un pretenzioso castello di carte. Il giovane ben inserito, trionfante, non si sente più a suo agio nella realtà consueta, spensierata e modaiola. Soffocato dalle chiacchiere, dall’intrattenimento coattivo, percepisce l’inutilità della vita “carina” e vi si inoltra per l’ultima volta a perdifiato, “per vedere se oltre a quelle onde, oltre a quelle pianure ci sia qualcosa.”

Decide di prendere un aereo, di andare a Siviglia, di inseguire il fantasma evocato dalla creazione sublime di Mozart, vuole scoprire il mito di Don Giovanni, forse l’archetipo in grado di accompagnarlo verso un chiarimento interiore. Sbarcato in Spagna si informa, acquista in una libreria El Burlador de Sevilla di Tirso de Molina, giunge a scoprire che la figura del seduttore per eccellenza, per vie inestricabili e leggendarie, deriva presumibilmente da quella del nobile sivigliano Miguel Mañara Vicentelo de Leca, nato nella città andalusa nel 1627.

Il padre di Miguel, il corso Tomas, navigatore e mercante, negli anni costruisce una grande fortuna grazie ai commerci con le Indie occidentali e spinge la sua famiglia a divenire una delle più illustri di Siviglia. Il giovane Mañara percorre in superficie l’esistenza tracciata dal suo lignaggio, tenendo per sé gli eccessi, le straordinarie doti di seduttore e di burlatore del conformismo.

Le stagioni si susseguono, e dopo la morte del fratello maggiore, Miguel si ritrova a guidare la famiglia, ad esserne rappresentante nelle istituzioni civili e religiose della città, lui che ha sempre sguazzato nei piaceri effimeri e distratto sistematicamente i pungoli della ragionevolezza. Nonostante la sua indole gaudente, accoglie di buon grado le nuove responsabilità, le incombenze del lavoro mercantile, eppure nel nel suo animo qualcosa sta germinando, visioni premonitrici e alcune parole sussurrate alla madre sono l’abbrivio di un mutamento “È tutto vanità, aveva sussurrato alla madre che lo aveva abbracciato…”

La definitiva illuminazione spirituale giunge a seguito della morte della giovane moglie Geronima, “la sua donna giovane, amata anche se tradita, luminosa come un prato nel vento e nel sole”. Il nobile sivigliano chiede di entrare a far parte della Santa Caridad, confraternita che si occupa di dare sepoltura ai giustiziati e ai poveri che muoiono per strada. Ad un anno dall’affiliazione viene nominato dalla comunità hermano major e si impegna con sempre maggiore dedizione alle opere caritatevoli. Alla sua impresa si uniscono altri nobili e borghesi e sul modello della Santa Caridad nascono numerose altre confraternite.

Miguel Mañara Vicentelo de Leca morì nel 1679.

La sua figura ha affascinato e ispirato opere di letterati e musicisti. È stato proclamato “venerabile” nel 1985 da papa Giovanni Paolo II.

Le vicende in parallelo di Gabriele e di Miguel aprono nel romanzo pubblicato da EDIZIONI SAN PAOLO spiragli inaspettati sull’esistenza, ispirano connessioni letterarie e riflessioni sulle varie interpretazioni dell’amore. Davide Rondoni attraverso la poesia e il racconto di due storie distanti fra loro quattro secoli – storia minore e storia esemplare – propone parole e corpi alternativi alla sbiadita accettazione del “suono sordo della vita”. Nel licenzioso sivigliano, destinato alla venerabilità, e nel giovane milanese disarcionato dall’effimero, pensieri confusi e necessari annunciano la necessità di affrontare gli abissi dell’anima, di compiere la scelta dirompente a favore dell’amore nella sua forma di carità, di bellezza generatrice. Entrambi, ognuno con la propria misura, decidono di non opporre resistenza, di navigare in mare aperto, di aprirsi alla tenerezza di un sentimento o di approdare negli anfratti crudeli della vita, perché “nulla vale come il ringraziamento nascosto di uno di questi naufraghi che incontri vicino ai loro fuochi in isole al buio”.


Intervista a Davide Rondoni:

Perché ha voluto raccontare la storia di Miguel Mañara, nobile sivigliano vissuto nel XVII, la cui figura ha ispirato la genesi del personaggio di don Giovanni? Cosa l’ha colpita in particolare della biografia di Mañara?
Il suo inseguimento di qualcosa che gli veniva incontro negli amori, nelle bellezze, nel fascino. Un inseguimento assoluto, senza paura, senza infingimenti pur dentro tutte le finzioni. La sua lotta contro il dolore di vivere che a volte pietrifica.

Il romanzo racconta due vicende parallele, quella di Gabriele, trentenne dei giorni nostri, disinvolto e donnaiolo, che ad un certo punto riconosce la pochezza della sua esistenza, e quella di Miguel Mañara, che sceglie di abbandonare una vita di eccessi per dedicarsi alle opere di carità. Come definire il confine esistenziale che Gabriele e Miguel oltrepassano, ognuno a modo proprio, in seguito al prorompere del dubbio, di un turbamento interiore?
Non è propriamente così. Sarebbe uno schema semplice e riduttivo. Costoro proseguono fino in fondo.  Il cardine esistenziale resta quello: la persona si compie amando. Il nodo è se questo amare deve avvenire necessariamente contro il destino – come nel don Giovanni di Mozart – oppure nella sua direzione, nel suo mistero.

Un personaggio del romanzo, un vecchio marinaio alla rada sui tavolini di un bar di Siviglia, parlando a Gabriele di Miguel Mañara sostiene… “non era un convertito, no, mio giovane italiano, era uno che non ha opposto resistenza.” Cosa significa per lei non opporre resistenza? Mi sembra di avvertire in quella frase come un flusso immateriale, superiore, una capacità di accettazione che va oltre le umane intenzioni…
Significa leggere i segni della vita con lealtà. Non opporre il proprio egoismo o la propria paura. È semplice, il che non significa facile. Ma semplice come dinamica. Poi a volte tutta la vita occorre per divenire semplici, no?

C’è un bellissimo dialogo in cui Mañara fronteggia un amico il quale sostiene che il trasporto, la pulsione amorosa, sia una specie di gioco ingannevole. Mañara gli risponde con forza… “Può arrivare ovunque, sì, l’inganno. Con quel suo occhio azzurro e morto. Ma non lì, non arriva nell’attimo in cui ti perdi, quando il bacio raggiunge la sua perfezione, o quando al culmine delle forze tutto trema e la rosa del piacere e del nulla si aprono insieme, e precipiti.” Mi sembra un momento importante del romanzo, dove l’amore propone la sua naturalezza originaria, il suo vigore come presupposto di bellezza e verità.
Hai letto bene. Lo diceva pure Pavese: la cosa più bella è l’inizio. E far prevalere la verità dell’inizio su tutte le ubbie o fatiche o ingrigimenti.

Ho letto in un’intervista che nella fase di sviluppo del romanzo si è recato a Siviglia. Che impressioni ne ha tratto? È stato emozionante seguire le tracce di Miguel Mañara?
È una città affascinante ed eloquente. Spero di averne ridato, in parte, la forza e la meraviglia. E il romanzo certo è un invito a seguire quelle tracce.

Paolo Risi

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Il bacio di Siviglia | recensione e intervista a Davide Rondoni