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Il Bafometto di Pierre Klossowski

Traduzione di Giuseppe Girimonti Greco
Biblioteca Adelphi

2017, pp. 187

di Emanuela Chiriacò


Il Bafometto di Pierre Klossowski fu pubblicato per la prima volta nel 1965 dalla casa editrice francese Mercure de France. Nel 2017, Adelphi lo ha proposto nella versione traduttiva di Giuseppe Girimonti Greco.

Il Bafometto è un romanzo d’intenzione storica che rievoca le circostanze della soppressione dell’Ordine dei Templari partendo dalle vicende del giovane Ogier de Beauséant.

Il ragazzo è il nipote di Valentina di Saint-Vit, signora di Palençay, una nobildonna inasprita dalla morte del marito che l’ha lasciata senza discendenza e senza eredità. Il suo piglio avido la porta ad impegnarsi a rivendicare i diritti di proprietà su un terreno che il suo prozio Giovanni, di ritorno dalle crociate, aveva donato ai templari.

Per ottenere la restituzione dei suoi beni, la donna promette a Guillaume de Nogaret, consigliere di Filippo IV, di fornirgli le prove inconfutabili della pessima condotta morale dell’Ordine. [In effetti, da un punto di vista storico, il 3 aprile 1312, in seguito alla Bolla Vox in excelso emanata da Papa Clemente V, e su mandato di Filippo IV di Francia detto il Bello, avviene la soppressione dell’ordine dei Templari accusato di compiere cerimonie di consacrazione in cui l’iniziato è costretto a negare per tre volte la discendenza divina di Gesù, sputare per tre volte sul crocifisso, avere rapporti sodomitici con i confratelli e idolatrare il Bafometto].

Valentine de Saint Vit approfittando della venerazione che il nipote ha nei suoi confronti, lo rende complice del suo complotto e riesce a introdurre il giovane Ogier nella Commenda per creare uno scandalo ad arte.

Succede infatti che Fratello Lahire de Champsceaux, cavaliere della Commenda, sogna Ogier prima di conoscerlo e nel momento in cui, durante una perlustrazione lo incontra, rimane rapito dalla materializzazione del suo sogno e dal fascino efebico del ragazzo conoscitore di piante e animali; Lahire decide dunque di nominarlo suo paggio personale secondo la consuetudine dell’epoca che permetteva ai Fratelli cavalieri di prendere giovani nobili e laici come servitori. 

La presenza del ragazzo nella Commenda genera una contesa immediata tra Fratello Lahire e Guy de Malvoise, la cui soluzione è relegata ad una partita a scacchi. Malvoise vince e sottrae Ogier a Fratello Lahire; questi non accettando la sconfitta, provoca un furibondo litigio che porta il Commendatario a vietare il possesso di paggi all’interno della Commenda e a occuparsi del caso.

Dopo il prologo che ha una natura narrativa lineare, il racconto assume i contorni di una favola teologica collocata in un altrove metafisico dove abitano le anime dei cavalieri finiti al rogo oramai separate dai corpi mortali, che l’autore definisce soffi.

Il soffio di Teresa d’Avila e quello di Jacques de Molay, Grande Maestro dell’Ordine, che vigila le anime in attesa di risorgere, si incontrano e Teresa, la sposa celeste, gli racconta

che appena i soffi si sottraggono alla tua vigilanza e fiutano qualche amplesso, si infiltrano non soltanto a due o a tre, come quando si amalgamano fra di loro, ma anche a cinque, a sette alla volta in un solo utero, bramosi di accaparrarsi un embrione sul quale poter scaricare le loro colpe anteriori per rifarsi una verginità di virtù: il più delle volte, dal grembo di qualche povera pazza, un corpo troppo gracile è chiamato a incarnare l’apparente unità di un insieme di ben sette anime, ed ecco che ne scaturisce una natura tempestosa, esuberante, scorbutica, che soffre a causa del tumulto di altrettanti soffi più volte esalati, diversi per origine, antichità e sorte, indotta a prendere per proprie le loro vicissitudini!

Quando la breve esistenza di quel corpo così martoriato finisce, il suo soffio sale qui e si scompone nelle diverse correnti che lo costituivano, le quali immediatamente prendono ad altercare, a molestarsi, finché non si disperdono in altre correnti ancora più violente! E così le violenze e gli stupri raddoppiano di numero, si decuplicano, si centuplicano nel basso mondo, e non bastano mai a offrire una via di sfogo a siffatti travestimenti; e, per quanto aumentino le nascite, il numero degli spirati che desiderano rinascere eccederà sempre quello dei corpi che nascono in media ogni anno.

Jacques de Molay, sconvolto da queste e altre rivelazioni di Teresa d’Avila, si reca nella Torre della Meditazione e trova Ogier; la bellezza del ragazzo lo colpisce al punto tale di volersi insufflare nel suo corpo.

Gli turbina attorno, provando a penetrarlo attraverso gli orifizi nobili la bocca, le orecchie, le narici, simboli dell’enunciazione, dell’assentimento e della riprovazione, ma non ci riesce. Il Grande Maestro si rifiuta però di entrare nel corpo del giovane attraverso quello che Klossowski chiama l’orifizio dell’ignominia. L’insufflazione del simulacro di Teresa d’Avila in Ogier invece si compie dando vita a un essere androgino dai seni femminili acerbi e con il membro maschile: il Bafometto, Principe delle Modificazioni, seguito da un formichiere. Si assiste al passare fluido dell’identità da M to F a F to M e dalla loro fusione connivente scarìturisce il Bafometto; l’unione dei tre può addirittura considerarsi una trinità rovesciata.

Ne Il Bafometto, Pierre Klossowski ci rende simbolicamente partecipi delle sue lacerazioni e inquietudini religiose e con una limpidezza letteraria rara ci fornisce il racconto della violenza scaturita dall’anarchia maschile dell’Ordine.

Siamo davanti a figure vittime di una dissoluzione progressiva che le rende soffi che vivono l’oblio di aver avuto un corpo. Sono anime in attesa di unirsi nuovamente ai loro corpi nel Giorno del Giudizio e che nel frattempo sono sospesi tra beatitudine e dannazione, tra l’individualità della morte e la promessa della risurrezione alla fine dei tempi.

Un espediente potente che scardina l’ordine divino del logos, della semplicità e dell’univocità del linguaggio.

La lettura de Il Bafometto genera un effetto straniante data la complessità dell’argomento e del suo sviluppo temporale. Nel prologo Klossowski ci riporta infatti, all’anno 1307 e attraverso il rimedio del linguaggio medievale propone una scrittura moderna in cui lirismo e conoscenza si fondono. Nell’epilogo, siamo nel 1964, anno della stesura dell’opera di cui lo stesso Klossowski si sente spettatore e afferma

nell’imbastire l’azione narrativa di questo libro, ho avuto l’impressione di assistere a uno spettacolo teatrale.

La lingua di questa drammaturgia di Klossowki è iconografica, ontologica ed eretica. In Biografia di un monomane come lo stesso Klossowski amava definirsi, Jean Decottignies parla di un language en rupture avec toutes les conventions et les catégories en vigueur, un linguaggio di rottura con tutte le convenzioni e le categorie vigenti grazie al quale l’universo bafomettiano si distingue da quello consolidato o conosciuto comme le vide du plein, come il vuoto dal pieno. Si afferma dunque per assenza, per oscurità e giubilante dissoluzione, rarefacendosi alla stregua dei soffi ma che a differenza loro trova una sua compiutezza complessa. Il Bafometto è sicuramente un’esperienza testuale sconcertante e oscura forse anche frustrante per il livello multidimensionale e la ricca valenza interpretativa e letteraria che propone, un’esposizione oscillante del lettore tra controversia, assurdità e interesse.

La traduzione di Giuseppe Girimonti Greco assurge il ruolo alto del suo compito restituendo un’opera che mantiene intatto il suo singolare potere stilistico e linguistico.

Si percepisce un lavoro meticoloso e raffinato di immersione nel tempo stratificato klossowskiano e una ricerca delle parole che lascia inalterate l’intensità e l’ambientazione narrativa anche nella parti più complesse e opache che attengono i monologhi di Santa Teresa D’Avila.

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