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Il bambino promesso di Massimo Bavastro
Nutrimenti, collana Greenwich

di Emanuela Chiriacò

Che cos’è una promessa? L’impegno di fare una cosa grande o piccola con o senza testimoni, generando aspettative in qualcuno o se stessi e la possibilità di deludere o auto deludersi.

Massimo Bavastro e sua moglie Barbara ne fanno una grande e importante: adottare un bambino; avviano le pratiche con un’associazione internazionale ma come spesso accade scoprono di aspettare un figlio naturale poco dopo e la loro promessa si ferma, resta sospesa.

Quando Leone, loro figlio, compie tre anni, credono di sentirsi pronti per riaffrontare quella parola data alla loro coscienza e decidono di proseguire il percorso iniziato e interrotto. Il loro nucleo a tre, saldo e forte, è pronto a fare spazio all’incognita di una vita esistente che devono incontrare. Un parto già partorito che li vincola al legame del cuore allargato.

Il bambino promesso è il racconto autobiografico di un accoglimento, quello di Baby Thomas Tom, dell’ingresso di Massimo, Barbara e Leone nella sua esistenza.

Radunammo tutti i documenti richiesti dal tribunale dei minori, e un anno e mezzo dopo avere ricevuto il nostro fascicolo, il giudice sancì che io e Barbara eravamo idonei a adottare. La sentenza precisava che, in base al principio della primogenitura, il nostro figlio adottivo avrebbe dovuto essere più piccolo di Leone. Significava che non lo avremmo trovato in Italia, dove i bimbi adottabili venivano assegnati a genitori più giovani.

Prima della partenza, Bavastro ha una sola immagine fotografica del bambino che gli è stato destinato, sa che è un maschio e che ha un anno. In Kenya, ci restano per nove lunghi mesi perché la legge keniana prevede la presenza dei genitori adottivi per la durata del procedimento legale
e affrontano la gestazione burocratica come una gravidanza extra corporea e collettiva più complessa di quanto l’autore avesse potuto immaginare.

Inizia un percorso con gli occhi rivolti al suo interno alla ricerca disperata di un abbraccio ideale, di un sussulto che sancisca il senso di affezione e appartenenza. L’autore si rende invece conto di quanto sia difficile per lui tradire l’aspettativa del suo immaginario personale e di quello collettivo riguardo la specialità che accompagna i genitori che adottano.

Da essere umano fallibile e fragile, si scontra con la sua emotività apparentemente satura e in perfetto equilibrio, un mondo che sembra bastarsi e che non necessita di aggiunte. Forse addirittura l’arrivo di Baby Thomas Tom è un pericolo di crepatura e vacillamento dell’armonia che lo abita. Bavastro favorisce lo slittamento della paura dell’incontro a cui si avvicina attribuendo a sua moglie la decisone

Thomas era il frutto di una resa senza condizioni a Barbara: un atto d’amore e di fiducia; ma anche un pensiero emotivamente così confuso che avevo preferito non affrontarlo prima di partire. Così mi si era scaraventato addosso tutto insieme, dal momento in cui Judith, l’infermiera, l’aveva depositato tra le braccia di Barbara, e io, goffo come non mi ero mai sentito in vita mia, mi ero avvicinato a lui, nell’imitazione di un padre.

L’incontro con il bambino non risolve il suo dilemma, lo acutizza rendendolo anche doloroso. Pensa all’intuizione del filosofo francese Paul Virilio, all’incidente integrante

Poi eravamo arrivati noi. Avevamo portato nella sua esistenza l’abbraccio, e perciò l’abbandono. La gioia, e perciò il dolore. Mi venne in mente l’intuizione di Paul Virilio secondo la quale ogni innovazione tecnologica implica il suo incidente: inventare il treno significa inventare il deragliamento, e chi ha inventato il battello ha inventato anche il naufragio. Ecco, pensai, noi siamo per lui il battello e il naufragio. Quella notte Thomas pianse con tutto il corpo: come un bimbo che nasceva. Pensai che una volta finito quel pianto radicale, del bimbo amorfo e levigato che avevamo ricevuto alla Thomas Barnardo non sarebbe rimasto che l’involucro.

Nell’attraversamento della sua resistenza, Bavastro riconosce la nascita di quella vita già nata e svelata, l’ingresso ufficiale nella sua esistenza, attraverso il potere liberatorio di quel pianto prolungato. Il vagito interminabile getta le fondamenta su cui poggiare la costruzione di un vano in più nel cuore; il tracciato che preannuncia la nascita imminente è una porta che divide ma la maniglia che ruota disegna il cerchio della vita e la forma delle braccia che accolgono Baby Thomas Tom senza ritorno.

Durante la permanenza in Kenya, l’autore chiede spesso notizie sulla madre di Tommy ai responsabili della Thomas Bernardo, ottenendo sempre le stesse risposte.

Appena è arrivata in ospedale, la ragazza si è dileguata”.

Nei Bavastro matura la volontà di costruire per quanto possibile frammenti di quel primo anno di vita da consegnare al figlio nel momento in cui crescendo avesse avuto l’esigenza di colmare dei vuoti di domande.

Io questa storia dovrò raccontarla a Thomas. Per raccontargliela dovrò averla capita bene. E dovrò crederci”

Affittano una macchina e viaggiano, guardano la terra, i paesaggi, il cielo in cui Tommy è nato e nel tema narrativo del viaggio scoprono la condivisione dell’esperienza incontrando genitori che come loro hanno scelto di adottare. Quel girare permette di accompagnare la loro confusione, di acuirla o addomesticarla, di aumentare i loro dubbi ma scardinare le certezze confezionate e cellofanate del prima, della mancata esperienza.

Questo libro di in/formazione ha avuto una lunga gestazione, tre anni e un punto di partenza lontano dal risultato immaginato durante la prima scrittura fatta in Africa. Un innesco di vita che ne ha generate molte altre. Leone che ha preparato il terreno, la dimensione eterea della paternità; Tommy che ha rappresentato l’atterraggio sulla terra, il risveglio e il libro che ha creato il racconto di un viaggio nel continente nero e nel nero che dimora in ognuno di noi e di cui non siamo consapevoli, da cui fuggiamo perché non ci piace e con cui ci confrontiamo per illuminarlo, accettarlo e trasformarlo.

Il bambino promesso racconta la nascita di un padre, la scelta di esserlo e la maturazione di un processo già iniziato nell’esperienza biologica ma diventa anche una testimonianza importante per chi decide di avventurarsi con il cuore ignaro verso un’esperienza forte e difficile. Un modo per sentirsi meno soli e meno diversi da come ci si aspetta di essere.

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Il bambino promesso | Massimo Bavastro

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