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in becco alla cicogna

Il privilegio di un dono che si chiama maternità.Il nuovo saggio di Eleonora Mazzoni

Intervista a cura di Alessandra Nenna

 

Dal romanzo alla vita vera. Dopo l’esordio letterario “Le difettose” (Einaudi, 2012) in cui esplora l’universo della protagonista e il peso di misurarsi con un corpo che non risponde naturalmente al desiderio di essere madre, Eleonora Mazzoni abbandona la fiction e coglie a piene mani dal mondo reale per tornare a parlare di fecondazione assistita con il saggio “In becco alla cicogna!” da poco uscito per i tipi di Biglia Blu.

Una sorta di “pronto soccorso”, dice l’autrice nell’introduzione, che tuttavia risulta di lettura molto trasversale, utile a chi decida di muovere i primi passi lungo l’impervio sentiero della procreazione assistita, ma anche di supporto emotivo a chi, sullo stesso percorso, si inerpica da tempo e, non ultimo, a coloro che totalmente estranei a ogni impulso di genitorialità, possono cogliere dai molteplici spunti teorici offerti nella prima parte del libro.
La Mazzoni ci conduce così, come una Beatrice in un Paradiso però dannato, a conoscere questo universo parallelo, brulicante non solo di donne con problemi di fertilità, ma di un indotto costituito da centri di procreazione assistita attorno al quale ruotano medici e psicologi, associazioni di sostegno, e ancora filosofi e scrittori che si sono misurati col tema fino al popoloso mondo virtuale costituito da forum, blog, progetti specifici, i più autorevoli dei quali sono riportati anche nelle note finali.

Come mai l’esigenza di affrontare nuovamente l’argomento. Sentiva di avere ancora qualcosa da dire?
“L’idea di questo secondo lavoro non è mia. Sono stata contattata da una giovane casa editrice che mi aveva seguito fin dall’uscita del primo romanzo. Inizialmente ho rifiutato perché mi sembrava che il romanzo avesse già espresso una propria molteplicità tra convegni medici e di psicoterapia, circa cinquanta presentazioni del libro in tutta Italia e non ultimo uno spettacolo teatrale in cui rimaneggiato il testo, ho provato a esprimere aspetti che il romanzo non aveva avuto modo di approfondite. Poi mi sono resa conto che era pur sempre un modo per raccogliere ulteriormente il lavoro fatto a posteriori dell’uscita de Le difettose e che poteva, a mio avviso, ripartire – come poi accaduto – dalle lettere ricevute dopo la pubblicazione. Ne ho scelte pochissime rispetto al materiale accumulato. Nella prima parte affronto il tema da un punto di vista storico e teorico, ma si potrebbe sfumare nella letteratura, nella giurisprudenza, nella storia delle religioni. I confini sono labili e non escludo che se tra dieci anni dovessi mai scrivere un romanzo di fantascienza, penso tornerei sulla fecondazione assistita perché può toccare svariati argomenti; penso al sistema delle origini e dell’ereditarietà con l’eterologa, per esempio. È uno degli aspetti di una mutazione antropologica già in atto anche se non ce ne rendiamo conto e che leggeremo – comprendendolo meglio – forse tra cento anni”.

A partire dalla propria esperienza di donna in cerca di un figlio, l’autrice apre a una disamina storica e non solo. Si scopre così, per esempio, che la fecondazione artificiale non nasce nel 1978 con Louise Brown, la prima bimba concepita in provetta, bensì due secoli prima, nel 1780, grazie a un esperimento su un cane, realizzato da Lazzaro Spallanzani, sacerdote e professore di storia naturale all’università di Pavia; e ancora, che a metà del secolo scorso i ricercatori dell’azienda farmaceutica Serono (di cui lo IOR assunse poi il controllo di maggioranza delle azioni nel 1954) scoprirono che nell’urina delle donne in menopausa c’erano grandi concentrazioni di gonadotropine. Grazie all’apporto fondamentale delle suore nei conventi, le cui urine si ritenevano meno contaminate da infezioni sessuali, fu possibile iniziare la produzione e commercializzazione dei primi medicinali che favorivano il concepimento.

In forma altrettanto incisiva e meno pindarica l’autrice indica numeri e statistiche, offrendo una panoramica in qualche caso allarmante se l’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta che nei soli paesi industrializzati il 20-25% delle coppie ha problema di sterilità con un trend in aumento che designerebbe la stessa come una vera e propria malattia sociale, figlia – questa sì – di una società mutevole, sempre meno ormeggio per giovani e coppie che desiderano creare un nucleo familiare.
Eleonora Mazzoni indica percorsi, un modo di affrontare le diverse declinazioni del tema senza giudizio e senza ricerca di un colpevole, ma stimolando alla riflessione che, supportata dalle diverse citazioni di autori – da Winnicott a Rilke o Montaigne –, potrebbe offrire al lettore inconsuete mete letterarie finanche lontane da ogni discorso procreativo.
Un fil rouge – quello dei classici – che trova sicuramente sponda negli esordi teatrali della scrittrice, da cui poi sono arrivati anche cinema e televisione (da Carabinieri a Elisa di Rivombrosa, La squadra, Distretto di Polizia 6, tanto per citarne alcuni).

Eppure, le chiediamo, farsi interprete di testi altrui non deve essere stato sufficiente se ha sentito la necessità, citando Walt Withman, di poter contribuire con un proprio verso.
“In parte è vero, anche se mi piace pensare che la vita ci conduca dove vuole. Sì, avevo delle insoddisfazioni come attrice nonostante stessi lavorando tantissimo in quel momento e avessi avuto la fortuna di misurarmi con testi importanti fin dagli inizi; da Shakespeare, a Goldoni, Claudel, Boccaccio. L’essere attrice tuttavia mi faceva sentire sempre tassello di un progetto più grande, collettivo, pur se nel teatro, molto più che al cinema, sono gli attori a “dirigere” il testo perché, soprattutto nelle repliche, se lo modellano addosso. Al cinema invece, il lavoro implica l’apporto fondamentale del montatore, per esempio, che può decidere di tagliare completamente una scena perché non funzionale al racconto, come nella scrittura. Sentivo di poter contribuire scegliendo una delle forme artistiche più economiche: la scrittura permette di essere in una stanza e avere la libertà di immaginare qualsiasi cosa; poi ho avuto la fortuna di trovare subito case editrici importanti che hanno accolto il mio progetto”.

Tornando al processo di scrittura, c’è un autore di cui consapevolmente o meno, sente di aver ricalcato lo stile?
“Ci sono sicuramente delle influenze. Il “copiare” fa parte della tradizione: Leopardi copiava Monti, per esempio. Amo la letteratura psicologica, i romanzi di formazione e credo si capisca leggendo i due romanzi (Le difettose e Gli ipocriti, ndr). Devo svelare che il mio amore per la scrittura è antico. Ricordo di aver scritto da sempre e fino agli anni dell’Università dove la laurea in Lettere mi ha permesso di nutrirmi dei classici che inconsciamente hanno fatto di me la persona che sono. Alla scrittura “per professione” sono arrivata tardi rispetto agli amici di allora per cui penso di essere stata forgiata anche dalle esperienze vissute. Può sembrare strano – per coloro che non conoscono questo mio pezzo di biografia – che abbia fatto l’attrice e poi mi sia messa a scrivere; sono invece semplicemente tornata alla prima passione. A vent’anni ho anche rilevato con altre sette persone una casa editrice romagnola e fondato una rivista di poesie “Clan-destino” che esiste tuttora. Quando ho iniziato il percorso di attrice però ho lasciato quel progetto”.

Cosa pensa delle donne che scelgono di non avere figli? Le sembrerà una bestemmia.
“Credo che subiscano un tabù simile alle donne che non riescono ad averne. L’ho solo accennato nel saggio perché è un discorso più ampio che meriterebbe uno spazio a sé. E’ come se si rompesse un assetto che ha a che fare con la natura, e nell’opinione comune, sono chiamate a dar conto del motivo per cui hanno scelto di non essere madri; allora penso che lo stesso interrogativo dovrebbe essere rivolto a chi di figli ne ha”.
Riemerge – soprattutto nelle lettere che aprono i singoli capitoli – il sentimento dal sapore eccessivo e disturbante – dell’ossessione. Che si esprime anche nella creazione di un vocabolario ad hoc, fatta di sigle o acronimi legati soprattutto alle batteria di esami e risultati clinici, una lingua altra. Poi la fatica e il dolore, spesso fisico, per esami invasivi che occorre sopportare e che si affievolisce nella condivisione di una corsa cieca oltre i propri limiti.

Da donna che ha affrontato lo stesso cammino, cosa spinge a fare questo?
“Ciò che mi sono sempre sforzata di trasmettere è l’idea di mantenere la ricerca di un figlio nell’area del desiderio sottraendolo all’ossessione, che rivela più un vuoto che un pieno. Alcune donne mi hanno contattata nel pieno della loro pulsione nel quale esiste qualcosa di primigenio che spesso perde i contorni della propria forza. A questo punto è necessario capire che si può trasformare quello che è possibile. La tecnica e la scienza concedono possibilità maggiori rispetto a un secolo fa ed è giusto utilizzarle senza vergogna o giustificandosi. Tuttavia non sono infallibili ed è questo che i medici non sempre rivelano. Anche ne Le difettose la protagonista alla fine si ferma e sceglie di non fare l’eterologa. Accetta di vivere senza figli scoprendo una forma di maternità con i suoi studenti. Spesso nel desiderio di un figlio c’è un bisogno di generatività che non si esaurisce con la maternità. Può confluire ugualmente in qualcosa di creativo e artistico. Forse non è un caso che le mie scrittrici preferite non abbiano avuto figli: penso a Emily Dickinson o Elsa Morante”.

In un passaggio del testo scrive che il luogo comune spesso contrappone le madri adottive (buone) a quelle artificiali (cattive).
“Sì, io provo a sfumare questa ideologia perché credo che entrambe le strade siano dignitose e da rispettare. Tanti vedono la bontà nell’adozione e il male nelle tecniche di procreazione medicalmente assistita. E spesso anche le donne che per loro fortuna hanno avuto figli in modo naturale sentono di suggerire in primis l’adozione che tuttavia presuppone un iter lungo e faticoso come la sua alternativa artificiale. Bisogna essere in due, nel senso che entrambi i coniugi devono essere d’accordo (molte donne mi hanno confessato che i loro mariti non lo erano); le percentuali di successo non sono altissime senza considerare che quella nazionale pone una serie di ulteriori vincoli come per esempio la non possibilità di adozione da parte dei single. Eppure circa 400 bambini nel nostro paese vengono annualmente abbandonati mentre 4000 sono adottabili, ma vi è ancora una complicazione: l’opzione di affido/adottabilità da parte dei parenti fino al quarto grado. E gli anni passano. Certamente il desiderio di maternità non deve essere inquinato da questa contrapposizione; quello che volevo far emergere è che le difficoltà sono di origine diversa, ma ugualmente presenti. Tuttavia ognuno sceglie il percorso più adatto a sé, senza conformarsi ai cliché che per loro natura sono semplificazioni”.

Utero in affitto. Come si concepisce l’idea di accogliere una vita dentro di sé per poi separarsene. Potrebbe perfino risultare un’offesa a chi resta privato di una gioia simile.
“Riconosco che è tema ostico, risolvibile solo nella coscienza delle persone. La maggioranza di chi opta per questa soluzione – tranne situazioni cliniche particolari come quello di donne nate senza utero – sono le coppie omosessuali, in aumento nel tempo. E in un futuro auspicabile forse la genitorialità sarà diversa. Sarebbe interessante vedere le evoluzioni del concetto di famiglia che oggi si limita all’aggettivo “allargata”. Necessario un nuovo linguaggio, un altro modo di raccontare. Ritengo che se in Italia fosse possibile l’adozione anche per le coppie omo sarebbe la loro prima opzione. Solitamente, qualcuna ne conosco, ma ovviamente non posso generalizzare, queste coppie poi mantengono un rapporto molto bello con le mamme naturali pur se spesso c’è un oceano di mezzo perché la pratica è legale solo in Nord America”.
Il saggio si rivela una disamina lucida che si sforza per tutto il tempo di risultare imparziale tra una riflessione prettamente religiosa che chiama in causa le moralizzazioni vaticane e le applicazioni di una legge (la n. 40 del 19 febbraio 2004) rivista e modificata nella finalità della tutela dell’embrione stesso (ne è vietata la soppressione e il congelamento, per esempio).
Scivola infine in un dialogo interiore che arriva alla consapevolezza passando per un presente pieno, donato a se stessi, dove occorre prendere atto che ogni nascita implica una parte di caos e mistero ineffabile che contribuisce a rendere complicato l’essere genitori. “Nasciamo da persone di cui siamo in balìa per tanto tempo – dice la Mazzoni – e che possono causare, anche inconsapevolmente, seri problemi perché si fanno pagare ai figli i propri potenziali insuccessi. Spesso il rapporto simbiotico che hanno talune madri con i figli maschi in particolare, è un loro bisogno. Un amore dipendente, non puro. Essere madri è un dono che si restituisce dando autonomia ai propri figli”.

Infine, sulla domanda posta a tutti gli autori ospiti di ZEST, ovvero come la letteratura e l’arte possano contribuire alla sostenibilità, l’autrice dichiara: “Aprendo la mente delle persone, sostituendo alla diffidenza e alle ideologie rigide nuovi spazi di realtà in cui accogliere visioni diverse sostenute da parole appropriate e se necessario inventate, perché questo mette in relazione gli esseri umani che, quando ci riescono, sono capaci di veri miracoli”.

 

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In becco alla cicogna! | Intervista a Eleonora Mazzoni

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