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bioeconomiaBioeconomia
La chimica verde e la rinascita di un’eccellenza italiana
di Beppe Croce, Ciafani Stefano, Luca Lazzeri
prefazione di Gunter Pauli
Edizioni Ambiente 2016

 

In una prospettiva in cui è da ripensare l’intero complesso di relazioni con le risorse naturali del pianeta, la bioeconomia rappresenta una parola d’ordine strategica nelle politiche di numerosi stati del mondo: dall’Unione europea agli Stati Uniti, al Canada, alla Cina e al Sudafrica.
La bioeconomia va oltre l’adozione delle fonti rinnovabili di origine biologica al posto del petrolio e delle altre sostanze fossili. Si impegna a ridefinire – come scrive nella prefazione l’economista e imprenditore Gunter Pauli – i nostri modelli di produzione e consumo, e ci permette di soddisfare i bisogni di tutti, con quello che abbiamo e nel rispetto della capacita di carico della nostra Terra.
Il libro pubblicato da Edizioni Ambiente esplora l’argomento non tralasciando le origini, le basi fondamentali di un pensiero in grado di conciliare economia ed ecologia. Vengono riallacciate al presente le intuizioni di chi ideò per primo il termine “bioeconomia”, vale a dire l’economista Nicholas Georgescu-Roegen, che si spinse a denunciare (a partire dagli anni ’70 del secolo scorso) il fallimento dell’economia teorica basata sulle utilità immediate, sul considerare le risorse naturali come gratuite. La rinuncia a valutare le conseguenze di azioni impattanti sull’ambiente rivelava un ritardo fondamentale delle scienze economiche nella conoscenza delle leggi della fisica. Le quali, come ci ricorda il meteorologo francese Michel Jarraud, non sono negoziabili.
Nell’ampia panoramica storica vengono illustrate le intuizioni primordiali, la capacità dell’uomo di elaborare, fin dalla notte dei tempi, le tecniche di trasformazione delle sostanze organiche. E nel procedere delle epoche si analizzano le grandi svolte, in particolare la rivoluzione tecnologica che portò (fin dal XIX secolo) alla nascita della chimica di sintesi e alla scoperta dei nutrienti delle piante. Il comparto agricolo fece proprie queste innovazioni divenendo, nel corso del ‘900, una vero e proprio campo di applicazione e succursale della chimica. Basta con le vecchie pratiche delle rotazioni, del letame e dei sovesci, d’ora in avanti gli agricoltori avrebbero potuto dedicare tutto il terreno alla coltura più redditizia perché ci avrebbe pensato la chimica a fornire i mezzi per nutrire le piante. Ma il percorso, destinato a degenerare nello sfruttamento incondizionato del suolo e dell’ambiente, non si realizzò in modo del tutto lineare: ancora tra le due Guerre dall’agricoltura giungevano importanti innovazioni, tentativi di attivare linee produttive a partire dalle fonti rigenerabili. In Italia, ad esempio, con la sorprendente storia imprenditoriale legata alla viscosa, “la seta dei poveri” prodotta dalla Snia, o con il movimento della “chemiurgia”, sorto negli Stati Uniti negli anni ’30 allo scopo di trasformare e integrare la produzione agricola con quella industriale. Spinte pionieristiche che alla luce delle odierne sensibilità vengono rivalutate, ma che non impedirono alle versatili fonti fossili di prevalere in qualità di precursori dell’energia e della materia. Con le conseguenze, sul clima e sul mantenimento degli ecosistemi, che tutti noi abbiamo imparato a conoscere. E una data, in particolare, segna nel nostro paese la presa di coscienza dei danni ambientali e sanitari causati dalle lavorazioni petrolchimiche: parliamo del 10 luglio 1976, giorno dell’incidente all’Icmesa di Seveso che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube altamente tossica di diossina, disastro ambientale considerato dalla rivista Time fra i 10 più gravi della storia.
Nella prospettiva che abbraccia bioeconomia e chimica verde si sottolinea come il mondo vegetale sia l’unica risorsa naturale che offra maggiori varietà di applicazioni del petrolio, consentendo di ricorrere indirettamente a una fonte per noi pressoché inesauribile, l’energia solare. Le aree di sviluppo risultano molteplici, e l’opera curata da Beppe Croce, Stefano Ciafani e Luca Lazzeri, ne scandaglia possibilità e percorsi alternativi: dal biodiesel, derivato da oli vegetali, al metanolo, ritenuto non solo carburante ma anche precursore del polietilene e di altre plastiche, per giungere alla quarta generazione dei biocarburanti, derivati dalla fotosintesi artificiale, e ai building blocks, composti ottenibili dalla biomassa per via biologica o chimica ritenuti analoghi a quelli di origine petrolchimica, dai quali differiscono solo per la loro rinnovabilità.
Il grande fermento imprenditoriale, la quantità di progetti e realizzazioni, rivelano straordinarie opportunità legate alla valorizzazione di prodotti altrimenti destinati a essere trattati come scarti o rifiuti e di rilanciare il ruolo del sistema agricolo come fonte di vita non limitata al cibo.
In ambito planetario la nuova frontiera della chimica verde made in Italy risulta essere tra le più innovative, con aziende che hanno puntato sulla ricerca per rendere possibili oggi produzioni che sembravano impensabili fino a qualche anno fa. In primo piano le bioraffinerie realizzate, ad esempio, da Novamont, Mossi&Ghisolfi e Versalis, sistemi ecosostenibili di conversione della biomassa che consentono di ottenere non solo prodotti energetici, ma soprattutto materiali e composti chimici ad alto valore aggiunto e in vari casi anche alimenti e mangimi per la zootecnia. Esemplare in tal senso la riconversione “bioeconomica” del polo petrolchimico sardo di Porto Torres realizzata da Catia Bastioli e dal suo team Enimont. A pochi anni dall’avvio del progetto l’impianto produce polimeri, elastomeri, lubrificanti, erbicidi e mangimi a partire dal cardo, pianta ricca fibre, oli e zuccheri, ma dai più considerata soltanto erba infestante.

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BIOECONOMIA | B. Croce, S. Ciafani, L. Lazzeri