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antologia del quotidianoIn bocca al sonno
Racconto di Antonio Russo De Vivo


Ivano sei nei miei pensieri. Ti conosco da sempre. Tu soffri perché nessuno ti vuole bene, stai male, fai male, vuoi il bene e ti confondi.
Ivano sei così, sfigato dichiarato, oggetto di tendenza tra jeunes filles en fleurs e emo-tivi poco allegri molto zitti: questo è un tempo che ha fatto del dolore spettacolo non depravazione, questo è il tuo tempo ma tu, Ivano, stai troppo a guardarti il pube.
Hai una madre e un padre normale, una casa normale, hai frequentato una scuola normale con compagni normali, ma tu sei anormale, dici. È così, non ci puoi fare nulla; la colpa, sicuro!, è dei normali. “Guardatemi io soffro!”, dici a ogni piè sospinto, trascinandoti nel fango, tutto solo tuo.
Ivano tu sei sciatto e hai la pelle cattiva, poi ti lamenti! La tua pelle ha un colore brutto, un bianco scuro e poroso. Alla larga Ivano! la tua pelle è infida! c’è qualcosa che non va in te!

Una volta, Ivano, eri un ragazzo come tutti, me lo ricordo. Volevi la bella femminona tette&culo per amare&scopare, ma anche sensibile intelligente pronta alla carezza dolce o lasciva che fosse. Tu quoque, Ivano, youth in pimples dagli accecanti e incontenibili ardori, la volevi come fosse l’unica cosa al mondo degna di essere posseduta. Femminona tette&culo, bona da far rizzare mane e sera, pomeriggio pennica, ovvio. Poi avevi un amico timido e basso e col faccione butterato, Rodolfo, facile al fremito e al disincanto. Pauvre Rodolfo… tu, Ivano, al suo fianco ti sentivi così iperfigo… Rodolfo, pauvre, ti invidiava. Eppure tu, Ivano, non eri bello, né brutto, né simpatico, né audace, ergo non piacevi a nessuno, manco alle cuginette poppute che venivano a casa tua a spargere ovunque i loro umori, come petali che tu, poveraccio, volevi calpestare sul tappeto rosso destinazione tette&fica (culo no, cazzo son cugine! niente sconcezze!).
Però avevi sempre Rodolfo, e allora quando c’è almeno un altro peggio di te sembra quasi che tu sia il massimo, e non che invece, sic et simpliciter, c’è uno peggio di te. Rodolfo, pauvre, ne aveva di problemi con i prossimi vicini e i prossimi lontani. Nessuno se lo cagava. Quando si avvicinava a qualcuno quel qualcuno si allontanava perché Rodolfo aveva sempre le ascelle sudate, e lo capisco, che schifo! Quella tua Ivano no, per quanto infida non sudava e non puzzava. Si trattava di due pellacce simili e diverse. Entrambe facili agli orrori adulescentuli e post, una sinceramente fetida, l’altra sinistra da destar sospetto, ma non al fido Rodolfo.
Chi si ricorda di te, Rodolfo? Ivano no di certo. Ha la sua vita ora, e il suo immenso dolore. Eppure, negli anni di liceo, stavate sempre insieme. Due secchioni e lecchini che giustamente vi schifavano tutti salvo chiedervi fammi copià; per il resto, mediocri. Capita. La vita è piena di mediocri, e chi non lo è deve comunque ringraziarli, i mediocri. La mediocrità è la misura della gente, tutti la temono, tutti la conoscono, pochi la scampano.
La gita in Spagna, al quinto anno, fu importante. Madrid era una bella città per italiani giovani e pimpanti. Si andava ai musei coi professori tutto il giorno – sempre ‘sti pallosissimi musei, ma la gioventù dovrà pur sollazzarsi a cazzi suoi per qualche giorno, o no? –, poi la sera si scappava in cerca di alcol disco fumo erba pasticche coca, solito sballo da bravi fanciulli, né giusto né sbagliato, son solo ragazzate!
Tu e Rodolfo pure lì facevate coppia, ricordi? Stessa stanza, soli, emarginati, appestati. I maschi non cercano figa coi secchioni, i secchioni sono l’anti-sesso par excellence, e allora, secchioni, fatevela con gli altri secchioni, mica fa una grinza? Le femmine manco a parlarne, vi guardavano come la merda di piccione che fa splash sulla maglietta nuova. Nonostante tale situazione tu, Ivano, ce la mettevi tutta a fare il superiore con Rodolfo. Non ci vogliono, diceva Rodolfo. Cazzo ce ne frega, dicevi tu, mica stanno solo ‘sti stronzi. E pure c’avevi ragione, una volta tanto.
Era tutto così scontato, banale, giovanile nel senso di dimenticabile, a distanza di anni. Ivano e Rodolfo, lo sapevate bene, eravate da evitare tutti e due. Ivano, tu eri antipatico e strano o meglio stronzo. Rodolfo puzzava. Vi vestivate da schifo. Non eravate giovani normali. Eravate i soggetti. I soggetti ci sono sempre in una classe, e sono quelli cui rompere il cazzo senza avere rotture di cazzo. I soggetti vanno disprezzati, vanno evitati, ma poi, a dirla tutta, vanno temuti. Il principio di popolarità è sempre qualcosa di estremamente importante in anni di bisogno primordiale di autoaffermazione. I soggetti sono e rendono impopolari. Contagiano. Si spiega così che venti ragazzi si incontrano alla hall e tengono a debita distanza altri due della medesima classe. Senza rancore compagni, così va la vita! Così, dalla prima serata, siete rimasti soli. Poverini, facevate compassione. Ivano, alla fine non ce la facesti a fare il grande saggio che odia il mondo e lo dicesti, merda che sei
«Colpa tua che puzzi!»
e Rodolfo, misero lui, assentì con la lacrima in corpo.
Siete stati in quella asettica hall, dalle 21 alle 22 e 30, muti, poi siete andati a dormire, sfigati! Così la prima notte a Madrid: in bocca al sonno.
Il secondo giorno fu, udite udite, epocale. Rodolfo si svegliò prima. Si fece una doccia. Mise molto talco sotto le ascelle. E scese da solo.
Ivano, tu, me lo ricordo bene, appena sveglio ti guardasti attorno come un cane e ti accorgesti, con stupore, di avere la prima stretta al cuore di quelle che a tua volta stringi oggi come fossero l’unica cosa tua, e lo sono! “Sono solo” dicevi a bassa voce che parevi un matto, “nessuno mi vuole bene”. Ti prese così male da doverti chiudere in bagno per vomitare, a due mandate. Eppure eri solo, perché vergognarti? Ah, ecco, lo facesti perché dovevi piangere, e chiuderti in te stesso, in via simbolica diciamo. Valli a capire gli sfigati… Poi quando scendesti per fare colazione non ti piacque mica ciò che vedesti. Tutti insieme, i compagni, a ridere e a mangiare, e tu? tu con chi? con nessuno…
Rodolfo sopraggiunse dopo. Con lui c’era una ragazza. Un’americana di un college che dormiva nello stesso albergo. Era brutta e grassa, ma insieme ridevano. Ivano, miserabile, tu lì ti rendesti conto che Rodolfo poi non ti voleva un gran bene, se così, dal nulla, si era presentato con una brutta chiatta femmina ma pur sempre vaginodotata. “Mi hai tradito, Rodolfo!”, pensasti, annebbiato patetico frignone.
Ma Rodolfo te la presentò Alexandra, mentre gli altri, per un attimo, vi guardavano stupiti: eravate un triangolino tanto buffo… Attimo di inaspettata empatia. Attimo di evasione dal brutto mondo degli ultimi. Poi voi tre, Rodolfo Alexandra e Ivano, tornaste a essere sfigatissimo trio da emarginare. Fu comunque una colazione divertente. Rodolfo parlava poco, mentre Ivano, stronzo!, tu facevi il brillante e Alexandra rideva. Forse in America avevano parametri di valutazione diversi, boh, non si capiva come quella femmina brutta ma pur sempre vaginodotata si interessasse proprio a voi due che pure le bestie con la rogna e i lebbrosi zozzosi vi evitavano. Poi alla puella degli states deste il doppio bacio di congedo, sulle gote rosa e piene piene di carne, perché da studenti italiani eravate condannati ai musei, e gli americani invece chissà dove erano destinati ad andare, magari allo stadio Bernabeu, perché gli americani, si sa, sono sempre più sciolti.
Tutti e tre vi riuniste la sera. Quando gli altri andavano a sfogare rabbia e gioia giovane chissà dove, tu e Rodolfo aspettavate alla hall in tenuta rigorosamente orrenda: camicia grigia pantalone marrone polacchine color cacca tu, Rodolfo robaccia simile di colori diversi ma schifi. Alexandra vi venne incontro sorridente, manco fosse felice. Aveva un faccione con qualche brufolo, e una pancia bella alta e di sé orgogliosa. Quanta american gallons in quella pinguedine ostentata… Alexandra vi disse, in americano, di venire con lei. C’era un festino. Ivano e Rodolfo voi, sfigati per sempre, ve ne stavate a bocca aperta e a occhi sbarrati come nelle peggiori sit-com del lunedì mattina.
Questi americani dei college fanno cose strane nei festini. Bevono, fumano erba e si appartano come se nulla fosse. In albergo dico, mica escono per cercare ambienti più diciamo idonei a certe smargiassate. Così Rodolfo quando entrò nella stanza dei bagordi fu il primo a farsi tutto rosso, perché era il più timido. Ma anche Ivano non riuscì a celare un certo imbarazzo. Diciottenni che si davano da fare su cose un tantino eccessive per le loro abitudini prive di qualsivoglia sovraeccitante contenuto. Però in quel caos organizzato non c’era né musica né gente strepitante per evitare che a qualche vigilantes venisse voglia di cacciarli tutti. Un languido lounge caos, ben regolamentato.
Alexandra prese Rodolfo per mano e se lo portò via, lasciandoti, Ivano, in balia degli eventi. E tu, come mai fu e mai sarebbe stato più, ti lasciasti andare al mute-party. Gli americani ti si accostavano offrendoti da fumare e da bere con la loro calorosa sfrontatezza e tu, sentendoti per la prima volta parte di qualcosa di più grande del tuo cazzetto erectus, bevesti e fumasti; bravo Ivano, bravo, volendo si può non essere stronzi sfigati.
Dopo mezz’ora appena, viaggiasti beato nel mondo dei sogni. Quando riapristi gli occhi, qualche ora dopo, la testa ti girava come una brutta giostra che non sapevi come scendere. Ti stropicciasti gli occhi, e tutt’intorno c’era un casino di cicche e birre vuote e cartacce e vestiti. Qualcuno ti aveva messo a letto senza attentare al tuo virgineo pudore. Sullo stesso letto c’era un americano coi capelli lunghi che russava e un’americana col culo che usciva fuori da un vestito non abbastanza lungo ma tanto punk londinese. Ivano, me lo ricordo bene, eri eccitato e tanto incasinato in testa. Non ci capivi nulla. Era tutto così diverso e strano che da stronzo che eri ti insospettisti. Qualcosa doveva essere successo, di quelle cose inaccettabili e devastanti che dici ti siano capitate nella tua breve e vacua troppo spesso per essere un caso, ma sorvoliamo. Andasti in bagno e ti sciacquasti la faccia e quando tornasti in camera tua dopo un viaggio tra i corridoi abbastanza confuso, vedesti Rodolfo e Alexandra che si scambiavano effusioni e allora tu te ne stavi lì, a bocca aperta. “Ma cosa sta succedendo?” ti chiedesti, lasso, “come ha fatto questo coglione a trovarsi la ragazza?”
Uscisti dalla stanza silente e serpentesco. Poveraccio Ivano, tutto solo. Ti deprimesti perché ti ritrovavi sfigato come se prima non lo fossi mai stato. Fu una dura nuova. Il tuo compagno di merende, Rodolfo, era riuscito a scopare prima di te, cazzo, queste sì che son tragedie! Sedesti sulla poltrona della hall alle 6 e 30 con una desolazione intorno che non prometteva nulla di buono. Tre ore boccheggiasti in quel vuoto. Poi si videro i primi compagni per la colazione. “Ivano è solo” dovevano pensare quegli stronzi, e la cosa ti provocava fitte alla milza o a qualsiasi cosa ci fosse sul fianco in basso. Alle 10 passate si presentò Rodolfo con la fidanzatina americana mano nella mano, due mostri e, strano, furono accolti dagli altri come gente dello stesso mondo. Ivano poveraccio, tu eri allibito. Il puzzone e la cicciona si permisero pure di porgerti cortese e sorridente saluto, dopo aver salutato e parlato con gli altri, chiaro, e tu, Ivano, incazzato assai, rispondesti a quel saluto, devo ammettere, con un certo senso dell’eroico.
Dopo i soliti musei e monumenti e tanta cultura, Ivano te ne rimanesti solo e cogitabondo. Rodolfo ormai era perduto, accolto dal resto della classe come un amico ritrovato, e tu quanto rodevi, a giusta ragione.
La sera, ovviamente, le cose andarono peggio. Rodolfo e l’americana tubavano di nuovo e poi Rodolfo, lasciata l’americana ai compagni di college, si unì ai compagni di classe per fantastica bella serata in disco. Ivano, tu lo salutasti celandoti dietro un sorriso beffardo che voleva dire tante cose. Un magone dentro ti tribolava di brutto ma poi, una volta solo, riuscisti in qualche modo a unirti agli americani. Non che ti sentissi parte del gruppo, sia chiaro. A stento capivi quello che dicevano. Eri lì, nel pieno del festino, cialtrone in terra straniera. Ti attaccasti ad Alexandra e le parlasti tanto. Non occorre aggiungere il motivo di ciò. Solo che dopo qualche minuto l’americana ti mandò, nel suo gergo, a quel paese. Tutto prevedibile. Tornasti da solo in stanza sballato e incazzato ma non troppo.
La mattina alle 10 svegliasti Rodolfo che ronfava e Rodolfo chiese con la bocca impastata da chissà quanta robaccia bevuta «che c’è?» e tu gli rispondesti «ti devo mostrare una cosa».
Sul tuo cellulare c’era questa foto con Alexandra abbracciata a un americano e intanto tu, Ivano, spiegavi che i due si erano divertiti-capisci-a-me e lo spiegavi quasi godendone. Rodolfo ebbe come un sussulto. “Povero questo sfigato, si è proprio innamorato!” intanto pensavi, ultimo degli stronzi. Ed era proprio così, perché Rodolfo mise la testa sotto il cuscino come uno struzzo e lì sotto, nei meandri uterini del letto, pianse.
«Vado in bagno. Preparati che scendiamo a mangiare un bel cornetto!» gli dicesti.
Andasti in bagno a fare quello che dovevi fare e poi tornasti.
Sul letto c’era un gran buco vuoto che era l’assenza di Rodolfo.
«Ma dov’è andato ‘sto coglione?»
Ti affacciasti alla finestra aperta e lo vedesti quattro piani sotto, schiacciato a terra.

Dopo due anni, caro fottutissimo Ivano, lo so che tu non ci pensi più da un bel pezzo. La vita per te è cattiva e nessuno ti vuole bene. Quando all’epoca lo vedesti lì giù spiaccicato, in principio, me lo ricordo, tu Ivano pensasti “così impari!”; subito dopo quel miserabile ti mancò un sacco.
Alexandra la rivedesti a distanza di poche ore, quando nel panico del fattaccio eri in procinto di partire con quei compagni di classe che tanto piangevano il caro sfigatissimo amico suicida Rodolfo. Ella rideva distratta, ciccia en avant, accanto al ragazzo della fotografia. “Chissà, forse gli ho detto la verità a Rodolfo!” pensasti. Lasciasti Madrid dormendo in aereo. E dopo due anni, solo come un cane, ci sei tornato a vivere in questa città. Meglio così Ivano, ti aspettavo, nel tuo paesello non hai nulla, nessuno ti vuole, tutti sono cattivi con te. Qui almeno ci sono io.


Nota biografica
Antonio Russo De Vivo è innanzitutto appassionato lettore.
È stato tra gli animatori, dal 2012 al 2014, della rivista culturale on line «Il Pickwick». Ha pubblicato racconti sui lit-blog «Scrittori Precari» ed «Extravesuviana». Un suo racconto è apparso sul sito web della rivista «Nuovi Argomenti», un suo testo su «Nazione Indiana». È tra gli animatori di «CrapulaClub» ed ha un suo blog personale: http://correzionedibozze.wordpress.com/.

 

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In bocca al sonno – Antonio Russo De Vivo