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copertina_briciole_per_piccioni.inddBRICIOLE DAI PICCIONI | Alessandro Turati
Neo. Edizioni 2016

di Paolo Risi |

Alessio Valentino è infastidito dalle mani sulla faccia, quelle dei parenti che quando lui è bambino lo coccolano, lo strizzano, gli arruffano i capelli.

Alessio, sullo sfondo di una lago di Como distante, intimamente insubrico, si prepara a scostare la vita, intesa come groviglio di relazioni per lo più incomprensibili, appiccicose, una sciarada insomma. Capisce poco dei suoi genitori, che fra le mura domestiche sembrano sostenere un ruolo improprio, inadeguato: la mamma insoddisfatta con interessi nel mondo esterno perlopiù travisati, papà che fuma la pipa per darsi un tono, concentrato e circoscritto nell’obiettivo di aprire una tabaccheria.

Alessio vorrebbe starsene per i fatti suoi, quell’essere toccato, importunato, si rivela il pegno da pagare, forse il peccato originale di una vita consacrata alle liturgie di provincia, paraventi e minuetti dietro a cui si nasconde lo scatto improvviso, il raptus.

Inizia per Alessio il percorso scolastico, la messa alla prova e tutto intorno, all’interno di muri scrostati, sbilenchi, si arrabattano corpicini e anime nel grande brodo della conformità, fanciulli che al riparo da sguardi indiscreti covano delusione e sentimenti attigui alla rabbia.

Dall’Infanzia all’Adolescenza affiora la solitudine di chi non teme di sbandierare il proprio Io. Sostanziali per Alessio la scoperta della letteratura, Camus, Céline e Cioran, l’abbraccio del vino e delle birre a mitraglia, il sesso come alchimia per soli adepti, sesso che si incaglia nella rete onirica, poi l’esame di maturità, lasciapassare per il nulla, o peggio per il tutto.

Sostengo la maturità con una giacca di lino. Faccio abbastanza pena, vestito così. Durante l’orale parlo principalmente di Verga, per lettere, e di Goya, per storia dell’arte. I docenti della commissione mi guardano e fingono di essere interessati, ma si capisce che non ne possono più di sentire per l’ennesima volta le solite stronzate. Al termine mi stringono tutti la mano ed è la prima volta che stringo la mano ai miei professori. Potevamo evitare, penso”.

Il romanzo BRICIOLE DAI PICCIONI dopo aver plasmato ambienti e caratteri, prende il volo a partire dal capitolo dedicato all’Alcolismo. Il germe letterario giacente in zona anossica, a pochi centimetri dalla trama scoppiettante, nervosa, schiaffeggiata da comicità dolente e caustica, inietta la dinamica disturbante, che è vis polemica, invettiva solo apparentemente epidermica, ma che è tutt’altro, è pregnante, sostanziosa. Alessio rimane incartato, dall’Alcolismo si lancia nell’era della Disoccupazione.

Non sopporto più la tua faccia in giro per casa. Trovati un lavoro decente e vattene!”
Bastava dirlo”.
Ecco, bravo”.

Il papà segna il terreno, occorre che quel figlio si dia da fare, nuotare con braccia proprie e non importa se l’addio contempla un cerimoniale assai sbrigativo. Una fabbrica di ombrelli è l’approdo conseguente, un lavoro tanto per cambiare convenzionale, e a seguire il bar consolatorio dove la vita appare come la versione pedestre di un film di Tim Burton: l’uomo rana, la signora bionda che mostra i seni, Brian il barista grillo parlante, che sembra conoscere alla perfezione la famiglia di Alessio, il suo misterioso lato pubblico.

Privo di corde di sicurezza il giovane protagonista si ribalta nei fumi alcolici, entra morbidamente nel limbo degli impreparati, dei borderline, di quelli che si fanno troppe domande e soccombono. Il suo appartamento diventa una radura dove galleggiano bottiglie vuote, lattine, il disordine impera, libri sparsi che non sembrano più fornire alcuna risposta.

Ad un certo punto la roulette della strada gli fa incontrare Bea, futura infermiera, che lo ospita e lo fa sentire a casa, Bea regina dei disadattati del paese, fragilissima ma con un microchip amorevole sotto la canottiera bianca, sottopelle. L’incontro non è risolutivo ma qualcosa suggerisce, Bea lo convince che aiutare gli altri far star bene, Alessio sembra crederci, ma ha già in serbo l’ennesima fuga, il tentativo bislacco di mettersi alla pari con il mondo, ormai distante alcune galassie.

Il bambino che non amava essere toccato ha raggiunto un’età indefinita, è tempo degli addii e dei ringraziamenti e Alessandro Turati ci regala l’ultima frase (una delle ultime a dire il vero) di un libro divertente, imprendibile e sincero.

Voglio ringraziare la nostalgia atavica e il crogiolarmi in lei e la disperazione immotivata: se ho un briciolo di sensibilità, arriva da lì”.

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Briciole dai piccioni | Alessandro Turati

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