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antologiaIl castello 
Racconto di Gianluca Garrapa

Il castello è deserto. Il caldo immobilizza le case in un torrido incantesimo che nessuno, per lo meno fino all’ora del tramonto, potrà spezzare. Il silenzio amplifica la magia nera dei corpi chiusi in casa. Escono da lì le invidie di chi non potrà vedere il mare. Di chi sta per uscire per andare al lavoro.

Lo stabilimento balneare più vicino è a dieci chilometri dal castello. Otranto oppure Gallipoli? Gallipoli, in effetti, è troppo lontano e il vento non è buono. Allora Otranto. Va bene, Otranto, anzi, Laghi Alimini. Spingo con l’indice nel lettore dell’autoradio il cd dei Pink Floyd, A Saucerful of secret. Il romanzo che sto scrivendo, e che terrò per me come un avaro la sua roba sotto al materasso, sarà un piattello di segreti…

Sto per lasciarmi il paese alle spalle: un castello impantanato in una rarefazione soffocante e grigia, un miraggio psicotico che non lascia scampo: crederci o impazzire. Il bivio: una strada, asfaltata da poco, si perde nella campagna riarsa di olivi e tabacco, l’altra strada, quella che sto percorrendo, la provinciale, conduce al mare. Nel punto in cui le vie si disgiungono c’è il grosso tabellone che incombe segnaletico come una ghigliottina.

Subito una sensazione mi coglie: è uscire da un miraggio paludoso di voci interiori che si dibattono incessanti davanti ai misteri familiari che vado scoprendo in questi giorni. Che poi mistero non è, ma difesa inconscia nei confronti nell’ineluttabile violenza, l’ossigeno, cioè di noi abitanti del castello. Il deteriorarsi dei sentimenti ce ne fa percepire una minima parte e anche sopportabile perché, prima o poi, quella violenza subita verrà inflitta, ricambiata, nell’immaginario gioco perverso degli specchi: l’odio che provi per tuo padre lo vomiti su tuo figlio, nella peggiore forma della violenza: l’amore morboso e castrante.

Oggi è il 23 d’agosto e, come ogni anno, la statua del Patrono attraversa in processione il pantano del paese, una fiumana di devoti che scorre lungo le vie fino alla Chiesa Madre a ricordo e fedele ringraziamento di quel 23 agosto del 1898, quando, proprio grazie al Patrono, il castello scampò a un gravissimo pericolo naturale, a una tromba d’aria, un evento catastrofico, che l’ignoranza popolare e colta considerò meritato frutto del castigo divino, e la furbizia, che va di pari passo con l’arroganza patriarcale, ha poi trasformato nell’arma pedagogica del senso di colpa che considera strali e frecce mortali al petto di Gesù, ogni sintomo di libertà e desiderio umano. Nel castello si nasce, si vive e si muore come dentro una vergine di ferro.

Sanno tutto di voi, è un grande castello dagli ambienti trasparenti. Ogni muro, muto e cieco, sa tutto di tutti.

La natura umana, soprattutto un tempo, nel “sud del sud” fuori dalla storia, è fatta di cronaca, farcisce la difficoltà dell’esistenza con pettegolezzi anche atroci, e scolpisce le storie d’ognuno ricamando imbarazzi e dicerie che il tempo rafforza e che nessuna impresa gloriosa potrà lavare di dosso. Oggi è diverso. Il pettegolezzo è velato, l’ipocrisia aggiusta il veleno delle lingue con quell’apparente rispetto che rende le nuove generazioni un po’ più evolute. Ma niente si evolve realmente. Umani come alberi di ulivo, o vigneti, che di stagione in stagione, di secolo in secolo, non mutano affatto le loro forme ma le accrescono in ridondanti torciglioni, e nelle vene circola ancora il gusto per la maldicenza gratuita. E se a volte il destino non concede imbarazzi e le malelingue tacciono, è solo per indifferenza, è perché a volte nulla conta niente per nessuno.

L’ambiente è inquinato. Il tumore assedia anche i bambini, gli adulti ammassano morte nei sottosuoli e giocano a scacchi, vestono eleganti messe in scene da ricchi, anche se sono poveri e non hanno da mangiare, e vanno a ballare stupida musica nelle discoteche sul territorio rubato al mare dopo aver sniffato bicarbonato passato per cocaina, perché la mafia è più onnipotente del dio Nettuno e se ci colludi, anche indirettamente, ti guadagni un quarto d’ora d’Olimpo. Le persone si divertono scioccamente, si ammalano, muoiono. Fingono di pregare nelle chiese dove l’incenso puzza di ipocrisia e spregio sacrilego. Qui è il luogo dei traumi, simili a vesciche che esplodono, a tumori che si spostano nel corpo e regalano lunghe agonie.

La strada che porta al mare attraversa la campagna, i feudi baronali, le masserie, i reami incantati e i campi dove trascorrono le loro lunghe prigionie gli africani dei caporalati e i figli dei caporali. Grosse zolle di pietra rossa che soffocano l’occhio e l’olivo che lo proteggono. Si attraversa la gariga, il glauco pino marittimo sorveglia animali che corrono, volpi tra la salvia e il rosmarino. Un deserto, poi. E le vipere, il geco sul muro e il ramarro dietro, tra le ginestre spinose e gli elicrisi gialli.

In questa sgangherata periferia d’Italia, tutto funziona alla perfezione. Il turismo. Il turismo che invade e taglia il collo come nuovi turchi.

L’azzurro profondo della baia e la sabbia che sta inghiottendo il mondo.

Ti par di sentire le cicale in coro quando vibrano i tamburelli a sangue. Lungo le vie di campagna, i muretti a secco e oltre le vigne, il tabacco e gli olivi contorti e nodosi, tra i ricci e i gatti selvatici che rincorrono passeri saltando tra i rovi. Ci sono anatre nei laghi lì sotto. Sfrecciano i cenerini. I tordi tra i rami e i fagiani colpiti a morte dal braccio teso dell’occhio cacciatore. Il dottore che scambia un piede diabetico per infezione micotica.

L’odore di origano e di spezie nell’aria che riempie il tramonto di nostalgia, la luna, fra poco, sarà un grosso pollone di sangue rabbioso.

E il cielo è un cavalletto che contrasta il marrone profondo e il pungente silenzio delle ortiche. Una gazza sulla cuspide di un muretto a secco, della stessa pietra di cui sono fatte le costruzioni contadine, o i disperati sogni di questo quaggiù che non ammette colori diversi in questo agosto arido della nostra vita. Esplodono bianche le costruzioni di secolare storia, come la polvere sul ciglio di questa lunga striscia d’asfalto statale ondosa fino a Otranto che alcuni mesi fa puntava, ferma e lineare, nel basso ventre di nuvoloni atri, colmi di spelonche nere dagli arzigogoli bianchi. Esplodono negli interstizi dell’inorganico, sanguigni papaveri e crochi del colore del sole.

2.

Mi siedo al tavolo a sorseggiare una birra. Davanti a me c’è un uomo, dal volto antico e la pelle scura, corteccia di un olivo secolare. Beve una birra Moretti, la stringe tra le mani dure solcate da profonde rughe, le dita bitorzolute, rami, e le unghie marroni, nere di caparbia lotta con la terra avara e brulla. Deve essere un contadino, fissa il pezzo di mare alle mie spalle, gli occhi piccoli e neri, le sopracciglia folte come cespugli di notte. Lì, una volta, c’era il relitto della nave Dimitrios. Io mi volto, quasi per istinto, poi fisso l’uomo negli occhi e lui ricambia la curiosità dello sguardo, capisce il mio desiderio di sapere. Anch’io, vagamente, me ne ricordo e ne ho sentito parlare di questo relitto che ormai è del tutto scomparso. Mi chiede di dove sono, io rispondo, ma capisco che è solo una domanda per attaccare bottone e parlare, lui avrà forse 70 anni, mi chiede quando sono nato e intuisce che non posso ricordare il fatto, l’arenamento della nave, e mi racconta di come la nave Dimitrios si arenò nelle secche dei laghi Alimini, in un dialetto molto simile a quello che si parla nel castello: – Tie non te poi ricordare, tandu, allu 1978 la nave se arenau. Ieu facia lu marinaiu. Poi dopo l’incidente della nave, tornai ccasa, alla campagna de sirema, recum eterna. Non me scerru mai, ddha mmane. Ieu faticava sulla nave, se chiamava Dimitrios, era ‘na nave della Grecia, lunga ‘na sessantina de metri, forsi de cchiui, e faciame nnanzi rretu, tenia ‘na stazza dei quattrucentunovantottu tonnellate. E sciame de na parte all’addha, Grecia, Tunisia, Maroccu, ‘nsomma tuttu lu mediterraneu. ‘Na fiata simu sciuti in Spagna, ‘no te dicu, canuscì ‘na fimmena, guarda, m’era stregatu, tandu era sposatu friscu, potia tenire trent’anni, iddha mancu quindici, ‘nsomma, ficime quiddhu ca erame fare… bhu… che tiempi! Moi le fimmene pijara possessu, pijara pede ‘nnanzi, ma tandu calavane la capu e stiane citte. Insomma la pijai, la portai intra a ‘na stanza de n’ostellu e stesime tutta la notte. Quandu me ne sci, kianti ka fice, pare ca era rimasta ‘ncinta. ‘Nsomma, cu no te la portu a lunga, tornamme in Grecia, caricamme e partimme ‘ntorna. Tandu, le navi non erane filu come quiddhe de osci, pe’ gnienzi se rumpiane, non avia segnalazioni, non avia indicazioni sulle carte nautiche, sciame a rischiu e periculu nosciu. Non sulu la noscia, puru l’addhe erane cusì: d’annu puru ‘na nave tunisina, me ricordu, se ‘ncagliau a susu lu litorale de Santa Maria te Leuca, allu 1979, l’annu dopu, alle sei e menza de sira. A nnui ci sciu chiù ffiacca, ca perché sta ddormiame, erano le quattro de mmane. Praticamente erame partiti lu dieci dicembre dallu Pireu, cu ‘nu caricu de quattrucentucinquanta tonnellate de farina, crusca, cereali, cose cusì, ‘nsomma, e sta sciame a Pesaru. Alle quattru de mane ci arenamme alle sicche, a dha parte ddhai. Ci ‘mparuamme, tantu vidi la motonave ca ‘ccumincia se inclina sullu fiancu destru, la prua votata versu Otrantu. Grazie a Diu stiame a dieci metri della riva, tantu ca lu comandante ci ordinau cu scindimu della nave e lassamme tuttu a ddhai, caricu e tuttu. Poi ‘rrivara li sciacalli cu saccheggiane, però trovara picca, ca perché l’acqua trasiu intra alli scompartimenti, e scuaiau tuttu, ma li strumenti e lu restu se lu futtira. ‘nsomma cusì scira le cose. Dici bbonu, s’era statu moi, non era successu filu1.

Qui era tutto dune altissime. Poi il turismo ha generato i mostri di questo finto divertimento fatto di musica bruttissima. Spiagge sottratte ai richiami dell’infinito. Campagne sottratte ai contadini, al mondo, per fare spazio al tempo, per dilatarlo a vuoto. – E mo ave puru lu problema te le ulie,” continua, Ucciu si chiama, e lui pensa che la Xylella sia come l’aids: una malattia introdotta, inventata. D’altra parte, per fare spazio ai turisti, hanno distrutto ettari ed ettari di pineta. Hanno devastato le dune, solo per tre mesi d’estate l’anno.

Stasera alla festa della Taranta vai?, mi chiede, e io rispondo che sicuramente ci vado. Poi saluto, mi alzo, e torno in spiaggia. Arenarsi in queste secche del sud, e non sparire come la carcassa del relitto. Soltanto trasformarsi, dipingersi addosso una maschera, un fisico onomatopeico del vuoto culturale, un atteggiamento antropologico tornito sul nulla. Come sono spavaldi e bui, gli occhi grandi e vivi di questi ragazzi che guardano il mare, seduti ai tavoli, scrutando l’orizzonte e non pensando a niente, rimbalzano ipnotizzati dal mare all’iphone, anche il culo delle ragazze lo fissano con una disattenzione e una noia di chi non sa che farsene della passione del corpo fuori dalla pornografia immaginaria delle chat erotiche. Raggiungo Giulio e mi siedo sul mio asciugamano, steso accanto al suo, saluto distrattamente alcuni abitanti del castello che trascorrono qui i momenti di ostentato relax e cordiale amicizia.

Giulio si desta di soprassalto, si leva gli auricolari e mi fissa strano da dietro gli occhiali scuri. Pink Floyd. È un’epifania. Una tragica e inevitabile visione del futuro. Sarà il coprotagonista del romanzo che sto scrivendo. L’amico del cuore, il fratello, che, dopo avermi ucciso per una banale questione di onore, si toglierà la vita gettandosi, in una gelida notte invernale, dal faro della Punta Palascìa. E accadrà davvero: morirò per mano sua. E saperlo è solo una mezza condanna, un anticipo inevitabile, un finale angosciante, scontato.

Giulio mi osserva. Sono strano, troppo strano, dicono i suoi occhi. Storce la bocca. Ha un’espressione di cane bastonato

Siamo partiti dal castello e per tutto il tragitto non hai aperto bocca, era come se io non ci fossi. Se non volevi portarmi con te, non c’era che lasciarmi al paese, un passaggio l’avrei trovato. Giulio ha una delicatezza nel rimproverare che, essendo nel giusto, dovrebbe inchiodarmi a un senso di colpa tale da scuotermi da questo torpore mentale che annienta persino la memoria breve. Non faccio in tempo ad aprire bocca che un pensiero retrospettivo mi fulmina, è vero che dal castello a qui, per tutto il viaggio, per me Giulio non c’era. Balbetto qualcosa che non convince nemmeno me stesso. – Giulio, non so, davvero, non so, è un periodo che…

Giulio non mi lascia finire: – È un po’ fastidioso questo atteggiamento. Poi siamo arrivati qui, abbiamo steso gli asciugamani e te ne sei andato. Torni dopo un’ora e mi guardi come se fossi un assassino… ecco, è questo che dovresti capire: tu sembri proiettare sugli altri i tuoi problemi, forse sbaglio… spero di sbagliarmi.

Raccolto un pugno di sabbia, la stringo, la faccio scivolare dallo strozzamento della mano, ho bisogno di un contatto con la realtà materiale. Giulio mi lascia da solo e si avvicina in acqua. Lo guardo allontanarsi come in un sogno. Non so cosa mi stia succedendo. È che la realtà mi sta sfuggendo. In macchina mi ha raccontato qualcosa.

Ma ho un’amnesia retrograda. Questo mare è un attimo eterno, la spiaggia, i ragazzi del castello fingono d’ignorarmi. Nuvole di fumo, hashish e marijuana mi investono come schiaffi di indifferenza, come una lapidazione. È per via di ieri sera. Ero ubriaco e fumato e ho rotto i coglioni a mezzo locale. Ultimamente succede sempre più spesso. Ma loro non se ne accorgono che stanno distruggendo il mondo a partire dalle radici. E siamo noi le radici: il mare, le pinete, le campagne, derattizzate e deprivate. Prima c’erano questi giganteschi topi curvi sui loro attrezzi di lavoro, a spaccarsi la schiena per dare da mangiare ai loro figli, al mondo, al futuro. Adesso preferiscono morire di tumore. Alimentare l’industria della chimica e della robotica industriale. Giulio sta nuotando al largo. Fisso il punto del suo corpo che sparisce per alcuni secondi, poi riemerge, ripete lo slancio e affiora dagli abissi poi scompare di nuovo. Smetto di osservare, di udire, di odorare. Raccolgo l’asciugamano, attraverso la spiaggia e mi rintano sotto i primi alberi della pineta, al disopra della spiaggia, su quella che era una duna, divorata dall’avido bailamme postcapitalistico. Mi stendo sull’asciugamano, infilo le cuffie e mi addormento. A Saucerful of secret.


1Non puoi ricordare, all’epoca, era il 1978, la motonave si arenò. Lavoravo come marinaio. Poi, dopo l’incidente della nave, sono tornato a casa, nella campagna di mio padre, pace all’anima sua. Non me lo posso scordare, quella mattina. Lavoravo sulla motonave, si chiamava Dimitrios, era una motonave della Grecia, lunga una sessantina di metri, forse di più, e facevamo la spola nel Mediterraneo, aveva una stazza di quattrocentonovantotto tonnellate. E facevamo la spola tra la Grecia, la Tunisia, il Marocco, insomma tutto il Mediterraneo. Una volta eravamo in Spagna, non ti dico, conobbi una donna, guarda, mi aveva stregato, allora ero sposato da poco, credo avessi trent’anni, lei nemmeno quindici, insomma, abbiamo fatto all’amore… bhu… che tempi! Oggi le donne si sono emancipate, impongono il loro volere, ma all’epoca abbassavano la testa e stavano zitte. Insomma la presi, la portai nella stanza di un ostello e abbiamo trascorso l’intera notte. Quando sono partito, quanto ha pianto! A quanto pare scoprì di essere incinta. Insomma, per farla breve, tornammo in Grecia, caricammo e ripartimmo. Allora, le navi non erano affatto come quelle di oggi, come niente si danneggiavano, non c’erano segnalazioni, non c’erano indicazioni sulle carte nautiche, si navigava a nostro rischio e pericolo. Non solo la nostra nave, anche le altre avevano gli stessi problemi: quell’anno, anche una nave tunisina, se non ricordo male, si era incagliata sul litorale di Santa Maria di Leuca, nel 1979, l’anno dopo, alle 18 e 30 di sera. A noi andò peggio, perché stavano dormendo, erano le quattro di mattina. In pratica eravamo partiti il dieci dicembre dal Pireo, con un carico di quattrocentocinquanta tonnellate di farina, crusca, cereali, cose del genere, insomma, e stavamo andando a Pesaro. Alle quattro della mane ci siano arenati sulle secche, lì. Ci siamo spaventati, all’improvviso ho visto la motonave che iniziava a inclinarsi sul fianco destro, la prua diretta verso Otranto. Grazie a Dio eravamo solo a dieci metri dalla riva, tanto che il comandante ci ordinò di abbandonare la nave e lasciare tutto, carico compreso. Poi sono arrivati gli sciacalli a saccheggiare, ma hanno trovato ben poco, perché l’acqua era penetrata negli scompartimenti, guastando tutto, però gli strumenti e il resto lo hanno rubato. Insomma sono andati in questo modo i fatti. È proprio vero, fosse stato oggi, non sarebbe andata a finire così.


Gianluca Garrapa è nato nel 1975, in provincia di Lecce, è laureato in Lettere Moderne; conduce la trasmissione radiofonica RadioQuestaSera su Punto Radio Cascina; è comico del labZelig di Livorno; collabora per Satisfiction; sue cose su Gammm, Compostx, Nazione Indiana, Critica Impura, Poetarum Silva, Verde Rivista, Fara poesia, Patrialetteratura, larosainpiu, Il fatto quotidiano, Il sole24ore; è Professional Counselor ad orientamento psicoanalitico.
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Antologia del quotidiano: “Il castello” Racconto di Gianluca Garrapa

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