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Cedi la strada agli alberi | Franco Arminio
Chiarelettere editore 2017

di Ivano Mugnaini


Affabulazione
non è una parola. O meglio lo è, ma non solo. Affabulazione vuol dire darsi, rivelare quella parte di noi che è più espansiva e generosa, quella che sussurra mentre grida, mima, si contorce e si trasforma, si concede e si racconta. Parlare di sé, anche e forse soprattutto in versi, vuol dire andare al centro di una piazza di uno di quei paesi sperduti e vivissimi, tanto amati da Arminio, e mettersi a petto e gambe nude, sotto il sole, come un diavolo o un santo, un predicatore o un peccatore fuggito dalle camere di qualche osteria. Vuol dire eccomi qui, sono un essere umano, con tutto ciò che questo comporta e vediamo chi di voi ha il coraggio di mostrarsi altrettanto umano ascoltando il mio canto, anzi, cantando, ridendo e piangendo insieme a me, pregando a nostro modo e imprecando contro il sole, come il capitano Achab, come ogni essere tormentato che ancora non ha rinunciato a cercare e a difendere quel patrimonio aspro e saldo che è la terra, la zolla, arida o fertile, a seconda del sudore e dell’amore con cui la trattiamo. Di quel liquido, quelle lacrime e quel sudore, si nutrono le radici, quelle degli alberi richiamati nel titolo, quelle degli uomini che a quegli alberi devono lasciare la strada, per ritrovare la propria, per poter salvare le cose più inutili, e quindi più essenziali, l’orizzonte, il verso, la poesia, la consapevolezza della leggerezza e della forza di ciascun essere che non si arrende alla marea trionfante e uniformante, ogni singola “anguilla sull’autostrada” con quel “lampo di luce / che la distingue dal catrame”.

Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti./ Uscite e ammirate i vostri paesaggi,/ prendetevi le albe, non solo il far tardi./ Vivere è un mestiere difficile a tutte le età,/ ma voi siete in un punto del mondo/ in cui il dolore più facilmente si fa arte,/ e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate”. Il succo del discorso qui ed ora è provare ad immaginare la reazione di chi ascolta queste parole, magari seduto davanti a un bar durante la controra, oppure di fianco a una macchina con i woofer dello stereo sparati a palla. Di fronte a questa poesia di natura orale che chiama in causa, letteralmente, cosa sentono i vecchi che hanno lottato una vita e che adesso si trovano a sopravvivere con pensioni da fame e cosa sentono i giovani abbandonati nella terra di nessuno dell’apatia forzata, riempita in qualche modo di plastica e pixel? Verrebbe da pensare ad uno sdegno malcelato o a un’agra indifferenza. Verrebbe da immaginare che i vecchi risentano nelle orecchie la voce di chi urlava “armatevi e partite” e i giovani odano l’eco di alcuni professori di materie che trovano indigeste, immangiabili. Non è così. Non accade, non ha luogo questo senso di rigetto perché, per antica cultura appresa dalla vita e per istinto innato, i vecchi e i giovani sanno distinguere ciò che è autentico da ciò che è fittizio. Arminio si è schierato effettivamente dalla parte dei deboli, di coloro che sembrano destinati a immutabili sconfitte. Si è armato, solo di una penna, rossa magari, ed è partito a piedi per percorrere i sentieri sassosi e stretti che portano alle terre isolate, ultimi avamposti di quel mondo che ha piantato e nutrito quegli alberi che sono testimoni di storie individuali e collettive. È uscito all’alba, quando fa freddo e sarebbe più comodo stare altrove, e ha documentato, lasciando che a parlare fossero le fotografie, la sfida della verità che è bellezza, della bellezza che è verità, per dirla con le parole di “Ode su un’urna greca”. E i giovani riconoscono al volo, al primo sguardo, i professori atipici, quelli che sanno davvero quanto sia difficile vivere a tutte le età e conoscono per esperienza diretta le parole di Paul Nizan “Avevo vent’anni… Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Sanno chi, come loro, ha follia e sete, perfino di saggezza e conoscenza, e sa lasciarsi andare, sorridendo, cantando, dicendo quello che davvero pensa e che davvero sogna. I ragazzi sanno distinguere chi è credibile e può permettersi, senza essere deriso o mandato a… al diavolo, di dire “Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola./ Pensate che la vita è colossale./ Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio”.

“Oggi essere rivoluzionari significa togliere/ più che aggiungere, rallentare più che accelerare,/ significa dare valore al silenzio, alla luce,/ alla fragilità, alla dolcezza”. Può parlare di Pasolini, Franco Arminio, senza ucciderlo di nuovo con la lama della retorica. Può farlo perché le sue radici personali sono piantate sul terreno di un paese il cui Il Corriere della Sera non arrivava e per leggere le idee del poeta bolognese bisognava sapere attendere, come si attende il frutto di un raccolto, che arrivasse qualcuno da Milano.

Così come Pasolini, anche Arminio deve venire a patti con un dissidio interno decisivo, un fronte che non conosce tregua: quello tra il suo sentire di “intellettuale” (parola che di certo lo fa inorridire ma che rappresenta parte del suo essere) e la ricerca costante e sincera di un mondo arcaico, preindustriale, di sicuro preesistente a certe vane e sterili costruzioni artificiali di concetti, di “ismi” più o meno contemporanei, di dialettiche che hanno come solo scopo quella di annientare il pensiero del popolo per assoggettarlo. E anche Arminio come Pasolini è pronto a rendere chiaro, fattivamente, da quale parte si schiera, quale versante della barricata gli è proprio. Si schiera dalla parte dei santi (laici) e delle bestie (vere, autentiche, in simbiosi con la natura e con il ciclo della vita). Fa il brigante, Arminio, armato solo di libro e mai di moschetto. Sta all’aria aperta ed esprime aperta ammirazione per qualcuno, senza calcoli o secondi fini, senza manovre astute e politically correct. Ascolta gli anziani parlare della vita, la loro e quella del mondo, e “prova a sentire il mondo/ con gli occhi di una mosca,/ con le zampe di un cane”.

Bisogna prendere la via dei paesi perché un posto quanto più è piccolo più è grande e quanto più è ai margini tanto più è centrale. Oggi la soluzione è essere inattuali e dunque la soluzione è vivere in un paese o meglio ancora in una federazione di paesi”. Essere inattuali, ci viene indicato, è una condanna che confina con una fortuna, con una benedizione. Da qui, tra l’altro, la lettera in versi indirizzata a Rocco Scotellaro, altro fratello di scrittura e pensiero, come Pasolini, con in più la radice condivisa dell’essere lucano e del passaggio ideale del testimone, “io sono nato quando il tuo mondo/ stava finendo”. Il compito è quello di lottare affinché quello che stava finendo rimanga e la Lucania resti “un altare/ per i devoti della terra”.

Il libro, coerentemente, si chiude, restando più che mai aperto, su un lungo elenco di nomi e di persone. Come a sovrapporle, tramutando i luoghi in persone e le persone in strade, piazze, cortili e campi. Arminio immagina di condurre i morti del cimitero a camminare e giocare nel campo sportivo. Come in una versione attuale di Spoon River, ciascuno resta ciò che era prima e che sarà sempre nella memoria di chi è vicino e affine.

Nominare le persone, una ad una, dando loro identità, dare un nome a questo bosco caduco che è l’umanità, fa rinascere il passato nel presente, nell’amore, la parola chiave, ora e sempre, dei vivi e dei morti. Perfino le preghiere, in questo libro, sono fatte di cose, oggetti concreti e gesti familiari, antichi, rivolti alle divinità come fossero parenti della stessa terra, del medesimo destino. La prosa poetica collocata nella parte finale del volume, le riflessioni sulla poesia, su Facebook, sulla scrittura, sulla malattia, sul libro e su Internet, collegano le radici e i rami di questo libro che ha forma e natura di organismo vivo, sincero, tenace e lieve, “pietra che fiorisce nell’aria”.


Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente. Ha pubblicato una ventina di libri. Ricordiamo, tra gli altri, “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Laterza), “Terracarne” (Mondadori), “Cartoline dai morti” (Nottetempo) e “Geografia commossa dell’Italia interna” (Bruno Mondadori).
Si occupa anche di documentari e fotografia. Come paesologo scrive da anni sui giornali e in Rete a difesa dei piccoli paesi. Attualmente è il referente tecnico del Progetto Pilota della Montagna Materana nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne. Ha ideato e porta avanti La casa della paesologia a Trevico e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.


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