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Certi ricordi non tornano (Carta Canta Editore – Collana I Cantastorie)
di Dario Pontuale

di Emanuela Chiriacò

Certi ricordi non tornano è un romanzo di suggestione periferica, marginale, contemporanea; è la storia di una spontanea partecipazione collaborativa, di un agire alla ricerca di una rinnovata socialità e della sopravvivenza.

In una Roma mai citata che si trasfigura e specchia deforme nell’acqua di un fiume che si chiama Fiume, siamo nel Barrio, un quartiere dormitorio, un villaggio che si è modellato attorno all’ansa del corso d’acqua; una ex zona industriale della quale rimane un vecchio liquorificio.

Il protagonista si chiama Michele Rigosi e occupa la fabbrica dismessa in seguito alla delocalizzazione della produzione insieme a un gruppo di ex operai. L’intervento sulla facciata dello stabile del writer Aladino, Dino, con un’opera di street art le fa acquisire il nome di Fortezza.

Un luogo svuotato, un feticcio del capitalismo fallito in attesa di ricollocazione, fermo tra il Fiume e il Barrio: due luoghi vuoti se privati dell’incessante brulichio umano; posti anonimi se sottratti agli umori della gente di fiume che […] trova riparo dai risucchi della vita, dal gorgoglio delle voci, dal volteggiare convulso dei visi e degli sguardi.

Nello spazio confinato di un quartiere, non accozzaglia di palazzi, bensì comunità di viventi, in questa comunità di viventi, al numero 49 in un palazzo di edilizia pubblica si incontrano Michele con i suoi sedici anni e Alfiero Barracano, veterano dello stabile, durante il primo atto rivoluzionario del ragazzo

Con il pennarello disegnai sul muro prima un cerchio, poi una aguzza A nel centro; uno sgarbo rupestre sdegnoso, uno scempio tale da meritare l’attenzione scandalizzata della prima riunione condominiale. […] fin quando una voce gutturale mi fischiò sopra la testa: «Ragazzo!»

È Alfiero che lo chiama dalla finestra del primo piano, lo riconosce e gli intima di allontanarsi prima di essere visto. Non lo rimprovera perché lo riconosce suo simile e qualche tempo dopo gli chiede aiuto per caricare alcuni scatoloni pieni di libri. Il libro, liber è il terreno cartaceo sul quale l’affrancamento avviene e il peso della parola si fa dono e richiesta di fiducia, che Alfiero gli spiega essere impossibile a concedersi a prioriAvanzando nella fortezza di carta della narrazione si assiste alla nascita di una biblioteca condominiale nel lavatoio del palazzo e alla corrispondenza biunivoca tra la crescita umana e l’invecchiamento dell’altro, alla progressiva erosione dei suoi ricordi. Il piano temporale slitta, l’autore lo porta avanti e indietro con un sapore analogico da cassetta a nastro la cui doppia bobina non nasconde graffi e bias.

Il rapporto tra Michele e Alfiero fa pensare idealmente a l’Èmile ou De l’éducation di Jean Jacques Rousseau, in questo racconto però la natura pedagogica incontra quella sociale pur ribadendo che nulla si può fare se non si parte dall’educazione, strumento per forgiare uomini nuovi in una società nuova. La Storia fa il resto, crea il tappeto sonoro e causale su cui gli eventi si intrecciano e confondono. Michele rappresenta la nuova fragilità umana, precaria nell’ideologia, e Alfiero, il retaggio di un’anarchia tranquilla per discendenza paterna, smaltata di normalità, accettabile, discreta. Alfiero diventa il testamento esistenziale di Michele, e l’eredità che gli lascia ha un peso troppo alto da sostenere. Non pare un caso che nel racconto ricorra il termine resilienza. È Michele che chiede a Alfiero il suo significato e questa è la risposta che ottiene

Quando un corpo subisce un colpo e trova la capacità di adattarsi. […] Fronteggiare eventi traumatici senza alienarsi, direbbero gli psicologi, oppure la capacità di un materiale di assorbire energia, risponderebbero i fisici. Io ti dico che è la tempra con la quale ognuno incassa un colpo.

Oggi considerata una buzzword, la resilienza a cui riporta Pontuale ha una connotazione etica, è post-resistenza, riconciliazione. Essa deriva dal legame che unisce i due uomini all’esercizio costante e perpetuo dell’amicizia in una fusione equilibrata tra narrazione e riflessione. È sostegno per Michele che organizza la sua personale resistenza attiva al potere della multinazionale Panopticon che demolendo la ex fabbrica vorrebbe costruire un centro commerciale e che lo spinge all’obbligo morale di occuparla per salvarla. Un tentativo audace che lo costringe a vivere sotto l’assedio della polizia, la cui pressione graduale porta all’epilogo inatteso.

Se Michele sia il compimento dei tentativi di Alfiero, del suo mancato coraggio o della sua inconscia saggezza, il dubbio rimane. Molto si gioca sul filo sottile di certi ricordi; quelli che restano e quelli che non tornano, come i conti.

Il corpo e la mente di Michele sono occupati nella città cancellata, nella doppia accezione del termine: dimenticata e circondata da un cancello di ferro. Tra mura blindate, a passo d’uomo, breve, limitato nel braccio che lo (de)tiene. Qui la memoria di Michele si consolida vaga, smargina come un lampione nella nebbia e lo condanna all’espiazione di una fine rimozione mai.


Leggi un estratto del romanzo qui

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Certi ricordi non tornano | Dario Pontuale