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Il libro: COMETA | Gregorio Magini
Neo edizioni 2018

Introduzione: 

In un punto preciso dello spaziotempo Raffaele, satiro irrequieto, inciampa da una storia all’altra in cerca di successo e Fabio, misantropo nerd, insegue se stesso e la fortuna in un agone digitale di improbabili social. L’incrocio sbilenco delle loro vite innesca un romanzo selvaggio, labirintico, possente.

Cometa è l’epopea disastrata, erotica e lisergica degli eroi senza motivo. Archetipi di una generazione fuori fuoco, il cui centro è dappertutto ma sempre altrove. L’odissea senza approdo di una stirpe di eletti a niente che cavalca il progresso come una pulce su un cavallo imbizzarrito, traghettata da sogni frenetici e deliri tecnologici.

L’autore: 

Gregorio Magini, nato nel 1980, vive e programma a Firenze. Ha fondato e coordinato il progetto Scrittura Industriale Collettiva, da cui è nato In territorio nemico (minimum fax, 2013). I suoi racconti 

L’estratto

Per concessione di autore e casa editrice, qui di seguito vi proponiamo la lettura di un estratto


Arrivato a casa, Fabio si chiuse in bagno, si spogliò nudo e si guardò allo specchio. Sanguinava dal mento. Ansimava ancora per le scale salite d’un fiato. Gli venne timore di un attacco di tosse e di svegliare mamma, perciò bevve molta acqua, raschiò la gola, sputò nel lavandino e si guardò di nuovo nello specchio. Ansimava ancora. Il sangue gocciolava. Vide altra roba che cadeva: spalle, occhiaie, capelli; la sua stessa bocca aveva una piega contraria, quel sorriso all’ingiù che non ha un nome, eppure nel riconoscere la sua espressione di tristezza non sentiva alcuna tristezza. Era ingrassato. Il corpo, come il codice, pensò, deve essere sintetico. Prese le forbicine da unghie, di forbici aveva solo quelle, e si tagliò i capelli. Ci mise pochissimo, non avrebbe mai immaginato che si sarebbe liberato di anni, di una vita intera di capelli, in pochi secondi. Buttò i capelli nel cestino. Era soddisfatto, ma siccome era così ubriaco, non riusciva a capire se aveva fatto una cazzata oppure no. Aveva la testa a ciuffetti, ed era la prima volta nella sua vita che trovava attraente qualcosa di sé. Si sgomentò pensando mi amerei se fossi bello?

Impugnò la schiuma da barba e il rasoio. Esitò per la paura di avere la mano tremolante. Però era tornato a casa con un’ammaccatura sola al paraurti e una al mento, poteva riuscire a cavarsela con un taglietto o due. Agitò la bomboletta e si cosparse tutto il corpo. Il mento frizzò come il demonio, ma per il resto sentì un fresco piacevole sulla pelle. Nello specchio, ora, vedeva una figura assurda, un’oca con testa umana, capelli punk e barba scarlatta. Iniziò dal petto, proseguì con ordine dall’alto in basso, eccetto i genitali che lasciò per ultimi. Ne uscì quasi indenne. Si buttò nella doccia. Poi si mise a sedere sul water con l’accappatoio arrotolato sulla testa. Quando riaprì gli occhi, la finestrella del cortile filtrava una luce pomeridiana.

Mamma era a lavoro. Si chiese se l’avesse visto in quello stato; non poteva non averlo visto, quando si era alzata doveva aver notato la luce accesa in bagno. Aveva di certo chiamato, bussato, e inquieta per il silenzio, schiuso per controllare. Strano che non lo avesse svegliato. Forse aveva avuto paura di lui. Non si angustiò, era orgoglioso di mostrare a sua madre che si dava da fare. Del resto, era naturale che adesso che se lo poteva permettere andasse a vivere per conto suo.

Andò a comprarsi dei vestiti nuovi. Girò tre ore tra H&M, Zara e Foot Locker e uscì con due t-shirt: una bianca con il collo a V e la scritta Who killed Bambi?, l’altra nera con un lupo che ululava alla luna piena; accanto un cervo si abbeverava in un laghetto. Il cervo aveva gli occhi chiusi e nel laghetto c’era il riflesso della luna, che però era un sole. Le nuvole in cielo passavano erroneamente dietro la luna-sole come in Dylan Dog n.3, Le notti della luna piena; pantaloni di lana attillati con motivo scozzese grigio e nero, un piumino blu senza maniche, Converse blu, berretto bianco e rosso. Poi passò da Emporio Armani e comprò un cappotto. Andò da McDonalds dove usò il suo PowerBook per acquistare un EasyJet Milano-Londra, mattino presto. Globalizzami stocazzo, pensò.

Appena sceso alla stazione di Milano, telefonò a Gianluigi: ho un piano per diventare ricco. Nel senso, ricco sul serio. Licenziati, ci vediamo domani pomeriggio a Liverpool. Station.
Figa ma che minchia dici?
Fidati.
Stai fuori zio, e riattaccò.
Fabio richiamò: Va bene. Aspetta a licenziarti. Ci becchiamo domani a Liverpool e ti spiego.
Bella, ma dopo le five pi-em.

Uscito dall’atrio ipertrofico, pensò sono l’uomo della pubblicità dei marshmallow. Passò la notte in uno stanzone appestato di fumo a ridosso del Naviglio Pavese a bere vino acido e guardare dalla finestra dei ragazzi conciatissimi giocare a freccette urlando e rischiando di cacciarsi le punte negli occhi. Si sentiva sparato, era stato sparato nel futuro e tutto quello che era stato era diventato opzionale. All’alba, uscì, entrò nel bar accanto, ordinò un caffè, poi un Campari in plastica e se ne andò piano piano lungo l’alzaia. Gli suonavano in testa le parole sguaiate dei ragazzi, le loro preferite soprattutto: stronzo, coglioni e giubbotto. Quando si trovò sotto un’insegna accesa Tattoo Shop, pensò si vive solo dieci miliardi di volte, ed entrò. Piastrelle a scacchi, un signore anziano con canottiera e berretto di lana che sfogliava una rivista su una poltrona rossa.

Buongiorno. Vorrei un tatuaggio.
Ma dai? Credevo un cappuccino.
Hai molti clienti a quest’ora del mattino?
Nessuno. Ma ho l’insonnia, per farmi compagnia.
Alzò gli occhi e in effetti erano due bulbi rossi.
Puoi pagare? Solo contanti.
Fabio si frugò in tasca e tirò fuori una mazza di banconote: Dovrebbero essere duemila. Birra più birra meno.
Ah, vedo. Stiamo festeggiando. Dove li hai trovati, per terra?
No. Su internet.
Internet? Pensavo che fosse un giochino per ritardati.
Lo è. Appunto per questo, ci sono un sacco di occasioni per fare soldi.
Fabio si tolse la maglietta e si accomodò sulla poltrona da barbiere in vinilpelle skai con posacenere incorporati nei braccioli.

Voglio un tatuaggio di circuiti elettronici. Distribuiti regolarmente come un giardino francese, intorno a un quadrato vuoto. Come alberi simboli tecnici, diodi, condensatori, tutto quello che ti viene in mente.
Fuori dalla stazione di Liverpool Street era difficile stare fermo ad aspettare, la gente gli lanciava occhiate come fosse un criminale. Come lo vide, Gianluigi gridò: che ti hanno fatto?
Fabio ebbe un bel ripetere: niente, sto una Pasqua, Gianluigi restò perplesso.

Ripararono in una traversa di Bishopsgate, in un pub vuoto che odorava di candeggina. Fabio confessò che non c’era alcuna idea, aveva avuto un colpo di testa, una specie di amnesia, succede forse quando ti trovi con tutti quei soldi all’improvviso. Gianluigi gli strinse una spalla e disse che capiva perfettamente, anche lui dopo il primo milione si era trovato un po’ spaesato. Ma dai tempo al tempo, il secondo milione era stato più facile del primo, il terzo del secondo, e così via.

Si separarono con la ferma intenzione di non vedersi mai più. Fabio affittò un piccolo attico ammobiliato nella Isle of Dogs. Invitò Carla per un weekend e Carla andò senza fare domande. Quando lunedì all’alba scomparve oltre i metal detector, Fabio pensò che si era innamorato di lei.

La vita prese un’andatura diversa. Doveva essere una risonanza dell’amore, non capiva se del fatto di amare o di essere amato o di una qualche strana reazione prodotta dalla convergenza dell’amare e dell’essere amato, configurazioni che visualizzava come l’approccio tra due meduse, un lento fluttuante sovrapporsi di filamenti. Così visualizzava il canale di trasmissione dell’amore, mentre l’amore in sé lo vedeva alternativamente come un puttino grassottello o come la sequenza di emozioni prodotta dagli stimoli di un algoritmo inesorabile.

Ma non si curò di riflettere sulla causa della frattura che era avvenuta nel suo ritmo vitale, e nemmeno cercò di capire, esattamente, cosa fosse cambiato nella struttura della sua vita. Quel che pensò, fu che l’amore è una confutazione ovvia delle funzioni trascendentali kantiane, lo spazio e il tempo. Perché se un sentimento, o meglio, uno stato sentimentale, poteva stravolgere ogni durata (e distanza, quindi) al punto da rendere incomprensibili i ricordi della vita precedente; se era possibile cambiare piano con questa facilità, allora quale fede o speranza poteva sostenere in un mondo al di là della sua coscienza, fatto di spazio e di tempo? Gli veniva in mente Einstein. Quell’uomo buffo e un po’ spaventoso, mentre prediceva che la rapidità di uno spostamento, una cosa così semplice come andare veloce, avrebbe messo in crisi la struttura della realtà, bollava come priva di senso l’ipotesi che l’amore potesse fare altrettanto. Aveva detto: Il tempo dei filosofi non esiste.

Fabio vedeva la figura di Albert Einstein allontanarsi con quel suo passo morbido, sfiorando con la toppa sul gomito le assi consunte di una staccionata. Einstein vedeva l’ordine e la bellezza nella natura, retta da leggi la cui portata e struttura profonda erano al di là delle povere capacità della mente umana, ma che potevano essere almeno intraviste usando l’intelligenza, il nostro vero occhio. Laggiù Fabio non riusciva a seguirlo, perché la bellezza e l’ordine, per quanto si sforzasse, non riusciva a vederli. Alla distanza, il paesaggio era gommoso; poroso se osservato da vicino. E noi, poveri conglomerati, proprio nel punto d’incontro tra il molle e il friabile, che per il breve intervallo tra una molecola e un pianeta, si addensano in un ordine geometrico tanto semplice quanto fasullo. Einstein se lo poteva permettere, di passeggiare tranquillo sul limite: in fondo, le leggi che contemplava le aveva inventate lui. Aveva cambiato il corso della storia umana, forse, chissà? della storia dell’Universo intero se gli esseri umani riusciranno un giorno a usare le sue teorie per costruire motori interstellari invece che bombe.

Ma Fabio no. Lo spirito, nei rari momenti in cui si distraeva dalle questioni che gli stavano più a cuore (la tempistica dell’amore, il codice, il denaro) e gli dava un’occhiata, gli pareva un’assurdità che si nega da sé, né più né meno del buon Dio che Einstein aveva trovato ridicolo e infantile…

Dopo quelle divagazioni, che si concludevano sempre con dei puntini di sospensione, Fabio tornava a riflettere sulla natura e le possibilità del suo nuovo stato.

Il tempo nuovo si manifestò come un’ossessione. Carla gli occupò il cervello, non nel senso che pensava di continuo a lei, bensì nel senso che lei era la forma di qualsiasi pensiero facesse. Fosse stato meno incline al raziocinio, avrebbe immaginato qualche modalità di fusione o compenetrazione delle anime, tale che una parte della coscienza di Carla si doveva essere staccata per venire a innestarsi nel luogo che ospitava la sua. Ma la sua interpretazione della cosa fu più singolare, e fu che l’amore spingeva la sua mente a cercare di imitare quella di Carla, non solo nel tentativo di assecondarne gli esiti, l’output, cioè di fare gli stessi pensieri, ma più radicalmente, di assumere la sua stessa forma. Il processo di adattamento era involontario e continuo. Era quasi certo che fosse anche irreversibile.

Procedeva per esperimenti e verifiche. Ogni esperimento durava circa sette minuti. Le verifiche invece erano di lunghezza variabile; le più rapide dell’ordine dei secondi, le più lente potevano durare fino ai quaranta minuti. La maggioranza durava poco meno di tre minuti.

Gli esperimenti erano quel tempo di vita che, prima di innamorarsi, Fabio aveva vissuto come unico possibile. Essendo l’unico, non poteva percepirlo, così come sappiamo di essere immersi nell’aria solo quando c’è vento o corriamo. Era il tempo inconsapevole, irriflessivo, durante il quale si esisteva e si pensava alle cose del mondo, alle realtà. In quel tempo non c’era il tempo. Poteva ipotizzare che del tempo doveva essere passato, per esempio guardando due volte una cosa, un orologio, il sole, un animale, e notando che la seconda volta la cosa era diversa rispetto alla prima, e lo stesso valeva per la terza, la quarta, la quinta volta e così via, sicché doveva o impazzire o ammettere l’ipotesi problematica, che due, tre, cinque, infiniti oggetti diversi non erano altro che lo stesso oggetto, che di volta in volta ci mostra aspetti diversi della sua realtà. E che questo fenomeno si chiamasse cambiamento, e che il cambiamento aveva delle regole, e queste regole si chiamavano tempo. Era più che lecito fare tutte quelle ipotesi, che però rimanevano astratte, e appunto per questo, il tempo dell’esperimento era un tempo che viveva felicemente ignorandosi.

Il tempo di verifica era di natura differente. Fabio lo paragonò al ritmo del battito cardiaco. Era la fase in cui la mente finiva per girare a vuoto perché si rompeva l’equilibrio mimetico dell’esperimento. L’imitazione di Carla si rivelava imperfetta per mancanza di dati o per semplice carenza di concentrazione; era necessario studiare più a fondo il modello, correggere i processi di simulazione morfogenetica, in altre parole guardare Carla, ascoltarla. Quando lei non era su Skype, cioè tutto il giorno, Fabio le scriveva un SMS qualsiasi – se non gli veniva in mente nulla, anche solo un “<3” o un “!” – poi cessava ogni attività mentale in attesa di una risposta. Carla era una donna impegnata. Perciò spesso rispondeva dopo un’ora, o anche due. Non le potevi rimproverare nessuna negligenza. Nel frattempo permaneva la fase di verifica. Fabio sperimentava la vischiosità del tempo, che è l’effetto del suo rallentamento. Era certo che il tempo di tutto l’universo rallentasse di pari passo al suo. Qui la sua logica cedeva, doveva ammetterlo, e limitarsi a registrare questo fatto come un’impressione sicuramente illusoria. Era uno spegnersi senza addormentarsi, uno stato di profonda angoscia da cui, pensava quando era in grado di pensare, gli sarebbe stato impossibile uscire se non per intercessione di Carla. Quando la risposta arrivava, in forma di solito di “<3<3<3” o di “!!!”, Fabio udiva chiaramente lo sforzo immenso fatto dalle vetuste ruote del tempo per riprendere la velocità di crociera usuale, in un secondo della quale si sfracellano 9 × 109 periodi della radiazione che corrisponde alla transizione tra i due livelli iperfini dello stato fondamentale di un atomo di cesio 133, immobile, alla temperatura di 0 K. Una volta ripreso l’abbrivo, l’accelerazione era entusiasmante. Pochi istanti dopo, il tempo sembrava sfondare un limite inferiore di normalità, ed era davvero simile all’esperienza di emergere dall’acqua. Tutto si apriva. Ricominciava, come se nulla fosse accaduto, il tempo dell’esperimento.

Era così. In fondo l’aveva sempre saputo che il suo tempo consisteva in una serie di piani vuoti intervallati da idee folli, a cui seguivano brevi esplosioni di attività furiosa, che si risolvevano in silenzio, inazione, insensatezza.

Aveva passato la notte a riorganizzare il codice. Il codice pulito, pensava, non è solo più facile da gestire, è anche più piacevole da leggere. Il codice pulito è sintomo di idee chiare. Il codice ben organizzato è diviso in tot metodi, tot classi, tot file, tot cartelle. Il codice tende ad andare a male, come il cibo nel frigorifero. Ogni giorno, milioni di programmatori iniettano codice ricostituente sotto la pelle cascante dei loro programmi. Sotto è tutto un marciume brulicante di cimici. Perciò di tanto in tanto, soprattutto quando non sapeva come proseguire il lavoro (ma anche quando proseguo il lavoro, si diceva, non so come: è tutto a caso), Fabio faceva le pulizie nei suoi programmi.

Adesso erano le sei del mattino e aveva esaurito le energie. Si ritrovò, gobbo sulla sedia, a scrutare i tasti. Ogni particolare combinazione di caratteri nascondeva quantità inimmaginabili di futuri; ognuno era lo sviluppo di un particolare decorso di codice. Premette qualche tasto a caso: d n g a d [SHIFT LOCK] A E. Non era abbastanza a caso, la memoria muscolare lo obbligava a sapere dove posava le dita. Provò ad agitarsi un po’ intorno alla tastiera, fare le cose a caso era difficile, non era in grado, faceva finta, anche a occhi chiusi era perfettamente in grado di figurarsi la disposizione dei tasti.

L’unico modo era cercare di fare le cose seguendo procedure rigidissime. Allora sì che la casualità prendeva il sopravvento. Poteva programmare un generatore casuale di codice funzionante. Agganciare il computer a un contatore geiger. Un atomo che decade a portata, un lieve scarto di frequenza, una differenza imprevedibile registrata, usata come seme per generare un programma, eseguito, registrato l’output. Usare l’output del programma come seme per generare un programma ancora più casuale. Un seme per generare un programma per generare semi. Cosa sperava di ottenere? Senza desideri, i programmi si scrivono a vicenda all’infinito. Se solo un programma potesse imparare quali sono i miei desideri. Il programma che genera programmi più adatti ai miei desideri. Andò a letto, barcollando. Allucinò, addormentandosi, di baciare lo schermo del computer.

Lo svegliò, nel primo pomeriggio, un tuono fragoroso. Il lieve mal di testa di quando faceva nottata. Era in corso un temporale. Nella camera l’acquazzone arrivava attutito, ma lo fulminò il pensiero che aveva lasciato la finestra aperta in studio. Non ha senso affrettarsi, rifletté: se il danno è irreparabile, è inutile accorrere. Tutti i dati, in ogni caso, erano copiati su S3 al loro apparire. Qualcosa sbatté, forse l’avvolgibile lasciato a mezza altezza. Andò in bagno. Aveva fatto sistemare una finestrella quadrata all’altezza della testa per guardare il paesaggio mentre pisciava. Era una delle piccole installazioni che aveva disseminato nella sua vita quando era diventato più o meno ricco, soddisfazioni che chiamava innocue, che in fondo avrebbe potuto permettersi anche prima, e che consistevano nel poter gonfiare il petto e guardarsi intorno sentendosi qualcuno. La più emblematica, appunto, la finestrella quadrata per guardare il paesaggio mentre pisciava. Cubitt Town, battuta dalla pioggia, tremava sotto i grattacieli di Canary Wharf, avvolti senza fratture da nubi sabbiose. L’acqua era schiaffeggiata qua e là da un vento ondivago e violento.

C’era una persona laggiù, una donna con i capelli lunghi e fradici sopra la faccia. Barcollava in mezzo a un incrocio, inciampando in una veste bianca. Un’automobile inchiodò, dovette suonare il clacson per un po’, ma la donna non se ne accorse nemmeno, continuò a tendere le braccia come una cieca in cerca di appiglio, anche se in qualche modo era evidente che non era cieca, finché l’automobile non ripartì e le girò intorno. La vecchia scomparve dietro una cancellata.

Fabio fece per grattarsi i capelli ma incontrò il cranio liscio e ritrasse la mano con un fremito. Andò a controllare l’email. Aveva scritto Carla. Oggetto: Sono incinta di un altro.

Lasciò il mouse e abbassò lo schermo del portatile. Andò in studio e buttò tutto dalla finestra, poi tornò in camera, riaprì il portatile, cancellò l’account S3 e buttò fuori anche il portatile. Richiuse e appoggiò la fronte sull’alluminio freddo del telaio della finestra.

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Cometa | Gregorio Magini – ESTRATTO

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