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contovento buhringControvento. Il mio giro del mondo in bicicletta
di Juliana Buhring
Ed. Ultra Gruppo Lit

 

“Controvento” racconta l’avventura di Juliana Buhring, la prima donna a stabilire il Guinness World Record grazie al suo giro del mondo in bicicletta in 152 giorni. Il viaggio e il suo bisogno impellente nascono dopo un evento traumatico , l’ennesimo potremmo dire, della sua vita e lei sa proprio per le esperienze pregresse che
“La sofferenza è inevitabile e che l’ultima delle libertà umane risiede nello scegliere come reagire alla sofferenza”
Cosi in lei matura la decisione di trasformare il dolore della perdita dell’amico Hendri Cotzee, il Grande Esploratore bianco, in qualcosa che gli somigli: un viaggio estremo.

“La morte può farti vedere la natura transitoria della vita sotto una diversa prospettiva. Ti ricorda che il tempo le corre inevitabilmente incontro e ti stimola ad agire in fretta, a fare tutto subito e velocemente, finché sei ancora in tempo” […]
“Quello che era nato come un gesto di disperazione divenne un obiettivo che mi consumava. Tutto nacque davvero la notte della commemorazione in onore di Hendri. Avevo preso un aereo per l’Uganda per unirmi alla sua famiglia e ai suoi amici sulle rive del Nilo, a un mese dopo la morte di Hendri, per commemorare la vita dell’uomo che tutti avevamo amato. «Tutto sommato, non sarebbe potuta andare diversamente. Hendri sarebbe stato furioso all’idea di morire nel proprio letto», commentò uno dei suoi amici più stretti. Alcuni di noi si erano seduti a un tavolo, fatto con tronchi d’albero, nella veranda di un rifugio, in cui i piloti di kayak e gli emarginati che passavano per Jinja facevano una sosta e dove anche Hendri si era fermato qualche tempo. Le fiaccole di bambù, che bruciavano olio di citronella, tenevano lontane le zanzare che indugiavano vicino al nostro piccolo cerchio di luce. Le cicale frinivano forte. Le notti africane non sono mai silenziose. «Voglio fare qualcosa di grandioso, prima di sistemarmi», disse una bella ragazza bionda, un’inglese che aveva conosciuto Hendri molto poco. Ricordo di aver pensato: Perché dobbiamo sistemarci? Perché, dopo una certa età, pensiamo che gli altri si aspettino questo da noi? Avrei compiuto trent’anni nel giro di qualche mese. Forse che le donne, a quell’età, incominciano a sentire il ticchettio dell’orologio biologico? O sistemarsi era ciò che facevano le persone adulte e mature? «Qualcosa come girare il Canada in bicicletta», continuò la bionda. Poi si voltò verso di me: «Ti andrebbe di venire con me? Non dovrebbe essere troppo difficile trovare gli sponsor, se lo facessimo per beneficenza. Potremmo trovare i finanziamenti e partire». «Forse», risposi. Ma più ci pensavo, più l’intero progetto mi annoiava. Perché proprio il Canada? Perché non qualche altro posto? “
E Juliana si conosce e ripete a se stessa “un’idea prende forma nella mia mente, rimane lì a bollire lentamente per qualche tempo, finché non finisce per annoiarmi oppure per motivarmi. Ma ditemi che è impossibile e questa parola di cinque sillabe mi farà scattare come una molla. Ogni volta che mi viene detto che non posso fare qualcosa, una vocina nella testa incomincia a fare il conto alla rovescia, come le voci computerizzate nei lanci dei missili. «Cinque … quattro … tre … due … uno!».
Trascorso il tempo che le occorre per far decantare l’idea, costruisce con l’aiuto del suo amico napoletano Antonio, da dissuasore a suo manager logistico e primo sostenitore, la pianificazione dell’impresa. Antonio le presenta Mario, costruttore di bici. Mario le presenta il suo preparatore atletico. In un gioco di referenze, si innesca il processo del learning by doing. Juliana è pronta per partire senza sponsor tecnico con il sostegno degli avventori del pub di Antonio, grazie al quale racimola 4.000 euro.
Per ritardi fisiologici che vedono il mutare della stagione, il viaggio parte dagli Stati Uniti e per la precisione da Boston. Poi Cleveland, Rochester. E dal Nebraska al Wyoming. Dal Wyoming all’Idaho. Dall’Idaho all’Oregon per approdare a Seattle.
A Seattle, Juliana incontra la prima vera amica, Donna Collins con la quale ha in comune il doloroso percorso dell’infanzia. Donna è cresciuta nella setta dei Moories mentre Juliana in quella degli Ex Bambini, una configurazione umana che crede nella rivoluzione di Gesù e nella scissione del sistema. Figli presi e affidati in giro per il mondo che non conoscono radici e che come tali, proprio per via di quella scopertura sono povere di nutrimento affettivo, maturano un impulso forte verso il nomadismo e la libertà di sapersi in movimento anche da fermi.
Sono cresciuta nella famigerata setta religiosa nota come Bambini di Dio, fondata nel 1969 da uno pseudo-predicatore, che aveva raccolto una malridotta schiera di hippy disillusi a Huntington Beach predicando la “rivoluzione di Gesù” e la “scissione dal sistema”. La generazione dei miei genitori aveva voluto liberarsi dalla società, costruire la loro nuova utopia e, per colmo d’ironia, imprigionarvi se stessi e i loro figli. Quando sono nata, nel 1981, il movimento si era già allargato a più di cento paesi e aveva raccolto 40mila “membri”, almeno la metà dei quali bambini nati e cresciuti all’interno del movimento. La mia infanzia è stata un periodo di isolamento dietro muri altissimi, in un mondo dominato da regole, restrizioni e divieti: questo non si fa, questo si deve fare. Il mio futuro era già stato pianificato e preordinato, i miei desideri e i miei sogni erano stati sacrificati per un bene più grande, quello del movimento. Nata e cresciuta secondo l’approccio dell’“una soluzione per tutti i problemi” dei miei genitori, col tempo iniziai ovviamente a mettere in discussione la loro idea di verità. Una società utopistica funziona solamente quando tutti vogliono la stessa cosa. Più la popolazione cresce, più è improbabile che questo accada. Perciò, per controllare i dissidenti, la società si trasforma in una dittatura distopica. I ribelli non se la cavano mai bene nell’utopia di qualcun altro, e io venni presto etichettata come ribelle. A causa di questo crimine, venni sottoposta a una miriade di punizioni, nel tentativo di “riaddestrarmi”, spezzare la mia mente e la mia volontà. Nella patria degli shining happy people, sono vissuta ai margini della società, insieme a coloro che osavano mettere in dubbio regole e ideologie. Più tentavano di modellarmi nel loro stesso stampo, più io mi ribellavo. Da quando ho memoria, ho sempre pensato alla fuga.

Non stupisce perciò che Juliana abbia un forte impulso alla fuga. Questa fuga che ha il sapore del tributo alla vita di Hendri e che favorisce la riscoperta dell’identità per una donna che ha compiuto spesso viaggi narrativi ed esistenziali con gli occhi rivolti al suo interno.
L’approdo a Seattle la porta in aereo in Nuova Zelanda ed è probabilmente l’approccio visivo con la natura incontaminata e selvaggia che le fa riaffiorare il ricordo della solitudine e dell’abbandono. Con il pensiero di Hendri in spalla
“Credo che la solitudine non sia una scelta cosciente, ma piuttosto un effetto collaterale di alcune scelte di vita”, mi disse Hendri una volta. Se esisteva qualcuno che poteva parlare con autorevolezza della solitudine, era lui. Per quanto possa essere normale, sembra sia la cosa più strana del mondo da perseguire, e chi decide di andare per la sua strada, di essere diverso, di raggiungere altri obiettivi da quelli che la società considera “normali”, spesso percorre quella strada da solo. Hendri mi diceva che il prezzo della libertà è la solitudine. «La libertà di fare ciò che si vuole… è un grande peso da portare, e una strada molto solitaria da percorrere», mi scrisse in un’e-mail. «La libertà è una cosa estrema, perché è egoista per definizione. In molti la ricercano, ma una volta giunti abbastanza vicini da percepire la profondità e le possibilità della solitudine, pochi hanno la determinazione e il desiderio di fare gli ultimi passi verso un varco di non ritorno per una ricompensa non garantita».
Dall’Oceania, il viaggio procede in Asia. In India percepisce il pericolo per se e per la sua salute. Si ammala per via della cattiva alimentazione.
Dall’India, alla Turchia. Poi la Grecia e il primo caffè decente dopo mesi. Quindi Albania, Montenegro, Slovenia e finalmente l’Italia. Da Trieste ad Ancona, da Ancona a Cerignola, Specchia e Cardito, dove tutto è iniziato. L’arrivo è previsto in piazza Plebiscito a Napoli tra l’entusiasmo della gente che vuole essere partecipe del suo capolavoro itinerante.
Acclamata e salutata da una folla distribuita come un grande abbraccio Juliana Buhring fa coincidere la linea della partenza e con quella del traguardo: Napoli. Un apeiron che si dilata per cento cinquantadue giorni, undici mila chilometri, quattro continenti, diciannove stati, enne forature, guasti tecnici, montagne e intemperie, tra cui un ciclone. Juliana è una delle cicliste endurance più forti del mondo e anche la prima a stabilire il Guinness World Record come donna più veloce a fare il giro del globo in bicicletta.
Una lettura per chi crede che non si possa viaggiare sulla carta e vivere avventure di resistenza e superamento dei propri limiti leggendo. Un libro che tempra e dona vigore a chi non ha il coraggio di riaprire il cassetto e sprimacciare il sogno. Juliana Buhring è la naturalezza del coraggio con un pizzico di incoscienza mai sprovvedutezza e si racconta in prima persona.


Recensione per ZEST di Emanuela Chiriaco
Emanuela Chiriacò vive tra Lecce, la lettura e la scrittura. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Inglese e Francese), cura la comunicazione social e alcune presentazioni per la libreria Icaro Bookstore di Lecce. Collabora con Ius Law Web Radio (www.webradioiuslaw.it) per il programma #svegliatiavvocatura che va in onda ogni domenica mattina alle 7.45 (#svegliatiavvocatura è uno spazio dedicato a musica e letteratura) in cui legge prosa poetica di cui è autrice e brani selezionati da romanzi.
Autori preferiti: Balzac, Zola, Amado, Marquez, Chavarria, Emecheta, Kureishi, Bennett, Dickens, Morante, Buck.
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Controvento | Juliana Buhring