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Così chiamò l’eterno | Guia Risari
Stampa Alternativa 2018


Nella Genesi si assiste alla creazione del mondo, di Adamo ed Eva, di Lucifero e degli angeli e alla cacciata dal Paradiso. Ma cosa succede se il Piano Divino è il risultato di una serie di approssimazioni? Se alla sacralità della Creazione si sostituisce un fare artigianale? Se l’Eterno si annoia e soffre di solitudine? Se la natura angelica è sopraffatta dall’eros? Se l’Ineffabile non ha il senso del tempo e si distrae facilmente? Intanto le sue creature scampano ai pericoli, folleggiano, sfidano i limiti e si ritrovano confinate sulla Terra. L’Immane deve ammettere che la materia, con la sua carica di imperfezione e caoticità, ha vinto. Lascia perciò ai serafini istruzioni dettagliate e si assenta un istante, che, nella prospettiva dell’Eternità, non si sa quanto durerà. In quest’affresco colorato e divertito, piccole perle di saggezza parlano della creazione, dell’amore, della curiosità, della finitezza, della giustizia e del potere.

Per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un ESTRATTO

1

Era l’alba di un nuovo giorno, un giorno più lungo e perfetto del precedente. Nel Suo Regno, era questa la regola: poiché tutto dipendeva dalla Pura Intelligenza, il potenziale diventava atto compiuto, realizzato, in un costante progresso che cancellava ogni residuo d’imperfezione.
L’Altissimo aveva lavorato senza tregua, condensato la terra, rarefatto l’aria, arginato l’acqua. Contemplava la Sua Opera con occhio infinitamente benevolo e soddisfatto. Mancava qualcosa, lo sapeva, c’era sempre qualcosa che si poteva aggiungere o migliorare. Là si poteva diluire un colore, là un rilievo doveva farsi più imponente e drammatico, qui una radura era da rendere più erbosa e ombreggiata.
Gli animali, con le loro forme straordinarie e i loro imprevedibili istinti, stavano già modificando quel paesaggio appena nato e, in questo processo, adottavano nuovi comportamenti, trasformavano con lentezza ma inesorabilmente i loro corpi. Alcuni, pur essendo stati creati da poco, parevano non essere già più adatti ad abitare il mondo nelle sembianze originarie. Bisognava ripensarli o ricorrere a un provvedimento più drastico: l’estinzione. Già, ma l’estinzione era qualcosa di definitivo e irreversibile, un espediente ben più radicale della fine e più rivoluzionario della creazione stessa. No, l’estinzione era davvero l’ultima cosa che il Celeste desiderasse fare: non solo perché era un rimedio estremo, ma soprattutto perché era l’ammissione di uno scacco.
Eppure, più l’Innominabile rimirava lo spettacolo che gli scorreva davanti, più doveva ammettere che era così. Eccolo lì il primo peccato, il delitto più comune contro la Sua Portentosa Immaginazione: la materia sensibile, che si muoveva incessantemente ai Suoi Piedi Divini, non accettava la realtà e il destino che Lui le aveva assegnato. Senza nessun piano preciso, nessuna strategia né malizia, la materia semplicemente si ribellava con l’inerzia di una frana grandiosa e la stessa ottusità. Le leggi che la governavano erano semplici e naturali, niente a che vedere coll’Infinito Potere Creativo che emanava da Lui: una forza mistica e sovrana che non aveva uguali. Ma la natura aveva dalla sua la mancanza di pensiero e l’obbedienza cieca a pochi princìpi fondamentali, costanti e inarrestabili. L’Onnipotente sospirò sconsolato. La battaglia contro il caos e contro il nulla sarebbe mai finita? Il mondo, in quel momento, gli parve come un modello in miniatura dell’universo, ugualmente misterioso e ingovernabile.
Spazzò con il Suo Sguardo Infallibile una pianura sconfinata, percorsa da torrenti e cascate, e popolata da centinaia di animali di ogni specie. Gigantesche creature color sasso allungavano il collo portentoso verso le foglie più tenere, di cui non sembravano mai sazie. Avevano dolci occhi castani e la mansuetudine di chi non sa che c’è un domani. Per loro, il presente era dotato di una perfezione compiuta che giustificava il fatto di farsi assorbire completamente da ogni istante, sommergere dall’attimo. Nonostante la mole, erano silenziosi, schivi e scherzosi come fanciulli. Si spostavano con cautela, come se camminassero su una corda invisibile. Sentivano forse che il filo della loro esistenza era troppo fragile e si sarebbe spezzato? No, il Tutto lo escludeva, a meno di non ammettere l’esistenza, nel vivente, di una forma di percezione al di là dei pensieri e delle emozioni, un presentimento che precede e forse sostituisce ogni altra forma di conoscenza del mondo. Ma il problema del Signore era quello: un inguaribile ottimismo, unito a una pericolosa tendenza a proiettare fuori di sé ogni idea appena formulata. D’altra parte, come poteva evitare l’Immane Intelligenza di distribuire scintille di Sostanza Divina a destra e a manca? Come poteva la Pienezza concepire il vuoto, la Luce le tenebre?
L’Uno si concesse il lusso di rimirare lo spettacolo del mondo senza giudizi, per il semplice gusto di godersi quella complessità, bellezza e varietà che, in principio, non conoscevano limiti. Dipendeva tutto da Lui. In fondo, perché stare a torturarsi tanto? Invece di regalare alla creazione un’autonomia che non sapeva gestire e forse non meritava neppure, poteva farne un canovaccio per le Sue continue invenzioni. Sì, non IlDisegno, ma uno schizzo in perenne elaborazione, un abbozzo infinito.
Le creature color sasso seguitavano a brucare, facendo oscillare i colli sinuosi, intrecciandoli in oscure danze e producendo un brusio simile a quello del vento. Le loro bocche si aprivano come tante conchiglie, da cui usciva un grosso fiore al culmine del suo splendore.
L’Illimitato allungò una Poderosa Mano verso di loro e carezzò i dorsi argentati. Quelli risposero al Tocco Divino, inarcandosi, appiattendosi, la pelle liscia e fresca di un fiume. L’Essere Supremo sentì il ritmo lento e persistente dei loro cuori, l’asperità delle teste guizzanti, il flusso del sangue che irrigava gli immensi corpi. Poi, con Misericordiosa Benevolenza, li riassorbì nel Suo Palmo, trasformando la loro energia vitale in altra energia, stavolta potenziale, e sentendoSi per un attimo ancora più gonfio di vita.
Sul prato e sulle rocce era rimasta qualche traccia – delle impronte, un frammento d’osso, un dente – e nella Memoria Divina qualcosa di ben più potente di un vago ricordo: la certezza che quelle creature erano esistite e avrebbero continuato a popolare la Mente Perfetta per sempre.
Erano ormai parte di Lui. In fondo, non c’era proprio nulla d’inevitabile. Perché ogni volta che un avvenimento si produceva, Lui lo sapeva, Lui lo decideva, Lui lo metteva in atto. Ogni cosa iniziava e finiva con Lui. E a ogni cosa seguiva necessariamente qualcos’altro.

2

Quello fu il giorno della distruzione e, come tale, risultò essere tanto grandioso quanto spossante.
L’Altissimo aveva Mani Capaci, anzi Perfette, ma a un certo punto decise di fare ricorso alla Sua Inesauribile Ingegnosità e inventò dei potenti mezzi di sterminio. Gli animali da estinguere popolavano il mondo ignari. Alcuni correvano con passetti barcollanti in cerca di pascoli freschi. Altri si slanciavano a caccia saltando su zampe possenti e spalancando fauci ingiallite. Esseri ricoperti di scaglie e creste si difendevano agitando le code spinose. Nuvole di piccoli carnivori spericolati accerchiavano le loro prede e saltavano loro intorno in un balletto spettrale. Dal cielo piombavano giù giganteschi becchi appuntiti che urlavano di fame e rabbia, afferravano, stritolavano, mentre ali spigolose e glabre li riportavano nel loro elemento naturale.
Negli oceani, conchiglie, meduse e pesci abissali venivano rimestati nelle acque fredde e scure da correnti concentriche che conducevano a immense bocche spalancate all’estremità opposta di pinne grandi quanto isole.
I vegetali, che mangiavano gli insetti, erano inghiottiti dagli erbivori, che venivano divorati dai carnivori, i quali a loro volta erano sbranati da carnivori più grandi che avevano sui dorsi frammenti di terra e ciuffi d’erba, a dimostrazione che presto sarebbero ridiventati polvere e avrebbero concimato il suolo che ora calpestavano.
Il Poderoso osservò con attenzione quella grande catena di esseri, strettamente interconnessi. Erano un vortice di vita, in cui tutti vincevano e perdevano contemporaneamente allo stesso gioco. L’Imperscrutabile cercò di individuare i germi del bene e del male, ma dovette ammettere che era impossibile: non ce n’era traccia nel mondo. Come non c’era traccia di coscienza o ricordo. Meglio così, pensò. Intorno a Lui non c’era che un flusso ininterrotto di sensazioni, un pulsare di sensi, reazioni, istinti. Quello spettacolo, doveva ammetterlo, era dotato di una certa perfezione, a cui si aggiungeva però qualcosa di sottilmente brutale e macabro.
Un piccolo uccello dalla lunga coda rossa stava planando con grazia sopra un lago, quando fu carpito da una creatura serpentiforme che emerse dagli abissi con uno schizzo e tornò nelle profondità delle acque con la preda che strillava.
Tanto valeva interrompere il banchetto, no? L’Onnipotente estrasse il mostro dal lago e lo ridusse alle dimensioni di un verme. Sulle rive, un anfibio corazzato si stava rotolando nel fango, scavando con unghioni mortiferi e digrignando le zanne. Il Grande Creatore lo trasformò in una minuscola salamandra.
Ma non poteva occuparsi di ogni singolo caso. Preferiva soluzioni più rapide, generali, che obbedissero al nuovo piano che aveva elaborato. Prese fiato, contò fino a tre e poi scatenò sulla Terra una pioggia di meteoriti incandescenti che si schiantarono con un boato assordante per circa un’ora.
Il cielo era una cupola di fuoco, lampi e scintille. L’aria, satura di gas velenosi, divenne una sostanza gelatinosa e giallastra che contaminò ogni cosa. I meteoriti schiacciarono migliaia di creature indesiderate e scavarono dei crateri così profondi da sembrare abissi. I mari cambiarono colore e si trasformarono in un’immensa minestra rosa, bollente, in cui galleggiavano ossa, sangue, lische.
Il Verbo chiuse gli occhi davanti a tanta devastazione. In fondo, aveva messo in piedi tutto Lui e un po’ Gli spiaceva. Ma, anche con le Divine Palpebre abbassate, non poteva fare a meno di vedere quel che stava succedendo. Non poteva sottrarSi. L’onniscienza era una caratteristica propria della Sua Natura Divina. Sapeva, perché aveva concepito Lui quel piano.
Eppure la realizzazione di una disfatta non somiglia mai alla sua idea. Possiede una tremenda concretezza che ferisce. E, in quel momento, il Signore soffriva. La sua Sensibilità Ultraterrena gli faceva sentire ogni vibrazione, ogni piega, ogni colpo sulla Propria Pelle. Allungò le Mani Onnipotenti su quello spettacolo di morte come a nasconderlo o, almeno, ad attutirne gli effetti. Invece, l’intensità della distruzione aumentò fino a raggiungere le proporzioni di una catastrofe.
Dalle vite spazzate via si alzavano fili di fumo grigiastri che, allineandosi e mulinando, si alzavano fino a raggiungere il Volto Divino, che ora irradiava la forza nefasta dello sterminio.
Le Sacre Narici erano riempite di odori nauseanti di carne, pelli bruciate, pellicce, piume, ossa, zampe. Il pestilenziale afrore di tendini esplosi, sangue raggrumato, orbite disseccate, lingue tranciate prese la consistenza inusitata di un immenso corpo vivente ucciso. Anche concentrarsi sul profumo del mare, dell’alba, dei fiori serviva a poco, perché sopra ogni immagine di bellezza venivano a incrostarsi, dentro un pentolone scuro e immondo, le membra carbonizzate e contorte di ogni vita.
Quanti furono a sopravvivere a quel giorno?
Per una volta, la Divina Aritmetica restò muta, rifiutandoSi di attribuire un numero a ogni creatura.
Certo, tra i fumi che si sollevarono da terra e poi, con lentezza esasperante, si ritirarono, rimasero ben poche creature viventi. Anche loro, annerite di fuliggine e intossicate, dovettero lottare per rimanere in vita.
Non solo erano indebolite; erano sconvolte. L’illusione di un presente perfetto e ininterrotto era stata brutalmente recisa. Intorno a loro, giacevano i detriti di un mondo che pareva scomparso, eppure c’era stato.
Quel che era così semplice all’inizio – vivere – si era rivelato un compito impossibile. Molti animali quel giorno persero il coraggio di ritrovare la strada dell’esistenza.
L’Eterno allungò un Dito Immortale e lasciò che l’uccellino dalla lunga coda rossa, stremato dalla lotta terribile e da una fuga miracolosa, vi si posasse per gridare il suo richiamo al cielo violaceo.


Guia Risari, laureata in filosofia morale e specializzata in studi ebraici moderni, si è interessata di letteratura delle migrazioni. Ha pubblicato un saggio su Bassani e l’antisemitismo italiano e un libro sul risentimento: Jean Améry. Il risentimento come morale (Castelvecchi 2016). Scrive articoli, testi surrealisti, teatrali, libri per bambini, racconti e romanzi. Tra i suoi libri, L’alfabeto dimezzato (Beisler 2007), Achille il puntino (Kalandraka 2008), Il taccuino di Simone Weil (rueBallu 2014), La porta di Anne (Mondadori 2016), Il viaggio di Lea (EL Einaudi Ragazzi 2016), Gli amici del Fiume (San Paolo 2017). Interviene con laboratori di scrittura, letture, corsi di formazione, conferenze. www.guiarisari.com

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Così chiamò l’eterno | Guia Risari – ESTRATTO