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Dal tuo terrazzo si vede casa mia | Elvis Malaj
Racconti edizioni 2017

di Emanuela  Chiriacò

L’esordiente Elvis Malaj è una interessante novità nella letteratura italiana contemporanea. Il primo autore albanese a pubblicare in lingua italiana, inventore di una nuova misura evocativa con cui confrontarsi. Le sue storie raccontano le sue origini ma non sono strettamente autobiografiche. Malaj parla di albanesi in patria e in Italia, di come sono o di come credono di essere percepiti.

Quella albanese è una migrazione che ha avuto il tempo di sedimentare e integrarsi grazie alla capacità innata di acquisire idioma, dialetto e accento del posto in cui scelgono di vivere. Una dote che probabilmente deriva dalla difficoltà della lingua di provenienza, dall’aver guardato, in patria, programmi della televisione italiana e aver acquisito l’italiano come una lingua seconda, non straniera.

Un modo di pensare duplice e sovrapponibile che con la naturale mescolanza di entrambe genera un risultato potente e diretto. Quella di Malaj, nel corso dei dodici racconti, è una narrazione fisica, muscolare imbevuta di poesia che racconta frammenti di vite nude come la lingua del suo autore.

Nel racconto Il lupo nella steppa, il protagonista che viaggia in treno e legge il libro di Herman Hesse è incalzato da un passeggero che gli pone domande sulla sua provenienza. Ha intuito che non è veneto e quando il protagonista risponde di essere albanese, gli chiede

«Come ti trovi in Italia?» […]

Il ragazzo risponde

«Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.»

Risponde senza rispondere con profondità e maturità. Non vuole tradire la sua capacità di adattabilità e questo lo pone nella posizione di prevalere nascondendosi dietro una dialettica che lo salva da una vera conversazione.

In Scarpe (Alla mia Albania), il protagonista Dedë Sorrati rompe una scarpa per strada

La sua scarpa destra si era aperta come la bocca di un alligatore, e dal calzino bucherellato si vedevano le unghie lunghe e gialle.

Il proprietario del ristorante dove lavora, gliene presta un paio

era ritornato con una scatola in mano. Dedë l’aveva aperta: delle scarpe nuove di pacca. Si era seduto e aiutandosi con un mestolo era riuscito a calzarle.

Sono scarpe che gli stanno strette come le regole della vita adulta che deve rispettare

voleva […] togliersi quelle maledette scarpe di due taglie più piccole e bruciarle. Ogni volta che metteva un piede per terra era come se partisse una rasoiata sul tallone e sulle falangi. Quello destro era messo peggio, zoppicava vistosamente.

Di ritorno a casa, si ferma a parlare con Fatmira, la figlia adolescente degli Shaljani che è scalza e in cambio di un incontro intimo, promette di comprarle un paio di scarpe, noncurante della gelosia della moglie, del fatto che la ragazza sia coetanea dei suoi figli e di tutto quanto gli capita in quella strampalata giornata.

Questo racconto mi ha ricordato un cortometraggio del regista albanese Gjergj Xhuvani, figlio del grande autore Dhimitër, che in un unico piano sequenza riprende le scarpe di uomini e donne che camminano a Tirana. Il calpestio è continuo e ritmato, una frenesia da camminamento concomitante con i grandi cambiamenti degli anni ’90, in seguito alla caduta del regime. Nel racconto di Malaj, la sua Albania è fotografata vent’anni dopo e lo smarrimento collettivo è diventato individuale. Il dolore ai piedi causato da un paio di scarpe strette è la necessità di cambiare una situazione scomoda e soffocante e nel gap generazionale. La ragazza è invece il presente scalzo.

Malaj propone solitudini cristallizzate nel loro divenire. Alcuni sono fermi o incastrati nel meccanismo evolutivo della crescita personale, di cui non sempre sono consapevoli; altri spontanei e incoscienti del loro modo di essere generano empatia con il lettore, stabilendo un rapporto diretto che come un occhio di bue illumina l’italianità in progress.

Una collisione morbida tra la cultura di provenienza e quella d’approdo che genera un universo terzo con il corredo genetico e linguistico di entrambe. I modi di pensare che hanno come finalità la scrittura si modellano formando un dispositivo linguistico in apparenza semplice, diretto, eppure sofferto (a giudicare dalle interviste rilasciate dallo stesso autore). E quel lieve malessere, Malaj lo trasforma in originalità di pensiero, in pagine familiari. Non ci si trova mai smarriti in immaginari troppo lontani o estranei.

Dal mio terrazzo nel Salento, forse d’estate, si potrebbe vedere casa sua; spesso si scorgono le montagne albanesi sulla linea dell’orizzonte del mare che ci separa ma nel titolo probabilmente, l’autore intende dire che è tutto un gioco di prospettive e di scelta delle stesse per percepirsi dentro o fuori qualcosa. Dinamiche, culture, umanità, affetti, conoscenze. Malaj è un autore ruvido e poetico. Schietto come il raki e lirico come una losanga di shendetlie.

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