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di Otello Marcacci

dario fòGiovedi 13 ottobre 2016 verrà ricordato per la curiosa coincidenza di essere stato quello della morte del Premio Nobel per la Letteratura più improbabile fino ad oggi e contemporaneamente quello in cui un altro ne ha preso il testimone raccogliendo il suo posto tra i “discutibili” entrati nel Gotha dell’Accademia.
La perdita di Dario Fo, per quanto nell’aria da tempo, è una di quelle cose che lascia senza fiato. Le gambe tremano e ti senti più vecchio di dieci anni senza rendertene neanche conto. La potenza dell’uomo e la sua mistica visione di una realtà così onirica da risultare più vera di quella reale, è niente rispetto alla grandezza di una sensibilità in grado di perdonare affronti anche personali, che avrebbero distrutto persone molto più forti. Dario Fo vinse il Nobel per la letteratura diciannove anni fa contro ogni previsione e, permettetemi, anche buon senso. Fino ad allora, infatti, si pensava avessero diritto ad ambire a quel Premio solo chi aveva dedicato la sua vita alla scrittura non popolare. Fo è stato invece anche pittore, regista, giullare, saggista, politico, poeta e questa cosa fece storcere il naso ai puristi che non hanno mai perso occasione per mettere in evidenza lo spreco (a dir loro) di tale onorificenza. Ma quelli di noi che hanno amato il personaggio stravagante che sapeva prendersi beffa del potente di turno senza che quello se ne accorgesse, rappresentante di un popolo meschino ancora oggi calmato con panem et circenses, non poteva che averlo profondamente dentro il proprio cuore. Un’iconografia in grado di affrancare i più vili di noi a cui ha saputo ridare dignità di uomini proprio perché hanno difeso a prescindere le sue scelte (a volte) discutibili. Dario era l’uomo della VERA controcultura. Il più disconosciuto tra le intelligenze geniali. Ho visto un re, cantava con Jannacci. Anche noi l’abbiamo fatto. In questo Paese a cui è impedito dalla storia di non essere guelfi o ghibellini anche di fronte a personaggi che andrebbero solo santificati il suo addio suona doloroso dentro di noi come se ne fosse andato un personaggio di famiglia.
Ho visto un re.
Adesso il re è morto.
Viva il re!
E qua arriviamo al nuovo monarca.

immagine presa dal web

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Nelle stesse ore in cui Dario, si è presentato cantando di fronte alla dea vestita di nero con la falce in mano per ricordarle che lo avrebbe preso ancora vivo a 90 anni, l’Accademia svedese ha deciso di onorare con il Premio Nobel un’altra icona della mia generazione (di quella precedente in effetti, ma comunque di un’epoca che morirà con noi): Robert Zimmerman, conosciuto come Bob Dylan.
Anche in questo la cosa era un po’ nell’aria. Dylan aveva ricevuto molte candidature. Qualcuna addirittura nel secolo scorso eppure i bookmakers inglesi che quotano tutto lo davano a 50. Insomma un “underdog” . Uno di quelli che si piazzano sempre ma non vincono mai.
Eppure con un coupe-de-teatre di non poco conto, nello stesso momento in cui usciva di scena l’ultimo vero strano del mondo accademico, gli scandinavi hanno voluto farne entrare un altro la cui vincita, oltre a far guadagnare qualche pazzo che l’ha giocata, farà storcere il naso a molte altre persone che sosterranno che conferire il premio a un cantante (cantante? un poeta signori, un poeta…) sarà stato l’ennesimo modo per svilire il premio Nobel.
Anche su Bob Dylan è stato detto tutto. O quasi. Anche lui ha diviso (e continua a farlo) intere generazioni. Ricordo la sua famosa “svolta elettrica” (fino a quel momento era soltanto il Dio del folk e tutti lo volevano a quel modo). I suoi fan lo insultarono e lo fischiarono fino ad impedirgli di suonare nei concerti considerando quella scelta una specie di abiura di una religione. Come se Papa Francesco decidesse di diventare musulmano o un rabbino. Lui andò dritto per la sua strada però (anche in moto dove si schiantò distruggendosi e sparendo dalla scena a causa di problemi fisici per molti anni e, quando tornò, dichiarò di essere stato toccato da Dio e che lo avrebbe per sempre seguito.)
L’ha poi fatto? Non saprei dirlo. Da allora è diventato più mito che persona reale che incide nelle vite degli altri. Ho sempre avuto la sensazione che il suo nome sia stato più un peso per lui. Più di quanto la gente possa pensare comunque.
Dirò poi una bestemmia: preferisco suo figlio Jakob che mi ha sempre emozionato di più di Bob. Ma non voglio inimicarmi il Padreterno e quindi rimando questa discussione a tempi migliori.
Sono felice per Mr Zimmerman anche se credo che esistano degli scrittori veri che forse avrebbero meritato il riconoscimento, ma oggi è uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia
Ciao Dario

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Dario Fo e Bod Dylan, 13 Ottobre 2016 | è uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia