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Di notte | Mercedes Lauenstein
Voland Edizioni 2017
traduzione di Elisabetta Dal Bello

 

di Emanuela Chiriacò

 

La notte è quello spazio temporale in cui si consuma una periodica sospensione dello stato di coscienza, il riposo meritato, l’abitudine che scandisce la vita regolata. Per gli insonni invece è la tregua dal contingente che ammutolisce, restituendo pensiero e riflessione o paura e ossessioni.

Nel romanzo Di notte l’esordiente Mercedes Lauenstein racconta di una donna che a Monaco, attraverso le finestre illuminate, cerca case popolate da un’umanità insonne. Citofona per incontrare l’alterità, per chiedere cosa tenga sveglie le persone.

Di notte non dormo. Cammino per le strade e sbircio oltre le finestre illuminate nella vita degli altri.
[…]
Le finestre con la luce accesa diventano sempre meno col passare delle ore. Le conto. Mi attraggono. Quelle buie invece no, mi fanno paura. I dormienti, nel loro oblio, mi fanno venire la pelle d’oca. Per questo mi oriento verso chi sta sveglio.

È un gioco di specchi in cui la donna che chiede e l’altro che risponde riflettono la stessa solitudine. Ne derivano venticinque ritratti (Adele, Albert, Hanna, Maria, Daniel, Fedora, Hardy, Chiara, Katy, Egon, Johanna, Thomas, Leoni, David, Nadèche, Max, Gustav, Annalena, Julian, Lara, Jule, Aziz, Jenny, Nicol, Aleko), venticinque caratterizzazioni di fragile umanità a cui va aggiunto quello di chi raccoglie gli sfoghi, le testimonianze, le piccole e grandi nevrosi, mantenendone l’anonimato.
Si crea dunque un rapporto dialogico che sottende il vissuto di ogni interlocutore. Ogni conversazione ha la sua densità e la sua forma.
La speranza si consuma con Adele, l’incontro che apre il romanzo. È una donna che di notte allatta il suo bambino Castor. Prima di diventare madre, aveva deciso di cristallizzare la sua età a venticinque anni. Con l’evento che le ha cambiato la vita, la maternità, il tempo ha ripreso a scorrere inesorabile, restituendole i suoi trentasette anni per fare posto alla una nuova imprescindibile priorità: il figlio.

Che fai di notte quando non dormi?”

Mah” fa lei. “Prima ti avrei detto: spassarmela. Dormire o spassarmela. Non ho mai pensato che ci fossero anche altri motivi per rimanere svegli. Me ne sto rendendo conto soltanto ora.”

Cosa intendi dire?” chiedo.

Be’, adesso ho un bebè” dice alzando le spalle. “Di quattro settimane, adesso spesso di notte allatto. Adesso sono tutta un’altra persona.”
[…]
Volevo continuare a essere sempre come una di venticinque anni, anche l’anno scorso, quando ne avevo trentasette.

Ogni capitolo prende il nome della persona di cui si racconterà, seguito dal giorno della settimana e dall’orario in cui avviene l’incontro. Egon rappresenta la follia pura e lucida.

Posso entrare da te?” chiedo, anche se non sono tanto sicura di volerlo davvero. Quest’uomo mi fa rabbrividire.
Lui fa cenno di sì con la testa
[…]
Il tipo non ha tutte le rotelle a posto. Mi sento la gola calda.
Respiro profondamente ma piano, in modo che lui non se ne accorga. Non si deve mostrare la paura. Sennò si viene mangiati.
Lo si impara dai documentari sugli animali.
[…]
Ho ciliegie per le pecore e tu ti chiami Fanfan.” Mi sorride.
Se non avessi paura, la conversazione potrebbe addirittura piacermi, mi viene da pensare. Lui ha un piccolo sussulto e riafferra il panino al formaggio. Lo guarda, me lo porge, lo ritrae e poi lo appoggia sul pavimento.

Lauenstein opera due scelte precise nella narrazione: il quando (la notte) e il dove (la casa); il tempo e il luogo intimi per eccellenza in cui  si riesce a mostrare confessioni e nudità interiori, cosa che la luce del giorno, e una  conoscenza più profonda impedirebbero. Entra con garbo in quel tratto ancora libero dalle emozioni sociali, quelle che codificano i comportamenti, che omologano la normalità del cosa si dovrebbe fare e dire, restituendoci la sincerità dell’essere come si è, senza filtri e ritrosie. Confessioni difficili eppure necessarie alla sopravvivenza.

Una galleria umana asciutta e minimale in superficie, presa dal dolore di perdite e affetti che tuttavia resta resiliente. Provare a rialzarsi usando una medicina semplice: somministrarsi il buio e il vuoto della notte pendant della buia voragine e del vuoto interiore che abita le loro anime. Eccetto Aleko, ultimo in ordine cronologico. Lui chiuderà il cerchio sovvertendo lo schema.

La lingua di Mercedes Lauenstein assolve il compito descrittivo del disagio di ognuno dei venticinque personaggi e non si limita al dettaglio esteriore.
La colonna sonora la sceglie l’autrice nell’introduzione: è la traccia Hey you dei Pink Floyd. Scelta funzionale per avvalorare l’idea di estraneità tra la protagonista e i personaggi. Hey per richiamare l’attenzione e You inteso come soggetto impersonale, vista la causalità dell’incontro (al buio).

Hey you, out there in the cold. Getting lonely, getting old. Can you feel me?”

Il tappeto musicale d’ingresso è consegnato all’uso del retronimo chitarra acustica, le cui corde vibrano propagando suoni udibili e umani, analogici, così la protagonista del romanzo di Lauenstein ha la funzione di cassa armonica e produce movimenti armonici. Dolci, tristi e struggenti.

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Di notte | Mercedes Lauenstein

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