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teetetoUna delle questioni più spinose quando ci si approccia a un verso, che sia buono o meno buono, che il lettore sia un lettore attento o poco avvezzo o che sia egli stesso poeta, è la distinzione tra forma e contenuto. Cosa molto scolastica che in realtà rappresenta uno dei dati fondamentali dello scrivere poesia. Perché le parole hanno giocoforza un modo d’essere disposte che, se accordato, chiamiamo ritmo. E il ritmo è una delle esigenze più innate nell’uomo. Un interessantissimo saggio di Filippo Strumia, “L’emergenza del verso. Note di analisi della poesia” inserito nella rivista “Vite che non sono la mia. Realtà letteraria e relazione analitica” (n. 37, 2014, che contiene apporti anche di Bernardo Baratti, Sonia Bergamasco, Daniela Bonelli Bassano, Susanna Chiesa, Maria Teresa Colonna, Rita Corsa, Pina Galeazzi, Nicole Janigro, Paolo Jedlowski, Silvia Lagorio, Maria Lavagetto, Fabio Madeddu, Chiara Mirabelli, Clementina Pavoni, Anna Pintus, Lella Ravasi, Giovanna Rosadini, Emanuele Trevi) tra le altre cose dice:

“Prendere oggetti beta, meteore impensabili, trasformarli in alfa, poi in rappresentazione mentale, narrazione mitica, quindi pensiero. È questa la funzione fondamentale della mente, il suo metabolismo. Quello che Hillmann chiama “funzione poetica della mente”, affine alla funzione trascendente di Jung e alla funzione riflessiva di Fonagy. È una trasformazione progressiva: il grano (oggetto beta) deve diventare farina (oggetto alfa, ancora non commestibile), quindi qualcosa che, messo nel forno, si muti in pane, cioè rappresentazione mentale. Commestibile, digeribile e trasformabile dalla mente. […] È caratteristico degli artisti essere inondati da oggetti beta, “l’inconscio forte” di cui parla Jung, e lavorare per trasformarli in qualcosa, immagine, suono, narrazione. I prodotti di questo lavoro sono offerti al pubblico e sono in grado di accedere all’immaginazione, favorendo la trasformazione alchemica del protomentale. In questo modo l’orizzonte psichico si dilata ed è possibile toccare corde dell’anima altrimenti mute. Ma il rapporto con gli oggetti beta è perturbante, travolgente, spesso terrifico. Aprire l’anima all’ignoto, al completamente altro, senza una bussola né altri riferimenti è esperienza sconvolgente, affine alla depersonalizzazione. Si è sughero nella tempesta o, come disse Pavese, pesce nel ghiaccio. […] L’elemento presente in tutte le culture è il ritmo, la rima compare solo in alcune tradizioni poetiche. […] Come se la ripetizione di comportamenti e gesti coltivasse, grazie alla risonanza di gruppo dei neuroni specchio, il terreno su cui attecchisce la possibilità di pensare. D’altro canto l’antropologia propone da tempo ipotesi equivalenti, come lo sviluppo delle tecniche agricole e la domesticazione degli animali come conseguenza di comportamenti rituali. Torniamo alla metrica, l’organizzazione stabile e ripetitiva dei versi può essere considerata, direi, l’equivalente linguistico del comportamento rituale. Cambiano le parole, in parte il ritmo interno del verso, ma la caduta della rima avviene implacabilmente nel momento giusto. Se, immaginando, estendessimo questo andamento nello spazio vedremmo dispiegarsi delle forme geometriche o, se vogliamo, movimenti ripetitivi di danza. La metrica è il rito linguistico, potremmo dire fonetico, alla base della poesia. […] Nel frattempo anche dal punto di vista neurofisiologico la predisposizione al suono previsto attiva una facilitazione della comprensione. È come se aprissimo le orecchie aspettando quel suono e pronunciandolo intimamente insieme al gruppo. Il nostro poeta, incidendo le sue parole di nascosto, evoca un comportamento collettivo in cui i membri della specie si muovono e cantano insieme. Non diverso è il fenomeno della ninna nanna: il bambino attende fiducioso e rassicurato il cadere della rima, cogliendo una commovente consonanza con la mamma.”

Questo estratto solo per dimostrare quanto il ritmo in poesia non sia un elemento superfluo o privato del verso o del suo autore ma un atto tanto necessario quanto collettivo. Perché la poesia è sempre un atto necessario e collettivo. E la sua finalità l’ha in qualche modo definita un vecchio poeta pordenonese, geniale in alcune sue pagine, che nel 1965 scrisse: “D’accordo: non vale niente. / È meno del fumo / assai meno del vino. / Ma uno non può morire / senza un briciolo di poesia / è come pulire un vetro / e vedi cose sapute / ora più esatte e nuove”. La poesia è sempre un rivolgere l’attenzione a cose “sapute” che grazie al verso diventano “più esatte e nuove”. Grazie al verso e al suo ritmo. E così è grazie al ritmo che “uno non può morire / senza un briciolo di poesia” perché, come detto poc’anzi citando Strumia, “non diverso è il fenomeno della ninna nanna: il bambino attende fiducioso e rassicurato il cadere della rima, cogliendo una commovente consonanza con la mamma”.

Che lo accettiamo o meno abbiamo bisogno di tale consonanza che la poesia, quando vera, inevitabilmente ci dà. E ci fa sentire uomini, ci avvicina agli altri uomini, ci restituisce un senso di collettività che va oltre le singole particolarità e differenze. Il ritmo è un punto d’appoggio tanto per l’autore quanto per il lettore siano essi personaggi antici o uomini di oggi. Perchè il ritmo è un qualcosa che comprendiamo oltre il messaggio razionale, anche oltre la sfera emozionale, il ritmo è la natura stessa che ci raccoglie insieme e parla la medesima lingua. Infatti non è raro leggere testi in lingue che non si conoscono e comunque sentirne fluire la musicalità. Il ritmo è l’atto più collettivo che si possa immaginare (sempre Strumia: “la temporalità della metrica, come del rito, è circolare, e consente un’illusoria, ma emotivamente vivida, conciliazione col gruppo”) anche perché si estende oltre il tempo e lo spazio potenzialmente restando un atto infinito, che infinitamente comunica. Pur se pochi oggi accettano questa definizione, anche il ritmo è comunicazione. Ed è una comunicazione che accompagna ma non necessariamente coincide col messaggio del testo. E che forse possiamo immaginare essere il vero livello poetico dello scritto. Sicuramente uno dei maggiori segnali per capire se siamo di fronte a poesia o meno.

Un esempio calzante è in alcune delle più belle pagine di un’amica poetessa, Antonella Sbuelz, capace di scrivere: “Ma quando mi leggevi di Acheronte / – del traghettare ombre e rabbia e orrore / dal ciglio a un altro ciglio di dolore – / la voce ti sgorgava dal passato / e ti strappava sillabe di vuoto / che io – bambina – appena raccoglievo: / e ti tremava, viva, la memoria // La sento solo adesso – scusa, padre – / la sento solo adesso, l’eco vera // A volte serve il senso di una vita / – tutti gli errori, tutta la miseria – / per penetrare il senso di una storia.

Alessandro Canzian

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Dialogo 1: sul ritmo