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Opera di Stefano Ferrari, foto presa dal web

Una delle caratteristiche che stanno emergendo all’interno del poliedrico sfaccettarsi della poesia odierna (che oggi potremmo definire attraverso due volumi molto diversi fra di loro ma al contempo simili nelle intenzioni: Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Luca Sossella Editore 2005, e L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine Edizioni 2014) è l’attenzione all’uomo nel suo tempo. La poesia tende sempre di più, in quella dimensione composta da grandi autori e giovani incollocabili e incollocati (lasciamo perdere le meteore) a fotografare ciò che si sta vivendo con diverse lenti ed obiettivi, diversi flash che ne colorano ora uno ora un altro aspetto.

Una cara amica che considero anche una grande poetessa contemporanea, grande di una grandezza difficile che avrà bisogno di un altrettanto grande critico per poter essere completamente riconosciuta, in uno scritto di postfazione al suo libello appena uscito per Arcipelago Itaca Edizioni scrive: L’idea di storia ci pone immediatamente di fronte alla frammentarietà di ciò che definiamo “storia”. Questi “barlumi” sono insieme rappresentazione della sostanza di ciò che è accaduto, nel suo arrivare dal passato a noi, ma sono anche definitori della natura della nostra percezione dei fatti storici, o meglio, degli eventi. Qualcosa è davvero accaduto, ma nella zona opaca che l’uomo abita – dove essere testimoni o colpevoli deriva solo dall’esser nati in un luogo e in un tempo precisi; e dove progressivamente, col passare del tempo, la vita di ognuno, pur rimanendo degna di essere vissuta, si accartoccia sempre di più – questo qualcosa è una luce incerta, in sé e per sé. Qualcosa è davvero accaduto: inizia da qui la mia riflessione. (Giovanna Frene)

A Giovanna fa quasi simbolicamente eco, con tutte le differenze e distanze del caso, Alberto Toni, poeta romano, che in un’intervista fatta da Sandro Pecchiari a Trieste durante uno degli appuntamenti di Una scontrosa grazia ha detto: Noi siamo continuamente chiamati a vivere il tempo della contemporaneità ma anche tutto il nostro tempo passato, il che vuol dire che viviamo e veniamo da molto lontano e dentro abbiamo tutto il tempo di tutti i tempi. Quindi per me scrivere vuol dire essere veramente in una contemporaneità che parte da un passato remoto e arriva fino a oggi. Credo che la linea del tempo per chi scrive sia un’assimilazione continua e inarrestabile ed è per questo che noi dobbiamo scegliere una lingua. Ma che vuol dire per un poeta scegliere una lingua? Significa essere coscienti del fatto che siamo nel 2016 e che quindi dobbiamo fare i conti con quello che viviamo oggi ma anche con il mondo da cui veniamo. Scegliere una lingua significa fare una scelta che non è soltanto di vita ma ovviamente per chi scrive è anche una scelta culturale, di linguaggio e di stile. (Alberto Toni)

La consapevolezza d’essere in un dato tempo che ha avuto un prima e che avrà un dopo comporta oggi per il poeta un’assunzione di responsabilità che è anche un’assunzione di consapevolezza che si contrappone a una tendenza fondamentalmente amnesica, che tende cioè a dimenticare immediatamente ogni fatto e la ragione di ogni fatto. In questo si inscrive tutta la propaganda massmediatica che vede, fra le altre cose, la condanna di Jihadi John, l’uomo vestito di nero con il passamontagna che il mondo ha conosciuto in occasione della macabra decapitazione del giornalista americano James Foley. Il vero nome del boia è Abdel-Majed Abdel Barry, in arte (era un rapper inglese) Lyricist Jinn, che Emilio Berrocal nel volume Argo, Annuario 2015, Poesia del nostro tempo (Gwynplaine Edizioni 2015) cita riportando una sua canzone che ai nostri occhi appare particolarmente dissonante con le sue scelte: Chiudo gli occhi e sento la frizione tra i miei nervi / Sto provando a ricordare i vecchi tempi ma le immagini sono sfocate / Le visioni che ho però sono inquietanti / Sto provando a dipingere immagini di parole ma non ci riesco / È risuccesso: come dopo i riots, le mie dita / Ok, adesso sono tornato nella mia stanza e sto scrivendo di nuovo / Avevo pensato di smettere ma forse riesco ad esprimere i miei / Ragazzi sfortunati, Io ancora prego Allah ogni notte nel mio letto / Guardo questi ragazzini che parlano di come usare la pistola / Nah. Voi non avete mai esploso un colpo / Ed anche se l’aveste fatto, ci scommetto che non avete mai preso un corpo / Sono stanco di tutti questi delinquenti da YouTube e la loro sindrome / Rimani te stesso fratello, inizia a parlare franco / E cosa ne sai tu di come sfamare sei fratelli ed una mamma?

La poesia in questo caso, intesa come parola pura e semplice, tende a chiedere una giustizia che non ritroviamo nella sua adesione a un’organizzazione che fa dell’ingiustizia la chiave d’azione nel mondo. Ma la poesia stessa, intesa come riflessione sul mondo, proprio in questo caso specifico ci mette di fronte alla nostra incapacità di comprendere che la richiesta espressa nella canzone è la medesima espressa (con modalità diverse e aberranti) durante l’uccisione di Foley. Ci mette di fronte al fatto che le definizioni di giustizia e ingiustizia cambiano in relazione alla parte che le pensa. E tutto questo perché non c’è più la storia, la memoria dei fatti che hanno portato da un punto A a un punto B.

Il poeta oggi deve riprendere questo passaggio intermedio, questo processo senza il quale tutto appare giusto o ingiusto ma all’interno di un’inevitabile e continuamente riproposta passività umana che ci porta a subire ciò che avviene, a subire ciò che noi stessi facciamo. Perchè ciò che è giusto o ingiusto non appartiene alla Storia ma a un’interpretazione superficiale e spesso strumentalizzata. La poesia invece ne coglie i meccanismi interni, le motivazioni, ne raccoglie la memoria. Che sia poesia civile, sociale, di protesta quanto poesia d’amore ha poca importanza. Il poeta è colui che si assume la responsabilità di ricordare e far ricordare cosa succede all’uomo.

Alessandro Canzian

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Dialogo 3: Sulla memoria