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DISCORSO DELL’OMBRA E DELLO STEMMA | Giorgio Manganelli
Adelphi 2017

di Paolo Risi

La demenza, dunque, è la madre della scrittura e della lettura; ma non ne è la soluzione. Talora la demenza si manifesta come una belva, giacché, dopo tutto, è una Madre, e abita un luogo delimitato da un muro candido, oltre il quale c’è il luogo dove o dobbiamo assolutamente o assolutamente non possiamo andare; e può darsi che non ci sia luogo dove andare. Una persona mi chiede se questa demenza ha soluzioni, cause, spiegazioni. Provo fastidio, mi ribello. E tuttavia la domanda sbagliata mi aiuta. Senza di essa, ora io non starei scrivendo queste righe inutili, ma righe, figli miei, righe”.

Teppista della letteratura”. Così Pier Paolo Pasolini definì Giorgio Manganelli, e quest’ultimo (disturbatore e spirito errante) nel corso degli anni non poté che tergiversare e ridefinirsi in una costellazione di contributi che travalicano generi e misure di scrittura.

Permane però un sottofondo continuo, vissuto esistenziale e tensione conoscitiva allo stesso tempo, che indirizza Manganelli verso suggestioni psicoanalitiche e profondità archetipiche, matrice generativa di temi, creazioni, slanci estemporanei, rielaborazioni e analisi su testi e accadimenti sparsi.

Non a caso, a partire da riflessioni generate in ambito terapeutico (lo scrittore si accostò al pensiero junghiano), prese corpo Hilarotragoedia, opera prima pubblicata nel 1964, e definita dallo stesso autore “un trattatello, un manualetto teorico-pratico”. L’uscita di un libro audace e votato alla sperimentazione come Hilarotragoedia, unitamente all’adesione al Gruppo 63, ensemble fondativo della neoavanguardia, decretò la significatività di Manganelli nel contesto letterario dell’epoca, verso cui l’autore non mancò di riversare, a più riprese, il suo estro polemico. La cifra stilistica del libro di esordio caratterizzerà, per buona parte, un coerente percorso letterario, dove si andranno a raccogliere equilibrismi lessicali, composizioni scintillanti di figure retoriche e ambiti conoscitivi, traiettorie impensabili in grado di collegare voci arcaiche e neologismi.

La temeraria incursione nell’inapparenza, nei territori del non consolidato, abbraccia, come detto, l’intero percorso intellettuale e spirituale dello scrittore milanese. Risulta per lui naturale immergersi in quell’orizzonte magmatico, allo stesso tempo reale e presumibile, e immergervi al contempo la letteratura o quanto di essa rimane.

Il Discorso dell’ombra e dello stemma o del lettore e dello scrittore considerati come dementi (edito per la prima volta nel 1982 da Rizzoli) tratta dell’origine e dell’essenza della letteratura, è la collocazione di una lastra riflettente nella stanza sterile delle lettere e delle prescrizioni d’uso che le sono state attribuite nel corso dei secoli. Vi si trovano argomentazioni pulsanti di estetica e retorica, le arrampicate nelle forre del mito e della psicologia, ma ciò che più conta è che queste incrostazioni mobili del sapere, sovrapposte su piani gioiosamente sghembi, stillano e realizzano – come scrisse Luigi Malerba – una “teoria” tutta in negativo che rincorre le insignificanze, i vuoti, i nonsensi, gli anacoluti e i fantasmi secondo un progetto di sfrenata e viscerale perversione letteraria.

La voluttuosità, l’estro, la tracimazione barocca, proiettano nella dimensione enigmatica e sovversiva della letteratura, dove si fa esercizio di libertà e svago per giungere al riconoscimento della verità che inquieta. Razionalità e scrosci pulsionali marciano all’unisono dentro pagine che accolgono una moltitudine onirica e senza tempo: viene recensita la duplicità della parola, che si presenta al contempo come tenebra e illuminazione, si alimentano visioni nuove delle figure mitologiche (le “cronache” di Apollo e Diòniso, Eco e Narciso), si propongono ipotesi metaletterarie in cui lo specchio, il suo essere tramite e astrazione, innesca la capacità delle arti di inglobare e decontestualizzare i propri artefici. E dentro la casa del libro – scrive Salvatore Silvano Nigro nella postfazione – si staglia nell’aria il riso annodato, astratto, privo di allegria, per niente antropomorfico, di Diòniso.

Lo slancio pirotecnico di erudizione e acutezze filologiche consente a Manganelli di plasmare un’età della nonletteratura (“quel tempo feroce e avvilito”) in contrapposizione con quella, delirante e perennemente avviluppata su se stessa, della letteratura: “Tutti sapevano che ciò che non esisteva – la letteratura – era inutile, ma appunto per questo erano in preda della follia. Si può vivere senza una cosa necessaria, giacché, essendo necessaria, in qualche modo è nota; ma una cosa inutile non è nota, non è conoscibile, non è misurabile, e dunque la sua conclusione sarà la demenza non placabile”.

È sintomatica, nel volume riedito da Adelphi, la riflessione sulla figura dello scrittore (e di rimando del lettore), centrale nella bibliografia multiforme di Manganelli. Viene ribadita nello specifico la non responsabilità autoriale, l’esigenza che lo “scrittore” si ponga in quanto meccanismo trascrivente, disponibile a farsi attraversare dalle parole, fulminee e audaci, di cui è fatta la letteratura. “Viscere di parole” albergano nell’apparato fonatorio del buffone, del fool, identità calzante (e in grado di duettare con l’ombra, con i chiaroscuri della personalità) a cui viene attribuita la stesura del Discorso dell’ombra o dello stemma.

Scrive Manganelli nel risvolto del volume, inneggiando in un certo senso al fool, alla sua ambiguità: “Quindi il fool ama le ipotesi, specie se infondate; a queste ama opporne altre, incompatibili, ma ugualmente infondate; fabbrica buffonesche metafisiche e tosto le dimentica, le baratta con una manciata di sassi colorati. Infine, niente di quel che dice ha senso, niente va trattato come se ne fosse privo, sebbene sia questa appunto la sua dignità, di essere dissennato, e di professare l’errore, e di scioccheggiare tra patròlogi, teologi, politologi. Il fool non è Bertoldo; infatti, in primo luogo non ha famiglia. Ha del parassita, ma esentato dall’adulazione, non per nobiltà d’animo, ma per goffaggine, per timore dei suoi discorsi arruffati e sconci”.

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Discorso dell’ombra e dello stemma | Giorgio Manganelli

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