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di Emanuela Chiriacò

A 20 anni conosci la poetessa Amelia Rosselli, figlia di Carlo Rosselli, ucciso in Francia dai fascisti. Lei curava la rivista letteraria La tartaruga a cui inviasti degli scritti che lei pubblicò. Di cosa parlavano? E che ricordo hai di Amelia Rosselli?
Conoscevo Amelia attraverso i suoi scritti. La sua poesia mi piaceva molto e di lei avevo una vera e propria venerazione. Amavo scrivere e cercavo i miei modelli di riferimento. Mi ricordo che presi un treno, abitavo ancora in Molise allora, e andai a trovarla a casa sua a Roma. Fu un incontro magico. Amelia era una persona austera e rigorosa ma con me fu dolce e mi aiutò a  vincere l’imbarazzo  iniziale.
Passammo una intera mattinata a parlare di scrittura. Le lasciai  una cartella con dentro racconti brevi e poesie . Una settimana dopo ricevetti la sua chiamata: aveva letto tutto e mi comunicava che avrebbe pubblicato due mie poesie. Fu una emozione grandissima che ancora oggi mi accompagna.

Quali poeti hai avuto il privilegio di conoscere durante quell’esperienza e in che modo hanno influito sulla percezione che avevi della poesia?
Una volta a Roma la frequentazione e la collaborazione con Amelia diventarono assidue. Fu un periodo denso di incontri. Amelia mi introdusse nell’ambiente letterario. Conobbi Luzi, Caproni, Sanguineti, Insana, Zeichen, Bertolucci , per citarne alcuni. Era bellissimo. Leggevo poesie  e poi  incontravo i poeti dal vivo . Un privilegio infinito. Credo che la mia vera formazione culturale sia avvenuta allora.

In diverse interviste, affermi che la poesia per te è diventata nutrimento. In che modo ha trasformato il tuo metabolismo umano e professionale?
La poesia mi ha permesso di essere quello che sono. Leggere e scrivere ogni giorno versi è stato un esercizio profondo sulla parola. Ho imparato a sentirne il suono, a limarne la forma, a comprenderne il significato. A distanza di anni, anche se non scrivo più poesie, e mi occupo di  altro, facendo televisione, utilizzo lo stesso metodo nella costruzione dei miei lavori. La poesia è la forma più alta di narrazione. Le regole che si applicano ai versi sono universali. E quando oggi, a distanza di anni, sento usare dal pubblico l’aggettivo poetico, per definire ciò che vede e percepisce di me, so che l’origine di tutto è in quegli anni di formazione culturale.

Ci sono delle poesie che hai bisogno di rileggere?
Spesso rileggo Luzi, mi piace il suono/senso del suo verso. In particolare:

Vola alta parola

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?
[Mario Luzi, da Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, 1985]

E ultimamente T.S. Eliot. The Waste Land è sul mio comodino. Credo sia l’opera poetica più importante del novecento.

Roland Barthes affermava: scrivere implica necessariamente tacere: scrivere è in un certo modo “farsi muto come un morto”, diventare uno cui non è consentita l’ultima replica; scrivere è dal primo momento offrire all’altro quest’ultima replica. La tua è scrittura per immagini e il silenzio gioca un ruolo fondamentale. Cos’è per te il silenzio? Che bisogno della narrazione riesce a colmare?
La pausa poetica, la scansione metrica, la punteggiatura sono elementi confluiti nella mia narrazione televisiva. Il silenzio permette a me di esprimermi mantenendo incontaminato il mio racconto. Lascio il tempo alle cose di emergere, non le fagocito o manipolo. Il silenzio preserva  intatti luoghi e persone.
 
Nella poesia Sii paziente, R.M. Rilke dice cerca di amare le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera. Qual è la domanda che avresti voluto ricevere e che mai ti è stata posta e quale sarebbe stata la risposta?
Mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse: « Dove andrai domani?». Non saprei cosa rispondere perché potrei cambiare idea anche all’ultimo momento.

Per chiudere le interviste di solito c’è la domanda Zest che tocca le tematiche care al portale: green vision e sostenibilità. Il tuo impegno in tal senso è noto e forse la risposta più adatta e utile per chi volesse ri/vederla è il link della puntata Pane Nostro del tuo programma I dieci comandamenti andata in onda il 18/11/2018:

Puntata integrale qui: 

https://www.raiplay.it/video/2018/11/I-Dieci-Comandamenti-Pane-nostro-96445708-8e60-4c80-a309-c81b4f885f15.html


Domenico Iannacone

Nato nel 1962 a Torella del Sannio in provincia di Campobasso, ha iniziato la carriera giornalistica sulle testate regionali. Dal 2004 al 2009, per RaiTre è stato uno degli inviati di punta di Ballarò e  dal 2007 al 2012 ha firmato, sempre sulla Rai, il programma Presa diretta. Dal 2013 è autore e conduttore del programma d’inchiesta I dieci comandamenti in onda su Raitre e giunto quest’anno alla 7^ edizione. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Paolo Borsellino per l’impegno giornalistico contro le mafie e  nel 2017, con  il reportage La rivoluzione industriale,  il Premio Goffredo Parise. per cinque volte gli è stato attribuito il Premio Ilaria Alpi, uno tra maggiori riconoscimenti legati al giornalismo d’inchiesta internazionale. Nel 2017 con il documentario Lontano dagli occhi ha ricevuto prestigiosi  riconoscimenti internazionali  aggiudicandosi nell’ordine il Civis Media Prize di Berlino (miglior programma televisivo dell’anno), il Real Screen Awards di  Los Angeles (miglior documentario della categoria) e il Peace Jam Jury Awards di Montecarlo (miglior programma dell’anno).
(https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Iannacone)

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Domenico Iannacone: “Tra giornalismo televisivo e poesia” – intervista su ZEST