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Dorando Pietri
Antonio Recupero e Luca Ferrara
Tunuè edizioni 2016

 


La  testardaggine dentro
di Dario Pontuale

Nella lontana Grecia, sopra le sassose coste elleniche, era abitudine designare coloro che “corrono per un giorno intero” con l’appellativo di emerodròmos, ossia uomini capaci di coprire lunghe distanze più rapidamente di un cavallo. Indubbiamente il più celebre tra questi resta Filippide, l’eroico messaggero che dalla piana di Maratona, dalla sperduta periferia dell’Attica orientale, sale fin sulla rocca dell’Acropoli ateniese per comunicare la ricacciata in mare del temibile esercito persiano. Stremato dai quaranta chilometri corsi a perdifiato, Filippide muore un passo dopo la riga del traguardo, ma non prima d’aver sibilato: «nenikèkamen», cioè “siamo vittoriosi”. Correva, appropriato dirlo, l’anno 490 a. C. e a tramandare simili gesta restano le cronache di Erodoto, più tardi le pagine di Plutarco. Seppur fatto accertato, sebbene realmente accaduto, mantiene la tinta della leggenda, del mito; simbolo di sacrificio, resistenza e sovrumana tempra. Il sacrificio, la resistenza, la tempra della corsa, o meglio dell’atto connaturale e immediatamente successivo al camminare. Assai più faticoso; ripetuto in un’azione costante, assidua senza riposo. Un gesto atletico trasformato oltre una ventina di secoli dopo in disciplina olimpica da Michel Bréal, filologo e glottologo francese, amico di Pierre de Coubertin, che pretese la “Maratona” nel programma della prima Olimpiade moderna del 1896.

Le pagine di Erodoto e Plutarco, nonostante la sapiente cronaca, non esprimono pienamente l’aspetto del valoroso soldato greco e soltanto uno sforzo d’immaginazione può visualizzare la stanca corsa di Filippide, l’affannato messaggio, il tragico epilogo. Esiste, tuttavia, un esempio di emerodròmos più moderno, che arriva ugualmente stremato al traguardo del quale volto, abbigliamento e sforzo, possono rivedersi in vecchi fotogrammi in bianco e nero su una pellicola impressionata nello stadio di Londra durante l’Olimpiade. L’uomo che il 24 luglio 1908 tenta disperatamente di concludere la gara prima di consumare le ultime energie, risponde al nome di Dorando Pietri, nato a Mandrio, in provincia di Reggio Emilia nel 1885. Barcolla, non riesce a stare in piedi, è esausto, imbocca perfino la pista d’atletica nel senso di marcia sbagliato e la giuria, insieme ai bobby, lo spingono nella giusta direzione. Settantacinquemila spettatori assistono basiti, sostengono l’atleta italiano con grida e battimani, insistono sebbene l’andatura ricordi il ciondolare comico di Chaplin piuttosto che la falcata sicura di un maratoneta. Pietri è in testa con largo vantaggio sull’americano Johnny Hayes, ma le gambe sono molli e occorrono dieci minuti per coprire gli ultimi cinquecento metri. Cade quattro volte e per quattro volte viene soccorso da distinti gentiluomini inglesi, infine taglia il traguardo sotto al palco reale, stramazzando davanti allo sguardo della regina Alessandra. Per sua fortuna non muore a differenza di Filippide, ma non pronuncia nemmeno la famosa frase nenikèkamen; perché non è cosciente d’aver vinto, poiché viene trasportano fuori in barella già privo di sensi. Gli spettatori acclamano la tenacia del ventitreenne dai larghi pantaloncini rossi, la maglietta bianca, la pettorina numero diciannove e il fazzoletto legato in testa con i quattro nodi. Quel ragazzo cresciuto a Carpi, terzo di quattro figli, nato in una famiglia di fruttivendoli, ha mostrato coraggio e merita un’ovazione. Piccolo di statura, moro, con i baffi scuri e folti, lavora come garzone di una pasticceria e correre è da sempre la sua passione. Non sente la fatica sfrecciando sull’assolata pianura emiliana, sulle strade bianche e sassose come quelle dell’antica Grecia, fugge via reso imprendibile da un paio di gambe storte per davvero. Le gambe, in ogni caso, non bastano nella corsa, serve pure il cuore, un muscolo necessario da allenare quanto i quadricipiti, di certo il più adatto per superare fatica, ostacoli, crisi. Chi corre lo sa bene, chiunque metta con sudore un passo dopo l’altro ne è consapevole che occorre la testardaggine dentro al petto. Anche Pietri lo sa dimostrandolo ancora prima della gara di Londra. Correre non è un lavoro e non porta pane, soprattutto a inizio Novecento e se non fosse stato per l’insistenza del fratello Ulpiano, la famiglia non avrebbe mai acconsentito al tesseramento di Dorando alla società sportiva “La Patria” diretta da Ottavio Dondi. Fino allora il maratoneta emiliano corre di nascosto, partecipa clandestinamente a una gara tenendo addirittura il passo del celebre Pericle Pagliani, ma la sua andatura è troppo istintiva, ancora acerba, a volte smodata. Talento e innate qualità non mancano, ha un cuore robusto pronto al lavoro e l’esperienza di Dondi permette a Pietri di migliorarsi, vincere gare, entrare nella nazionale di atletica e guadagnarsi l’accesso alle Olimpiadi. Sono proprio le gambe, il cuore, la tenacia a portarlo davanti ai settantacinquemila, a quei barcollanti ultimi metri di calvario, a quel moto di orgoglio, non solo sportivo, al quale ostinatamente si aggrappa fino al collasso.

Quando ore dopo si risveglia su un letto di ospedale tra dolori e contusioni, non sa di aver vinto, è pure inconsapevole che la squadra americana abbia già presentato ricorso. Il regolamento parla chiaro, a nessun atleta sono concessi aiuti e, seppur in umana forma di soccorso, esser sollevato da terra rientra tra i favoritismi. L’indomani una commissione si riunisce e Pietri viene squalificato, eppure l’opinione pubblica lo difende, consacrandolo indiscusso vincitore. Le tinte mitiche dell’impresa, tuttavia, convincono la regina d’Inghilterra a premiarlo personalmente con una coppa d’argento d’orato. Il re d’Italia gli fa arrivare parole di encomio, Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes, presente all’evento per il Daily Mail scrive: «La grande impresa dell’italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici», il compositore Irving Berlin, gli dedica perfino una canzone intitolata Dorando. Il tragico campione torna a Carpi accolto come un eroe, la stampa lo intervista, le sue foto abbracciato con fierezza alla coppa girano il mondo. Nel novembre dello stesso anno, ha la possibilità di sfidare Hayes per una rivincita al Madison Square Garden di New York, accetta senza esitare. Vince, così come vince anche una terza sfida, poi intraprende un tour d’esibizione in America lungo sei mesi, disputa ventidue gare trionfando in diciassette. Accumula un buon gruzzolo con il quale sposa Teresa, acquista un albergo nella sua città pensando a una tranquilla vecchiaia. Disputa la gara dell’addio nel 1910 a Buonos Aires, fermando il cronometro a 2 ore 38 minuti e 48 secondi, suo primato personale. Come l’epopea di Filippide, anche questa sembra uscita da una cronaca leggendaria, da scenari fantastici eppure sono reali. Questa la vera storia di Dorando Petri, l’“uomo che vinse la maratona, ma perse la medaglia”, l’atleta romantico raccontato e disegnato da Antonio Recupero e Luca Ferrara in Dorando Pietri: una storia di cuore e gambe, graphic novel pubblicata da Tunué. Un lavoro che narra e mostra una trama disegnata con metodo, ricca di atmosfere sfumate, nelle quale i piani temporali-biografici si alternano creando intrecci che legano presente, passato e futuro. Uno sforzo creativo in cui l’immaginario si integra con fatti storicamente attendibili, dove la passione per la corsa, per la sua epicità, per il suo affanno animale, si respirano a pieni polmoni. Una boccata forte di una disciplina primitiva come l’uomo, faticosa a qualunque livello, aspra come la vita che avanza sulla stessa strada che segue, insegue, rincorre.

Recupero e Ferrara affrescano la storia di Pietri con linee esatte e la colorano con l’immortale tecnica dell’acquerello, somigliante a una goccia di sudore caduta sull’inchiostro fresco di un diario. Non c’è retorica dentro questa letteratura disegnata, soltanto omaggio a un campione che correva coraggioso tra i campi tanto quanto davanti alla regina d’Inghilterra. Pietri affascina noi, come i nostri antenati, perché resiste finché l’ultimo briciolo di energia l’accompagna. Se il suo stupefacente cuore lo tradisce ad appena cinquantasei anni, non importa, resta comunque impavido quanto Filippide. Pietri assomiglia alla pietra, è duro come lei e questo basta per sentirlo correre ancora.

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Dorando Pietri: La testardaggine dentro

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