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Dalla biografia scritta dal poeta Aleksej Purin e contenuta in
Music alone, on the poetry of Boris Ryzhy, testo integrale tradotto dal russo da Emily Johnson/ University of Oklahoma 2005)

(Traduzione del seguente estratto di Antonia Santopietro)

“Il poeta russo Boris Ryžij ha passato la sua intera breve vita negli Urali, una regione al centro della Russia, da sempre nota per le miniere, l’industria pesante metallurgica, e gli impianti militari. Nacque a Chelyabinsk l’8 Settembre, 1974 ed era ancora un bambino quando la sua famiglia si trasferì ad Ekaterinenburg, ovvero, come per tutto il periodo sovietico fu chiamata la cittadina, a Sverdlovsk. Ryžij si diplomò e laureò a Sverdlovsk. Divenne un ingegnere minerario, come suo padre, uno specialista nel suo campo. Da quello che mi risulta tuttavia Boris non lo considerò mai la sua vera vocazione, la sua passione era la letteratura. Sin dalla sua adolescenza ha fatto la sua conoscenza con i “principi” delle associazioni criminali, con le leggi e il gergo del mondo dei ladri. Vi fu addestrato nel cortile dell’appartamento in cui viveva. Durante la sua adolescenza, suo padre usciva di casa per lavoro all’alba in un auto ufficiale per tornare dopo mezzanotte, non ebbe modo di rendersi conto che la maggior parte degli altri inquilini nel suo palazzo erano ex carcerati e che la personalità di suo figlio si stava formando in un modo davvero difficile e pericoloso nei diversi anni dal loro arrivo a Sverdlosk. L’argomento di molti poemi di Ryžij prende spunto da queste sue giovani esperienze: i ritratti sorprendenti del filosofeggiante vecchio ladro, “Zio Sasha,” il quale gli promise di dare al futuro poeta un coltellino finlandese; Serzh, che colpì un poliziotto alla mascella e finì in galera; Vitiura, che avvolse un bastone d’acciaio in un giornale e finì in una rissa.
Ryžij non cerca di nasconderci questa suo lato, egli prova amore e pena per loro e genera queste emozioni nei suoi lettori. I suoi amici, quelli dell’adolescenza, giacciono sotto le imponenti lapidi di marmo nella parte del cimitero di Ekaterinburg in cui ci sono i “nuovi russi”. “Caddero”, scrive Ryžij, “ccon frammenti di ottone nei loro teschi, come i primi capisquadra della perestrojka”. Queste sono le circostanze temporali e spaziali di Ryžij; questa è la sua patria, amata e mostruosa. Altri poeti hanno forse trattato aspetti simili della vita russa, ma la visione di Ryžij era organica e unica: vedeva e amava il suo paese nella forma in cui lo trovava. Ryžij amava questo mondo infelice e terribile, popolato, come lo descriveva Solženitcin, per metà da prigionieri e per l’altra metà dalle loro guardie. Tutto questo era nel sangue del poeta; era tratto dal “carico di rifiuti della sua memoria”, il prodotto di una psiche sgretolata da una turbata adolescenza sovietica

Il film: https://borisryzhy.com/THE-MOVIE

Per ascoltare la voce del poeta in lingua originale

https://borisryzhy.com/poetry-clips


E COSÌ VIA… | Boris Ryžij
(Edizioni Il Ponte del Sale. Associazione per la Poesia)
a cura di Laura Salmon.

di Emanuela Chiriacò

La casa editrice Il Ponte del Sale con la curatela di Laura Salmon pubblica per la prima volta, con la traduzione dal russo a fronte, la raccolta …E così via… di Boris Ryžij nella sua versione integrale. Nella postfazione arricchita di contenuti critici e bibliografici, Salmon permette una conoscenza approfondita della vita del giovane Ryžij e della sua produzione lirica. Il poeta russo Boris Ryžij ha solo 27 anni il 7 maggio del 2001 quando si impicca al gancio di una porta-finestra che affaccia su un balcone della casa dei genitori usando la sua vecchia cintura da judo. Un’età su cui aleggia il fantasma della maledizione, tristemente inaugurata da Alexandre Levy a cui sono seguiti Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Mia Zapata, Kurt Kobain, Robert Johnson, Amy Winehouse, Kristen Pfaff solo per citarne alcuni. Al netto della superstizione, si può affermare che le maledizioni non esistono e che Boris Ryžij non era un musicista sebbene la musica abbia giocato un ruolo determinante nella sua vita

E se non muoio, dico per davvero,
un musicante diverrò io pure,
con la camicia bianca e il fiocco nero
per strada suonerò le notti intere,
[…]
e sia musica, musica soltanto.

Nella postfazione, Salmon dice che La musica, tutta la musica, ha un’importanza fondamentale nella formazione della sua poetica e le sue poesie saranno definite “canzoni” (Sucharev 2015, 14) e musicate, non a caso, da cantautori e compositori (non solo russi). Da adolescente, infatti, Boris Ryžij ascolta il rock dei Nau (Nautilus Pompilius), quello contaminato dal blues e dalla musica country dei DDT, la musica hard e heavy degli Skorpions, e il rock alternativo indie/post-punk degli Zvuki Mu.

Colleziona dischi e cassette, organizza feste in discoteca ma la poesia c’è già. Salmon scrive che A partire dai primissimi anni dell’infanzia, la sorella Ol’ga e il padre si dedicano con cadenza quotidiana a leggere al piccolo, assieme alle fiabe tradizionali, i capolavori della poesia russa: per il futuro poeta, il linguaggio della poesia diviene, letteralmente, una lingua nativa. […] Già alle elementari inizia a scrivere versi, imitando i grandi poeti che conosce a memoria.

Nel 1997, si laurea alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali, e nel 1999 vince il premio Letterario Anti-Booker gestito dalla rivista Rossyskaya Gazeta, uno dei più grandi riconoscimenti per un poeta russo. Un mese dopo la sua morte, la sua prima e unica raccolta … E così via… vince il premio Palmira d’Argento come migliore opera poetica. Il poeta lascia circa mille e duecento testi poetici dai quali suo padre Boris Petrovič, il poeta della scuola degli Urali Jurij Kazarin e il critico letterario Il’ja Falikov, ne selezionano quattrocentocinquanta e li fanno confluire nella raccolta V kvartalachdal’nich i pečal’nych (Nei quartieri mesti e remoti). È lì che è cresciuto Boris Ryžij, in un quartiere mesto e remoto di Ekaterinburg, nella periferia sud-occidentale della città che si chiama Vtorčermet (acronimo sincretico di vtoričnye čërnye metally, “riciclaggio dei metalli neri [pesanti]”), laccato del grigiore umido della monotona quotidianità operaia, dove i giovani campano di piccoli furti e lavori occasionali e i delinquenti scontano pene detentive nelle miniere. Tutte queste frequentazioni lasciano un segno profondo nel poeta che le restituisce in versi accostando in modo originale termini arcaici e neologici, scientifici e gergali, espressioni folcloriche, detti da malavitoso, per riabituare il lettore alla spontaneità espressiva perdutasi nella poesia russa. In MARE, Boris Ryžij si muove in versi tra i palazzi che arredano il vuoto della vita diurna del suo quartiere, immobili come elefanti pietrificati in una giungla cementizia, che gli alberi e i fiori non riescono a ingentilire, dove l’umanità arranca con il fiato corto della sopravvivenza e il sangue anestetizzato dall’alcol.

MARE

Nei quartieri mesti e remoti, che al mattino sono umidi e vuoti, dove i lillà e i fiori paiono buffi e pietosi, c’è un palazzo di sedici piani, e lì sotto c’è un pioppo, e un acero inutile e stanco anela al cielo vuoto; sotto il pioppo c’è una panchina. S’era addormentato lì la mattina a sognare il mare Dima Rjabokón’, lo scrittore. Aveva ceduto e bevuto troppo: voleva partire da solo per andare al mare e da coglione era uscito fuori, senza raggiungere la stazione. Voleva solo partire, andare al mare, perché è il limite del dolore. Aveva imprecato e sbraitato quella mattina, finendo a russare sulla panchina. Ma il mare blu, l’azzurro mare, l’aveva raggiunto da solo e, mattiniero e familiare, gli aveva sorriso luminoso. E pure Dima aveva sorriso. E pur immobile, magro, calvo, sdentato, supino, era corso davvero verso il mare turchino. Correva e vedeva qualcuno sul litorale, sulla riva d’oro del mare. Ma sono io, io pure che non so raggiungere il mare: sull’altalena dondolavo e mi sono addormentato, dondolavo coi cespugli ai lati. Nei quartieri mesti e remoti, che al mattino sono umidi e vuoti.

Il sogno di Dima, scrittore magro, calvo, sdentato, supino, è vedere il mare: l’infinito esotico, la liquidità lontana che limita il dolore, lo culla e anestetizza. Il poeta chiude dicendo che lui non lo sa raggiungere e si consola con il dondolio di un’altalena in un accenno di verde urbano ai lati, condannato a quel quartiere mesto e remoto.

In Boris Ryžij dimora una sorta di rassegnazione che valica il pessimismo, che accarezza la lucida consapevolezza del suo stato.

La poesia è il suo mare, è la preparazione al distacco dagli affetti, è il sacrificio che dà un senso alla corsa ad alta velocità esistenziale che sublima in quella esiziale; in un mescolamento continuo tra non detto, spudoratamente esplicito e il coraggio di fare una cosa di per sé rischiosa: scostarsi dall’omologazione lirica di quegli anni.

La sua è sensibilità tradotta in versi, è l’arma fragile e potente con cui combatte l’atmosfera angusta di Ekaterinburg

QUI PISCIARE È PROIBITO,
NON TI MUOVERE E STA’ ZITTO!

In questo verso si percepisce l’interezza del dolore della costrizione, della vita controllata. Pensa agli sbirri che gli fracasseranno la testa togliendogli intelletto e dignità. Il peso del passato e dei sogni che vagano silenziosi tra Angeli. Destrieri. Sirene. Gnomi. Maestrine. Leccapiedi. Mascalzoni.

Il suo è il racconto dell’amore sofferto per la propria terra, dello smarrimento, del dolore e dello stupore di essere uomini in un mondo con cui bisogna perennemente fare i conti. Boris Ryžij è figlio della Russia degli anni settanta e ottanta, è cresciuto con l’orgoglio che contrasta il capitalismo americano che schiaccia l’Occidente e con l’attesa della fine della Guerra Fredda; la cui freddezza ha paradossalmente infiammato gli animi, e il cui epilogo ha alimentato sogni e speranze nelle vite limitate dalla ferrea educazione sovietica; speranze lise come vele che il vento della Perestrojka era in procinto di lacerare. Grazie ai versi di Boris Ryžij è possibile conoscere l’angustia di quello scenario storico e poetico, noto a chi ne fu direttamente interessato, colpito e stravolto. Nel 1991, la città di Sverdlovsk diventa Ekaterinburg e Ryžij rende lirico quello scenario sociale e politico con l’inchiostro nero dei suoi pensieri, aprendo uno squarcio di luce fioca nella sofferenza nebulosa causata dal vacillamento e dal tonfo del socialismo reale dopo la caduta del muro di Berlino. Non stupisce allora che la sua sensibilità assuma progressivamente le fattezze di una condanna a morte, lui stesso ha la percezione che la sua vita cessi a ogni suo risveglio, e che consolidi il disincanto provocato dalla scia di morte di ragazzi, molti dei quali suoi amici, per overdose di droga, regolamenti di conti, rapine andate male e dimostrazioni di forza da parte di bande organizzate. L’afrore della morte accompagnerà l’olfatto del poeta e la sua quotidianità. Boris Ryžij ha il difficile dono dell’empatia cosmica che lo rende un poeta unico e impegnato a lottare contro il peso schiacciante della sua stessa enormità.

Grande lustro paneuropeo assumerà
l’idioma del poeta transiberiano:
mi scorderò la mia magica città
e la scuola proletaria fuori mano.
Non importa dove morirò e come
(sia nell’afa parigina o nella fosca
Londra), nel cimitero senza nome
di Sverdlovsk interrate le mie ossa.
E non è per atteggiarmi a intellettuale,
né per fare il raffinato, né per posa,
ma perché laggiù ogni marmo è il profilo
di uno di noi, perché è nostra ogni rosa.
Sul blu-vetriolo di innevate dune
sono caduti con il rame nel teschio
gli operai diplomati a malapena,
militi ignoti della perestrojka.
Emetti pure stabilimento i tuoi lai,
di polimeri termoplastici l’eco.
La donna con cui non sono stato mai
aprirà l’album, fumando con sussiego.
L’album azzurro con tutti i nostri visi
dal tempo futuro scaldati e nutriti,
l’album azzurro dove noi siamo vivi,
teppaglia di Sverdlovsk: poeti e banditi.

Con la sua vita ekaterinburghese, sebbene continui a chiamarla Sverdlovsk, Ryžij dimostra che è più difficile vivere che morire e che non c’è differenza alcuna tra essere un delinquente o un poeta. È un eroe lirico che lotta al fianco della sua sincerità; la stessa che gli ha permesso di lasciare una cicatrice nodosa e indelebile nella poesia russa contemporanea.


Laura Salmon è dottore di ricerca in slavistica (Università di Roma “La Sapienza”), traduttore letterario e professore ordinario di Lingua e Letteratura Russa e di Teoria della Traduzione presso l’Università degli Studi di Genova, Dipartimento di Lingue e Culture Moderne. Ha tradotto in italiano le opere di L. Tolstoj, F. Dostoevskij, I. Turgenev, l’intera produzione narrativa di S. Dovlatov, e la raccolta-cult di Boris Ryžij …e così via….

Ha ottenuto tre premi per la traduzione letteraria: il Monselice 2009, il Russia-Italia “Lev Tolstoj 2010” (per Anna Karenina), e il Premio Gorky 2017.

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…E così via… | Boris Ryžij – omaggio a un grande poeta russo contemporaneo