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ecologia-letterariaECOLOGIA LETTERARIA | Serenella Iovino
Una strategia di sopravvvivenza
Edizioni Ambiente 2015

di Antonia Santopietro

In questo lavoro eccelso della studiosa Serenella Iovino, troviamo il punto di contatto tra Ecologia e Letteratura, le interconnessioni dialettiche tra la responsabilità ambientale e la narrazione.

Interessante approccio critico, quello di cui ci parla Iovino in Ecologia Letteraria, che vede la collaborazione con Scott Slovic – docente alla University of Nevada, Reno. (Grazie alla sua attività e a quella dei suoi colleghi, il Graduate Program in Letteratura e ambiente dell’università del Nevada è diventato il punto di riferimento più importante per gli studi di ecocriticism), che al saggio integra un capitolo dal titolo L’inquietudine, la speranza e il coraggio della narrazione.

Il sottotitolo rimanda ad una “strategia di sopravvivenza”, chiaro l’intento di individuare nelle “narrazioni” gli elementi con i quali l’uomo può sopravvivere al dramma ambientale.

E in che modo la letteratura può contribuire alla nostra sopravvivenza o alla nostra estinzione? La letteratura è parte di una strategia evolutiva, può contribuire alle sorti di questa evoluzione? O ancora? come interagiscono, coscienza critica, consapevolezze e narrazione?

Nell’introduzione a Ecologia Letteraria Serenella Iovino descrive due atteggiamenti possibili di fronte agli esiti (naturali e sociali) dei cambiamenti climatici: di rassegnazione o di consapevolezza attiva. Nel secondo caso la determinazione ad agire nasce dal presupposto che ogni azione individuale rientri nell’equilibrio complessivo del sistema. “Questa scelta di consapevolezza non è mai una scelta neutrale. Essa, infatti, rappresenta una forte tensione polemica, basata sulla constatazione che l’idea di cultura trasmessaci dalla nostra società, un’idea per lo più volta a creare un divorzio concettuale tra umanità e natura, è inadeguata a fronteggiare i problemi del presente”. Occorre andare verso un modello culturale nuovo, in cui le parole d’ordine siano conoscenza e responsabilità. Non più soltanto strategie di sopravvivenza ma consapevolezza che l’essere umano dovrà essere accompagnato, lungo il suo cammino, dalle forme di vita non umane. La nuova prospettiva rivela uno scenario ben preciso: umanità e natura vanno considerate in un’ottica ecologica, che è quella della compresenza, e non quella della distruzione reciproca.
L’etica ambientale, per rendere possibile e generativa questa inversione culturale, si è intrecciata con altre discipline per ridefinirne identità e valori: nascono così la bioarchitettura, la land art, la biologia conservativa. La letteratura, l’uso etico-ambientale dei testi letterari (classici vecchi e nuovi), rientrano in questo proficuo ideale di fusione. “A questa idea, implicita già in decenni di esercizi creativi e interpretativi, è stato dato di recente il nome di ecocriticism, o ecologia letteraria”.
L’ecocriticism fa la sua comparsa negli Stati Uniti tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90. I suoi presupposti però risalgono ai primi anni 70 con la pubblicazione di The Comedy of Survival: Studies in Literary Ecology in cui l’autore, Joseph Meeker, delinea l’ecologia letteraria come “lo studio dei temi e delle relazioni biologiche che appaiono nelle opere letterarie. Allo stesso tempo, è il tentativo di scoprire qual è il ruolo giocato dalla letteratura nell’ecologia della specie umana”.
L’ecocriticism si rivela in quanto attivismo culturale, dinamica in grado di sollecitare, attraverso l’interpretazione delle opere letterarie, un cambiamento, una maggiore consapevolezza delle tematiche ecologiche e un’educazione a cogliere le tensioni strutturali del presente. Non accontentandosi dell’analisi storica, richiama alla creazione di un movimento, di una critica militante che si integri in un fattivo impegno politico. Nascono così associazioni di divulgazione, la maggiore delle quali è l’Asle (Association for the Study of Literature and Environment) fondata nel 1992, a cui fa capo una rivista, Interdisciplinary Studies in Literature and Environment (Isle), pubblicata dalla primavera del 1993.
Strettamente legato all’ecocriticism esiste un genere letterario molto vitale (environmental literature o nature writing) che spazia dalla narrativa alla poesia e alla saggistica. Due sono gli intenti che caratterizzano la scrittura ambientale: “un intento “epistemologico”, volto a creare nel lettore un’idea problematica del rapporto tra umanità e natura; e un intento “politico”, consistente nell’adozione di tecniche retoriche che inducano a sviluppare nuovi atteggiamenti nei confronti dell’ambiente e delle forme di vita non umane”.
Fra le figure classiche del nature writing spiccano Henry David Thoreau, John Muir, Aldo Leopold, a cui vanno aggiunti scrittori e scrittrici moderni e contemporanei: Gary Snyder, Wendell Berry, Edward Abbey, Terry Tempest Williams, Annette Kolodny, Linda Hogan, Annie Dillard, Wallace Stegner, Leslie Marmon Silko.
Sta alla critica ecologica ricostruire, in base ai testi, l’immagine del rapporto fra umanità e natura rappresentata dall’autore (linea storico-ermeneutica) e al contempo scandagliare all’interno della narrazione (in base a un approccio etico-pedagogico) strumenti di alfabetizzazione ambientale. Due linee di approfondimento che, viene ribadito da Serenella Iovino, sono spesso articolazioni di un unico processo di lettura.
Un’ulteriore considerazione prende in esame l’allargamento dello spettro di indagine dell’ecocriticism, non più esclusivamente connesso all’analisi eco-critica dei testi letterari di argomento naturalistico o ambientale, ma anche disponibile ad accogliere tutte le questioni ecologiche che possono essere oggetto di rappresentazione. Sempre più quindi l’ecologia letteraria si configura in quanto manifestazione interdisciplinare, realizzandosi in un “discorso critico in cui le istanze della critica letteraria convergono e si condensano con quelle dell’etica ambientale, degli studi sociali ed economici, delle scienze naturali”.
Partendo dall’osservazione che le tematiche in questione sono ancora quasi del tutto sconosciute in Italia, la pubblicazione di ECOLOGIA LETTERARIA (Edizioni Ambiente) risponde a una duplice esigenza: la prima è quella di presentare un nuovo campo di studi, la seconda di avviare un confronto critico che, integrando l’ecologia letteraria in un più ampio discorso etico-culturale, possa contribuire al dibattito internazionale e interdisciplinare su questo argomento.
Il volume è suddiviso in due parti: la prima (Un’etica della cultura ambientale) descrive l’orizzonte di riferimento, storico e teorico, dell’autrice: “In esso interpreto l’emergenza della cultura ambientale come espressione di una sensibilità che, più o meno negli stessi anni, definirà se stessa come postmoderna”. La seconda (Quattro letture ecocritiche) contempla il passaggio dalla teoria alla pratica interpretativa, e traccia alcuni percorsi di lettura il cui tema conduttore è l’idea di differenza.

1. La differenza e l’ammonimento. Il femminile trasversale nell’“Iguana” di Anna Maria Ortese

2. La trascendenza sovversiva. “La passione secondo G. H.” di Clarice Lispectore

3. Un’ecologia della differenza. Cultura e paesaggio in Pier Paolo Pasolini

4. La vita plurale degli alberi. Jean Giono, la land ethic e un’ecologia della speranza

Una differenza di genere, ma non solo, nel primo saggio; di specie e di “essenza”, nel secondo; di culture, lingue e paesaggi, nel terzo; e infine, una differenza di futuri possibili, attraverso la salute della terra e della biodiversità, nell’ultimo”. Partendo dai punti in cui è vivo il contatto tra lettura ecocritica e questioni etico-ambientali Serenella Iovino rileva la funzionalità del testo letterario nel superare le immagini culturali tradizionali del rapporto tra umano e non-umano. Esigenza, quest’ultima, ben presente nella sensibilità degli studenti dell’autrice, docente di Letterature comparate all’Università di Torino: “Sentire qualcuno che raccontava loro la crisi ambientale con le parole dei romanzi, o li invitava a riflettere sul modo in cui la crisi ecologica e sociale parla attraverso i nostri paesaggi, sembrava colmare in loro un bisogno emotivo e culturale primario”.

Estratto dalla prima Lettura La differenza e l’ammonimento. Il femminile trasversale nell’“Iguana” di Anna Maria Ortese (per gentile concessione della casa editrice Edizioni Ambiente)

La scelta di inserire in questo discorso una scrittrice come Anna Maria Ortese (1914-1998) mi è parsa allora quasi obbligata. Come altre sue contemporanee (Luce Irigaray, Julia Kristeva, Simone de Beauvoir), Ortese appartiene a una generazione di scrittrici che “ha dovuto costruire, in un clima di grande isolamento (dagli uomini, dalle altre donne) la propria presenza intellettuale e il proprio mestiere di scrittore”. Ciò conferisce ancora più spessore a questa figura, così complessa e problematica, essa stessa marginale nello scenario intellettuale italiano anche a causa delle sue posizioni spesso polemiche nei confronti dell’industria culturale. Quel che rende Anna Maria Ortese particolarmente significativa per un discorso ecocritico sono però i temi che percorrono la sua scrittura: la solidarietà tra le forme di vita (molti dei suoi personaggi sono figure di transizione tra l’umano e il naturale), lo strazio per i peccati di un’umanità cieca alla debolezza, la voglia di redenzione della differenza, la considerazione della natura come soggetto e non come terreno di possesso, l’interesse costante per il paesaggio. Specie negli ultimi anni, quest’amore per la vita della natura, una natura sacra e generatrice, si colora inoltre di un’appassionata polemica contro l’oppressione portata dallo strumentalismo umano. Così scrive in Corpo celeste (1997), per molti versi un testamento spirituale:
Combattiamo per la libertà e la reintegrazione della Terra nel nostro sistema di valori! Tornino al primo posto! In primo luogo le foreste e la luce, le acque e i monti! Tutti gli esseri elastici e splendidi, spirituali e regali che la popolano. È l’uomo che va ridimensionato, non la Terra. E quando dico “uomo”, mi riferisco essenzialmente alla sua vecchia cultura, cultura d’arroganza, che lo ha posto al centro dei sistemi, padrone e torturatore, corruttore e venditore di ogni anima della Vita.
In tutti questi temi e nel modo in cui Ortese li rappresenta vi è dunque la consapevolezza che ogni forma di diversità emarginata, e per ciò stesso indifesa, sia un mancato riconoscimento, da parte di un polo più forte, della legittimità di un polo più debole. Che passi per immagini di donne, di animali, di poveri o di bambini, la vita stessa della natura è, per la scrittrice, minacciata da un dualismo e da sistemi incrociati di sopraffazione. Di tutto ciò L’Iguana è un caso esemplare. Qui, in particolare, la dimensione della conquista e quella della fatalità (e inanità) della conquista stessa si intrecciano con il costante richiamo alla verità del mondo conquistato in un discorso che, nonostante la partecipazione emotiva, non è mai predicatorio né moraleggiante. Pubblicato nel 1965, ma per decenni oggetto di ripensamenti da parte dell’autrice, L’Iguana non ha una trama facile da riassumere, e ciò è dovuto in buona parte alla scrittura “ispanica” della Ortese (Borri, 1988; Mazzocchi, 1997), visionaria e onirica, molto affine al “realismo magico” sudamericano.

Estratto dal Saggio di Scott Slovic: L’inquietudine, la speranza e il coraggio della narrazione. Traduzione di Luciana Mantovani

È un impulso radicato nel profondo, che precede l’analisi cosciente. Quando si ascolta (o si legge) una storia, si proietta se stessi nella narrazione, diventando una specie di personaggio-ombra, un compagno segreto del protagonista e degli altri personaggi, un abitante del paesaggio testuale. Mentre si “vive” nella storia, si percorre una dimensione etica che un saggista americano contemporaneo, Gary Paul Nabhan, ha chiamato “una zona di tensione”: uno stato fluido in cui valori e ideologie sono dinamici e problematici. “Viaggiando” attraverso un testo narrativo (o un testo ricco di immagini, di descrizioni fisiche) si ha un’esperienza trasformativa, un’opportunità di riflettere sul significato essenziale del nostro posto nel mondo. Niente di ciò è particolarmente nuovo. Gli scrittori (e gli artisti più in generale) hanno già da tempo riconosciuto il potere dell’arte di creare uno spazio per la contemplazione trasformativa. Eppure, in questo momento della storia serpeggia, non solo tra gli scrittori e gli studiosi di letteratura, ma tra tutte le persone, un senso di urgenza, una preoccupazione senza precedenti.

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