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Centinaia di inverni. La vita e le morti di Emily Brontë
Jo March – Christopher Columbus II – 2018

di Emanuela Chiriacò

Sara Mazzini articola la vita di Emily Brontë sulla base di una profonda e amplia raccolta di informazioni, frutto di una scrupolosa e appassionata ricerca, e lo ripropone con una soluzione letteraria convincente e unica. Una biografia che sfiora l’insondabile profondità dell’autrice, il cui genio ribelle era argilloso come la sua brughiera dai terreni acidi e denso come l’orizzonte fumoso:

il cielo dell’alba incombeva come una cappa di fumo bluastra […]. Le rocce piane […]chiazzate di viola e di azzurro, là dove gli uccelli del mattino zampettavano gracchiando e depositando spruzzi di escrementi in cambio della loro colazione. Impetuosi ciuffi d’erba bruciati dalla neve ormai disciolta […]. Nessun albero […] solo rari e stentati arbusti violacei dal fusto ricurvo e la fisionomia frastagliata. Quella era la mia brughiera. Era già mia, prima ancora ch’io arrivassi.

Sara Mazzini introduce così Emily Brontë con un linguaggio nudo fatto di parole ruvide, scomode, di una sincerità che disarma e al contempo coinvolge attraverso un processo narrativo aderente alla vita della Brontë ma mai sovrapponibile. La sua capacità mediatica non comporta mai la reincarnazione letteraria, il fenomeno dell’aderenza incondizionata.

L’autrice racconta molto di sé nella ricercatezza dello stile e della lingua che presta a Emily Brontë,  la conosce così bene che può ragionare come ragionerebbe lei, parlare con la sua stessa durezza e sottigliezza perfino eclissarsi nella stessa umbratile malmostosità, Un fluido invisibile percepito come di colore nero che le soffoca il petto.

Le prime avvisaglie di un percorso interiore complesso intriso di ipersensibilità, Emily le rintraccia all’età di tre anni:
Avevo tre anni la prima volta in cui vidi il demonio. E, dopo, la mamma morì.
La perdita della madre diventa per Emily una mutilazione emotiva, l’esordio di una sindrome da affettività fantasma che la abitua alla batofobia dei sentimenti; li approccia dal basso, con i piedi piantati in terra, sviluppando una propria peculiare versione del cordoglio e derubricando la sfera amorosa a segno di debolezza inammissibile, a manifestazioni di sconvenienza e vacillamento.

Molti anni dopo, infatti, durante il suo soggiorno a Bruxelles per perfezionare gli studi insieme a sua sorella Charlotte e per espressa volontà della stessa, l’incontro con il loro insegnante Monsieur Heger si fa prova lampante. Era un uomo che si pregiava di essere un fine interprete dell’animo umano. Emily se ne innamora perché in lui vede la materializzazione di qualcosa di metafisico e a differenza di Charlotte che lo vivrà come uno struggente mal d’amore per il quale digiunare, penare e scrivere lettere, Emily lo nega, lo rifugge. La prima volta che il suo cuore prova un sentimento simile è per il poeta Percy Bysshe Shelley, i cui versi le trafiggevano i sensi come una vertigine all’età di quattordici anni; un sentimento così struggente per un uomo che non esisteva più e grazie al quale la sua giovinezza era stata benedetta.

Dopo la morte della madre, l’arrivo della zia materna non ricuce lo strappo, si rende solo un rammendo nodoso innescando un domino di perdite che segnerà profondamente il femminile della famiglia. Le sorelle maggiori Maria e Elizabeth mandate in collegio dal padre torneranno gravemente malate e toccherà anche a loro il destino della separazione prematura. Sarà Charlotte nel suo Jane Eyre a fondere caratteri e vicende delle sfortunate sorelle nella figura di Helen Burns risvegliando in Emily il dolore acutissimo per la loro scomparsa, che forse non aveva mai raggiunto un tale livello di angoscia e di disperazione neppure dinanzi all’estrema evidenza della loro consunzione.

A lei, a Charlotte e Anne resta il rapporto con il padre, un parroco anglicano di origini irlandesi che le abitua agli studi ma che decide di occuparsi di persona della […] educazione del fratello Branwell, suscitando l’obiezione di Emily che rivendicava il medesimo trattamento per le sorelle maggiori; introducendo nella sua vita la percezione della disparità di trattamento tra maschi e femmine.

Branwell in aggiunta le risponde di essere un ragazzo e di necessitare di un’istruzione speciale, affermazione che scatena l’ira di Emily che non si sarebbe sottratta alla zuffa se le sorelle maggiori non fossero intervenute. Le resta un peso sul cuore, un senso di ingiustizia e l’amaro della punizione del collegio che le allontana le sorelle. Il senso di rivalsa verso il fratello le fa esprimere per la prima volta come se fosse sotto l’influenza di un oscuro paganesimo. Una visione che la rendeva scettica sulle inflessibili leggi perpetrate dagli uomini per respingere l’idea di una possibile gioia terrena che condannavano la specie umana a un’insanabile infelicità, ma per nessuna ragione al mondo avrebbe potuto rivelare simili pensieri senza incorrere in accuse di paganesimo […]; perciò, li custodiva inespressi e inascoltati, […] tanto da diventare sempre più infiammanti.

Nel suo lavoro peculiare e lirico, Mazzini ci accompagna nella scoperta degli elementi autobiografici che si ritrovano nei romanzi delle tre sorelle; per Emily in particolare si assiste al lento concepimento di Cime tempestose. La storia di Heathcliff è accolta nel suo grembo come una minuscola goccia di vita dopo aver appreso il racconto dell’infanzia di suo nonno Hugh Prunty, un irlandese cresciuto in una casa comoda con la madre e i fratelli fino al giorno in cui non giunse la visita di una zia di nome Mary con il marito Walsh,

un uomo sinistro, impetuoso, dalla carnagione olivastra e i folti capelli corvini. Gli zii non avevano figli e proposero alla madre di Hugh di adottare il bambino per farne il proprio erede; erano entrambi così gentili che il piccino fu entusiasta dell’idea e, avendo ricevuto a malincuore la benedizione materna, il mattino seguente partì con loro a bordo di un carretto.

Il nonno scopre presto la vera natura dell’uomo e in Emily quel carattere ruvido e abrasivo decanta e prende (s)compostezza narrativa nel corso della sua intera esistenza per essere messo su carta tra il 1845/46.

Alla pubblicazione del romanzo con lo pseudonimo da lei voluto di Ellis Bell, sente di dover dire la verità al padre e l’uomo non può che dirle E Heathcliff […] Heathcliff è senz’altro il vecchio Walsh.»

«No, papà» […] replica lei «Io sono Heathcliff

Heathcliff è la somma dei disincanti di Emily dovuti alla sua eccessiva sensibilità ferita, al dolore ingoiato senza masticazione, al cinismo che ne è conseguito; in lei c’è l’urgenza di un amore che esca dalla dimensione personalistica e si faccia concetto universale. Non c’è fisicità esplicita nell’amore di Catherine e Heathcliff, non c’è congiunzione carnale. È un amore crudele mescolato all’odio che valica il confine del corpo come feticcio della conquista.

Cime tempestose è un libro difficile come la sua autrice, lontano dalla passione caduca di Jane Eyre e di sua sorella Charlotte. Nel secondo si assiste al dipanarsi del paradigma: eloquenza, splendore e passione [come diceva Virginia Woolf nel suo saggio del 1916, Jane Eyre and Wuthering Heights, Common Reader] per esemplificazione Io amo, Io odio, Io soffro.

In Cime Tempestose, l’io non esiste. C’è l’amore ma non quello tra un uomo e una donna. Emily Brontë ne fa astrazione, lo guarda come concetto alto che perderebbe significato e intensità se accondisceso e sporcato dalla corruttibile e piccola dimensione umana. Sintomo inguaribile di debolezza morale. Emily come Heathcliff sono archetipi. L’autrice di un nuovo modo di concepire il racconto, di innovarne i contenuti e lui antieroe romantico, sadico per natura, spigoloso e spaiato, nucleo inviolabile, destinato a imprimere dolore a chi vorrebbe ma non sa amare.

Centinaia di inverni. La vita e le morti di Emily Brontë è un romanzo potente e originale. L’autrice segue lo stream of shirtyness della Brontë e lo sviluppa con uno stile personale e accurato, costruendo un dispositivo linguistico articolato e peculiare, odoroso di neve, gravido di suoni, atmosferico. Ci rende partecipi della stratificazione glassata degli inverni che annullano le altre stagioni con un paesaggio linguistico e sonoro desolato, multidirezionale e sensoriale. Questo romanzo è un viaggio sulla carta e nel tempo che gualcisce la deriva romantica, ponendoci in un’ambientazione meta-gotica, scarna, essenziale con una donna fragile come l’acciaio, impossibile da immaginare accanto ad un uomo. Un misto di innocenza e perdita, di intemperanza e dolore anestetizzato concentrati in trent’anni di vita.

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Emily Brontë: la vita della grande autrice di “Cime tempestose” ispira il romanzo di Sara Mazzini