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Esercizi di vita pratica | Gilda Policastro
Edizioni Prufrock Spa – 2017
copertina di Roberta Durante

di Paolo Risi

L’immersione nella struttura composita di “Esercizi di vita pratica” avviene come nel compimento di un mantra, come nel tentativo di mandare una poesia a memoria. Attenzione al corpo, smembrato dal bisturi di Gilda Policastro per risultare più vero. Risalta la capacità di suddividere, di togliere massa per collocare sulla pagina non più che cellule, scintille sinaptiche.

Detta con entusiasmo e in positivo: è possibile escogitare sempre nuovi sistemi per evitare l’avvilimento e la prassi, basta procurarsi un occhiale da lettura e rintracciare le relazioni spam, evitare la vacanza e scendere in strada per auscultare parole-frasi, registrare lo sfinimento e lo scollamento social.

Nella prima sezione di “Esercizi di vita pratica” (dal titolo Calendario) il ritmo fa strada all’interpretazione e ne amplifica le risultanze: precisamente come in un mantra non universale (o in un perfetto e scrosciante singulto bebop) gli stralci condivisi di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere realizzano e rendono manifesto il punto di rottura, un possibile scenario di implosione. Fra componimenti poetici e pezzi di cronaca futuribile emerge una fotografia (Untitled 2014, di Sabrina Ragucci) che è un po’ danza immobile un po’ contrappunto: una donna di spalle in una raffigurazione di vuoto a perdere o di apertura non immediatamente visibile.

La lente di ingrandimento, il microscopio da taschino, incamerano luce di strada nel successivo paragrafo (Nuove inattuali). Vengono riportate frasi brevissime, considerazioni standard, buotades uscite fuori da corpi rilassati, vere e proprie sentenze partorite dal nulla o dall’apparenza. “Mio nonno a diciott’anni mi ha regalato un loculo. Al sud lo fanno. Ora è lì, con la mia data di nascita”. Scie di comete elettrificate che si direbbero intercettate su mezzi pubblici o nei pressi di un bancone zincato: riportano il bisogno di soppesare, di quietare il piacere selvatico attraverso la privazione, l’adesione a una regola condivisa (“Mangiavo quattro carote bollite e poi andavo a correre un’ora”).

In Materia grigia prose incalzanti sperimentano il sarcasmo, a volte si limitano a rielaborare, a rimasterizzare strategie di pensiero infilandole in un frullatore parossistico. Vanno e vengono parole chiave, feticci marchiati dall’assillo che, inseriti in un gorgo impietoso, rendono plasticamente la consapevolezza del vuoto. Le persone vorrebbero ma poi si accontentano: di essere inebriate da un traguardo, di essere avanti un passo, ma poi c’è il rischio di rimanerci secchi o spompati.

Ad esempio l’obiettivo di Albinea, il posto dove si fa la poesia di ricerca, dove ci si distingue. Una volta superato lo stordimento dell’appartenenza (reso efficacemente sulla pagina, offerto quasi in forma di litania) cala la prescrizione dell’esercizio, viene indicata la possibile cura: “Quando gli dici la poesia quelli ti rispondono quante strade deve percorrere un uomo prima che tu possa portarlo ad Albinea. Le vie dei premi sono lastricate di nobili intenzioni e pochissima Albinea. Guarda, io direi che ti prendi due gocce e ti passa. Pochi milligrammi e ti dimentichi Albinea. Che poi, può diventare un’ossessione, c’è gente che è in cura da anni, per questa fissa della ricerca e di Albinea. Uno c’è morto”.

Gilda Policastro incede nelle sterpaglie quotidiane. La sua reinterpretazione della norma ha un che di confortante, in quanto riconosce e battezza l’imperfezione, l’incapacità, il decadimento. Non occorrono più abbracci, ghigni di cortesia, inutile adeguarsi a richieste, adattarsi alla frenesia multitasking, esibire titoli o mirare a una ricompensa. Tutto è in bilico nella grande parata circense, tanto vale smembrare, grattare via, rivelare il putridume e la malattia, che forse rimane l’ultimo segno della nostra antica rilevanza.

I testi contenuti in “Esercizi di vita pratica” hanno la forza e l’incorruttibilità dell’istante, del non mediato. L’ironia è amarissima e sferzante, l’erudizione decanta in un magma asfittico, lo profuma e lo sottrae al suo destino di materiale inerte. Fra i Tre esercizi passepartout, atto finale del volume pubblicato da Edizioni Prufrock Spa, riverbera una poesia dal titolo Puzzle, una filastrocca che si appropria di un frammento di verità, che conclude un percorso estremamente pericoloso, fatto di giungla e machete.

Puzzle

Quando vai a trovare qualcuno malato
di solito passi davanti a un altro
malato nella stanza solo
nel letto sbagliato
Quando esci dalla stanza lo vedi
addormentato sul fianco uguale
al tuo malato soltanto
nel letto sbagliato
Te ne ricordi l’indomani
che sei passato dritto
non hai salutato
e nemmeno guardato
quell’altro
malato
uguale
solo
nel letto
sbagliato

 

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