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DATI E AFFÌDATI. IL MIO CAMMINO DI SANTIAGO
Anna Läubli
Les Flaneurs edizioni 2018

Il Cammino di Santiago… più di 800 chilometri da St. Jean Pied de Port, ai piedi dei Pirenei, per arrivare a Santiago di Compostela, alla tomba di San Giacomo. Da percorrere rigorosamente a piedi. In molti ogni anno lo intraprendono spinti dalle motivazioni più svariate: motivi religiosi, ricerca di sé o del senso della vita, voglia di mettere alla prova i propri limiti, semplice moda, desiderio di avventura… ogni pellegrino porta con sé la propria storia e ciò che lo ha spinto a compiere questo passo. Questo libro è il diario di viaggio, redatto giorno per giorno, di una donna che ha deciso di lasciarsi alle spalle per un mese la propria routine, la famiglia e le comodità della vita “civile” per vivere fino in fondo questa esperienza, oggi più che mai fuori dall’ordinario; un cammino alla scoperta non solo di spettacoli paesaggistici senza pari, meraviglie architettoniche e paesini dove il tempo sembra essersi fermato, ma anche di una dimensione di vita più umana e autentica, del tutto svincolata dalla frenesia e dagli egoismi della società moderna. Un racconto ricco di significato, e al tempo stesso una guida pratica piena di preziose informazioni per tutti i futuri pellegrini.

QUI DI SEGUITO UN ESTRATTO

Tappa 29: martedì 10.9.2013

Melide – Ribadiso – Arzua – Salceda – Pedrouzo

(33 km – h 8) Parziale 766 km

Albergue della giunta (detto Arca) – 120 pl – € 5.00

Stupenda desayuno con churritos e cioccolata, con Diego, Renzo, Giulia e Mattia. Notiamo che, sulle pareti interne del bar, sono appoggiate delle monetine di centesimi di euro. Il proprietario dice che chi vi lascia una monetina poi ritornerà a Melide. Altro dejà vu… comunque ovviamente ognuno di noi lascia la monetina ben posizionata nel muro. Ci incamminiamo come al solito alla luce delle nostre fedeli torce; a un certo punto, in mezzo al bosco, un ragazzo ci sorpassa con la sua che emette una luce intermittente, da cui il soprannome di discoman. Per un po’ gli stiamo dietro ma poi mi accorgo che hanno preso tutti una direzione sbagliata. Io sono un po’ come San Tommaso e non mi sono mai accodata a nessuno. Ho sempre voluto trovare le frecce personalmente. Okay, fidati e affidati, ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte. Richiamo il gruppo e scopriamo che discoman è bolognese, ma che non era in vena di ciance, per cui quando ci ha sorpassato ha fatto finta di nulla.

Camminiamo affiancati per alcuni km e mi racconta di avere iniziato il cammino con suo fratello che però una tendinite ha messo ko. Pertanto lui lo precede in pullman e alla sera si ritrovano in qualche pensione. Mi sento come un’analfabeta in quanto nelle frasi mette dei modi di dire che non conosco, facendo così la figura della tonta. Infatti mi dice che in seguito a questo contrattempo del fratello «gli si è chiusa la vena». Allora io gli chiedo: «Ma come? Hai avuto una flebite?». E lui: «Ma no, mi è scesa la catena!». E io: «Ma scusa, hai fatto un tratto in bicicletta?». A questo punto, con molto tatto, mi spiega che le due affermazioni significano che gli è sceso il morale sotto terra. Eh, ma allora ditemelo! Mi sa che devo fare un corso accelerato di gergo giovanile.

Stamattina, discutendo con Giulia e facendo due calcoli, abbiamo visto che la tappa prevista per oggi sarebbe stata di 25 km e poi di altri 28 per Santiago. Con Mattia si pensava di prendercela comoda e fare il tutto in 3 giorni. Invece oggi con Giulia abbiamo programmato di fare una bella tirata lunga oggi e i restanti 20 km dopodomani, così da recuperare un giorno per far sì che anche lei possa venire con me in pullman fino a Finisterre il 12 settembre. Ad Arzua, mentre ci concediamo il solito café con leche e un ulteriore ultimo cornetto, mettiamo al corrente il pazientissimo Mattia del cambiamento di programma, che para il colpo con molta diplomazia, anche se si capisce bene che il fatto di “perdere” un giorno in compagnia di Giulia gli fa piuttosto male. Il mio umore oggi è molto altalenante, passo da un desiderio di riappropriarmi di molte comodità a cui ho rinunciato (ma neanche con gran fatica, a dire il vero) e la tristezza e consapevolezza che il periodo più libero in assoluto della mia vita sia giunto ormai al termine. Una delle comodità che più mi è mancata è stata quella di potere spegnere o accendere la luce a mio piacimento, un’altra quella di avere a disposizione un comodino per appoggiarvi gli occhiali durante la notte. Pure l’odore del sapone di Aleppo mi ha un poco stufato, dato che l’ho usato sia per l’igiene personale che per fare il bucato e pure come shampoo. Ovviamente sono consapevole che tutto ha una fine e che non potrei continuare così per altri giorni, settimane o mesi. Per il resto, modestia a parte, devo dire che mi pare di essermela cavata egregiamente. Sono pure tentata di usare gli ultimi tre giorni che avevo preso di scorta per “altre ed eventuali” per proseguire il cammino fino a Finisterre. Ciò vorrebbe dire rientrare poi al lavoro senza essermi concessa alcun giorno di recupero. Penso che il fisico ce la farebbe ugualmente, ma mi accarezza pure l’idea di concedermi qualche piccolo sfizio, tipo andare a farmi una pedicure-manicure, andare dalla parrucchiera (anche per scongiurare eventuali non troppo graditi inquilini…), magari concedermi anche un massaggio e qualche ora di shopping. E non da ultimo anche l’ebbrezza di svegliarmi al mattino senza l’uso della sveglia… okay, alla fine di queste pere mentali realizzo che ho raggiunto quanto speravo, e di conseguenza posso anche iniziare a rilassarmi. Perciò mi fermerò a gustarmi Santiago e a cercare di adattarmi ai ritmi di una vita normale. Anche oggi la tendinite tibiale si fa sentire, ma nonostante tutto anche oggi, come dice spesso la toscana Giulia, «si è asciutto un bel bucato». Domani ci aspetta il grande giorno e con Mattia e Giulia ci mettiamo d’accordo per fare l’entrata in piazza mano nella mano. Con noi arriveranno pure Diego, Renzo, Gianandrea e Ugo, mentre Roberto è già giunto oggi e penso pure Albrecht. Altri che sicuramente ci avranno preceduto penso che siano: Ana e Carol, Joachim e Gianna (l’amore che cammina), le tre danesi Brita, Lis e Cris, Chiara e il padre Paolo, la famiglia di Bergamo – Patrizia, Sofia e Alessandro e altri che conosco solo di vista. Lungo il percorso ognuno è assorto nei propri pensieri ma per la prima volta la fatica è quasi inesistente. Le gambe vanno avanti da sole. Attraversiamo borghi molto simili tra loro, in un continuo saliscendi (subidas e bajadas). Tra Salceda e Santa Irene una lapide ricorda Guillermo Watt, un pellegrino che nel 1993 è morto a solo “una giornata da Santiago”. Verso le 16.00 ci presentiamo all’ostello. Moderno e molto grande ha però i gabinetti minuscoli, tanto che le porte hanno un’apposita tacca intagliata per permetterne l’apertura senza andare a cozzare sulla tazza. Sulle doghe inferiori dei letti a castello (adorate da Alessandro, da cui il soprannome di Dogamen), si notano migliaia di firme dei pellegrini che hanno dormito in questo posto. Un italiano cafone fa un casino boia sfoggiando il suo spagnolo perfetto, ma appunto in modo fastidioso per molti presenti. Con gran piacere ritrovo vicino al mio letto Luciene e Ademì, la coppia di ragazzi brasiliani, e ci scambiamo gli indirizzi. Anche loro sono molto soddisfatti del cammino compiuto.

Usciamo per “l’ultima cena” del cammino e la cena è ottima e abbondante come sempre. Credo che sia anche dovuto al fatto che io sia molto “di bocca buona” e con i km che maciniamo l’appetito dà sicuramente più valore a ciò che troviamo nel piatto. Poi per una “casalinga” il fatto di trovarlo già pronto non ha prezzo! Certo che di kg non ne avrò persi molti! Dal tavolo vicino sentiamo (e come non sentirlo?!) l’italiano disturbatore che sta facendo il suo comizio in spagnolo. Io chiedo ai gestori se gentilmente mi preparano il mio ultimo cafè-Valentina e poi rientriamo. Notiamo subito che nell’aria c’è una sorta di malinconia mista a euforia, e comunque una gran voglia di festeggiare. Nella sala-cucina girano parecchie bottiglie e molti ragazzi si sono organizzati per cenare in semplicità ma tutti in compagnia. D’altronde è l’ultima sera sul cammino e molti domani prenderanno già il volo per rientrare da dove sono partiti. È difficile il distacco dai compagni che hanno condiviso così tanto. Andiamo a letto piuttosto presto in quanto prevediamo di alzarci alle 5.00 per potere arrivare senza correre a Santiago, poter assolvere al ritiro della Compostela e partecipare alla messa del pellegrino che si svolge alle 12.00. Ma come dice la mia guida: «Non si attarda nel sonno il cuore di chi ha desiderato a lungo di vivere questo momento».

Insegnamento giornaliero: il pignolo e il saccente prima di tutto risultano antipatici.


UNA RECENSIONE

Questo è un libro per tutte le persone che pensano al “cammino”, per affrontarlo o solo per capirne il senso. Abbiamo chiesto a Teresa Antonacci scrittrice e amica lettrice di ZEST, di fornirci una sua lettura:

Ve ne riportiamo qui di seguito il commento:

Ogni viaggio inizia con il primo passo. Nel diario di viaggio (ma chiamarlo diario è davvero, davvero troppo riduttivo!) di Anna Laubli, Fidati e affidati. Il mio cammino di Santiago (Les Flaneurs Edizioni), i passi sono durati trentatré giorni: trentatré giorni per riacquistare consapevolezza di sé e coraggio. Coraggio, che è una virtù ampia, dall’origine forte, che la colloca fisicamente vicino al cuore, che ne presta l’ampiezza del petto all’incerto, al pericolo, al dolore. Coraggio che è disposizione salda al sacrificio e volontà finalmente di affrontare le proprie paure. È così che si intraprende un “cammino”.

Ed ecco che allora l’autrice, con precisione quasi certosina, si cimenta nella pianificazione delle varie tappe, calcolando i chilometri e i tempi di percorrenza, come ha sempre fatto, ogni volta che si è organizzata per le altre “solite” partenze, ignorando (o forse intuendolo, strada facendo) che il cammino “si fa da solo”, a mano a mano che si procede.

È il cammino a decidere le tappe, se la motivazione parte dalla mente. Poche certezze, in un immenso vuoto di paure: non lamentarsi, perché il cammino ti da sempre ciò di cui hai bisogno, al bisogno; donare, perché chi ha un dono deve condividerlo, con tutta l’attenzione che solo le cose donate col cuore possono; abbandonare le personali zone di comfort, perché solo così ci si può ritrovare, e imparare ad apprezzare le più piccole, insignificanti e inespresse comodità; non dare consigli se non richiesti, e non pensare di alleviare le paure altrui ma almeno provare a sperare di non subirne; nutrirsi di pensieri, situazioni, incontri, esperienze e cibi “belli”, per ridistribuire equamente bellezza a piene mani, perché tutto è imprevedibile, nella vita, ma con la calma e la solidarietà si affronta tutto.

Perciò, finché ci sono le condizioni fisiche, mentali o meteorologiche, bisogna approfittarne: andare avanti senza fermarsi, con libertà di passo e facoltà di scelta, perché ognuno deve fare il proprio cammino senza condizionamenti di sorta, perché tutti abbiamo la stessa meta da raggiungere, ma ognuno di noi riceve solo ciò di cui necessita.

Grazie. Grazie per avermi restituito sanità mentale e santità di cuore. Seppur soltanto virtualmente ho affrontato il mio cammino di Santiago, nell’attesa che lui, “il viaggio”, mi reclami e mi costringa a misurarmi con gli affanni quotidiani. Perché “non si attarda nel sonno il cuore di chi ha desiderato a lungo di vivere questo momento”.

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Fìdati e affìdati. Il mio cammino di Santiago – Anna Läubli