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Fuoco al cielo | in dialogo con Viola Di Grado - ZEST Letteratura sostenibile

crediti immagine Andrej Russkovskij

Fuoco al cielo: la follia dell’umano e il silenzio dell’inumano, le geografie labirintiche della coppia


in dialogo con Viola Di Grado autrice del romanzo Fuoco al cielo (Nave di Teseo 2019) finalista al Premio Viareggio.

intervista a cura di Ivana Margarese

Inizierei dal chiederti del titolo del tuo romanzo:“Fuoco al cielo”. Da cosa è nata questa associazione?

Da una poesia di Marina Cvetaeva. Sapevo che era un romanzo infuocato a livello di temperature. In Bambini di ferro avevo congelato tutto, qui ho portato tutto alla temperatura massima. Alla fissione nucleare. Il fuoco al cielo è quello visto dagli abitanti di Muslyumovo durante la catastrofe, e anche il calore della lite e del sentimento nella relazione d’amore di Tamara e Vladimir. Inoltre sono fuoco al cielo le immagini astratte che Tamara teme di vedere nel cielo: le cose che non ci sono, la non realtà, da cui lei è terrorizzata.

Il tuo romanzo è anche un romanzo sulla memoria. Il ricordo è sovente in tensione con il perdono di ciò che non abbiamo dimenticato. Tamara,la protagonista del romanzo , non vuole lasciare il suo villaggio, Musljumovo, villaggio “tossico” al confine con la Siberia, nonostante la possibilità di rifarsi una vita migliore altrove. Legando stretti spazio e tempo, non vuole dimenticare l'orrore, il dolore, i genitori che ha amato. Sembra non aver perdonato. Sembra non volere lasciare andare i ricordi quasi che lasciare andare coincidesse con lo spreco di ciò che è stato. Ho avvertito leggendo il libro una tensione dolorosa quasi costante tra trauma, memoria e amore e vorrei chiederti qualcosa in proposito.

L’amore è basato sulla memoria, perché costruisce i suoi cardini sulle cose che in passato non abbiamo avuto. O meglio: sulle cose che non abbiamo creduto di avere: il ricordo è sempre una narrazione, e il sentimento amoroso si costruisce su queste vecchie e fallaci narrazioni di noi stessi. Le ricicla, nel miglior caso le distrugge, nel peggior caso le riporta crudamente in vita.

Era tutto vero, e tutto falso“. Questa affermazione contenuta nel romanzo mi pare una cifra di lettura per la storia. Dove ciò che si propone come vero può essere falso e ciò che sembra falso o folle può essere vero. La città segreta, il silenzio, il compromesso di tutti nel dire le parole giuste, annuire e sorridere tenendo il resto sigillato in gola sembrano essere espressione e misura di una rappresentazione della realtà che non rischia di confrontarsi con lo spaesamento del labirinto che proprio in quanto tale non può essere rappresentato.

Un concetto che mi ha sempre affascinato molto della filosofia buddhista premoderna è quello di upaya: le verità temporanee, strumentali, che cadono una volta che si è giunti a verità più alte. Cerco sempre di costruire i miei romanzi in modo da non fornire una verità univoca bensì una serie di verità possibili, che insieme formano una sorta di diamante: per ogni faccia, per ogni livello, esiste una specifica etica, o anti-etica, una specifica categoria di sentimenti. Ti faccio un esempio: il paradiso, nel buddhismo, è un upaya. Perché è vero finché ti spinge al bene. In fuoco al cielo, Aleshenka è un upaya: è vivo perché è amore, è un catalizzatore. Appena ci si chiede se esiste davvero o persino cosa sia si aprono possibilità infinite, verità infinite: a ogni lettore, a ogni cervello, a ogni anima, la sua.

Nella foresta Tamara trova un essere . È vivo e non è un essere umano anche se forse lo è e non si sa se per questo Tamara lo considera “figlio suo e del veleno” o semplicemente “un bambino che non somiglia alle cose del mondo”.  L’essere è qualcosa di mostruoso che come il Minotauro nascosto nel labirinto, viene allevato e nutrito seppure al contempo tenuto celato e nascosto.

Vedi, ho anticipato la tua domanda nella risposta di prima. Vuol dire che siamo sulla stessa linea. Che Aleshenka sia un mostro è appunto solo una delle verità possibili. Per me è la cosa meno mostruosa del microcosmo di fuoco al cielo: la più umana sebbene, forse, non tecnicamente appartenente al genere umano. D’altronde anche in bambini di ferro i personaggi più umani sono le madri robot. Credo che il ruolo di uno scrittore, di un artista, sia tentare di riposizionare il concetto di umanità.

Ogni storia d'amore è una storia dell'orrore”. Sapresti spiegare cosa intendi con questa affermazione?

Ogni relazione è un organismo in cui si mette in circolo tutto. Il bene e il male, la cura ed il trauma. E’ inevitabile che ogni cosa irrisolta della nostra psiche entri in circolo nel sistema del sentimento condiviso, ed è questo l’orrore: il male di qualcuno che diventa di entrambi, e se è possibile con il tempo uscire dalle proprie trappole psichiche non è certo possibile salvarsi dal male di qualcun’altro. L’amore stesso non può salvare tutto.

Sei una lettrice di fiabe?

Sono molto attratta dall'estetica della fiaba. Dalla sua semplicità malinconica. Ma non le leggo. Le penso.

E cosa intendi esattamente per estetica della fiaba?

Quel microcosmo crudele di sentimenti forti e mai ambigui. Di persone che si perdono o si divorano. Di natura viva che salva o che uccide. Da piccola tenevo un diario dialogico in cui scrivevo al mio coniglio, Giobbe, e lui mi rispondeva. L'idea degli animali parlanti, saggi, anche quella é un'idea tradizionale della fiaba. E a me piaceva di più confidarmi con un animale che con una persona.

Quasi alla fine del libro c'è un riferimento a una fiaba. La fiaba del vecchio corvo che racconta agli inuit che nel resto del mondo c'è luce : “Se anche noi avessimo la luce, vecchio corvo, potremo vedere l'orso polare arrivare, e scappare via prima di essere attaccati...”.

Ecco. È un esempio di quando dico che non le leggo ma le penso: mi approprio delle loro immagini, delle loro metafore, per farle rinascere altrove. Qui una fiaba misteriosa che parla di luce e di buio diventa un approdo misterioso ad un’altra realtà, un modo di sbirciare gli assoluti. Dimenticavo: il diario su cui sto scrivendo qui a Graz, nei boschi austriaci, ha in copertina una delle illustrazioni originali alle fiabe dei fratelli Grimm. So che mi chiederai quale e quindi te lo dico: Cappuccetto rosso. E non è un caso: sono da sempre fissata con Cappuccetto rosso. Da bambina mi volevo vestire sempre da lei a carnevale, e quando nel 2011 ho esordito come scrittrice posavo nelle foto sempre e solo con un cappuccio rosso (comprato in un mercatino di Notting Hill).


IL LIBRO: Tamara e Vladimir vivono a Musljumovo, remoto villaggio al confine con la Siberia, tra caseggiati in rovina e fabbriche abbandonate. Vivono in un’area geografica per decenni assente dalle mappe: quella della “città segreta”, luogo sinistro da cui era vietato uscire e comunicare con l’esterno, responsabile negli anni ’50 e ’60 di ben tre catastrofi nucleari.
Vladimir, infermiere di buona famiglia, è arrivato da Mosca, scegliendo di prendersi cura di chi non ha niente, delle persone dimenticate dal mondo. Tamara, insegnante, è invece nata e cresciuta nel villaggio, e abituata a pensare che ogni cosa sia destinata a contaminarsi e guastarsi velocemente. Incontrandosi, i due vengono sorpresi da una passione totalizzante che si appropria di ogni pensiero, e accende un bagliore salvifico persino lì, nel luogo più radioattivo del pianeta, in mezzo ai resti di una natura satura di veleno.
Questo sentimento così tenace, che sembra schermarli dalle insidie del reale, li rafforza e li divora al tempo stesso, finché un evento prodigioso arriverà a sconvolgere le loro vite e le loro certezze.
Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all’interno di ogni amore assoluto: perché la “città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L'AUTRICE: Viola di Grado (1987) è l’autrice di Settanta Acrilico Trenta Lana (2011) – vincitore del premio Campiello Opera Prima e del premio Rapallo Carige Opera Prima e nalista all’IMPAC Dublin Literary Award – e di Cuore Cavo (2013), finalista al PEN Literary Award. Ha vissuto a Kyoto, Leeds e Londra, dove si è laureata in Filosofia e dell’Asia orientale. I suoi libri sono tradotti in otto Paesi.

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