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GENESI 3.0 | Angelo Calvisi
Neo edizioni 2019

di Emanuela Chiriacò

Poniamo di essere davanti allo schermo e di guardare l’Odio di Mathieu Kassovitz, che le immagini scompaiano, sul nero dello schermo la voce fuori campo che recita «Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.» diventi un mantra che dopo la caduta accompagna il lettore in un luogo non luogo.
Si atterra nella periferia bucolica di Genesi 3.0; un bosco in cui è facile avere una diversa percezione della realtà, un archetipo in senso lato che non è un luogo rigido di perdizione e contatto con animali pericolosi o personaggi misteriosi ma un’appropriazione temporanea funzionale alla narrazione. Simon, il protagonista, è un bambino prigioniero nel corpo di un uomo che vive in un tempo che ha perso senso e significato, lontano dalle emozioni sociali, fondato sul dualismo manicheo, sulla dialettica nauseata sartriana, che tra l’essere e il nulla non trova la sintesi nel divenire. È il protagonista di una favola escatologica, dal margine scontornato e abissale. Uno strapiombo dell’essere raccontato in chiave ipnotica e onirica. La prima parte scorre sotto l’incantesimo della lettura automatica, non si smette di attraversare l’anfratto cupo di una notte infinita. Simon vive con il Polacco, un padre surrogato, ex eroe della Luminosa Guerra; un uomo corpulento, ruvido, autoritario che aspetta di tornare nella Capitale per compiere una misteriosa missione urbanistico/militare.

L’arrivo di un elicottero da cui scendono tre uomini di un’età inoltrata con ciclopiche pappagorge e uniformi color kaki di mostrine munite permette al Polacco di ritornare nella Capitale dove assume il ruolo di Grande Urbanista per compiere la riqualificazione militare con grandi opere murarie di difesa, funzionali al regime che sostiene.

Per Simon invece Nella grande città, la vita […] diventa un incubo di lavoro inutile, burocrazia tumorale e sanità alienata. Eppure nel precipizio del tutto è perduto Il risveglio arriverà all’improvviso, sull’orlo di un riscatto mai immaginato.

Con l’uscita dal bosco, Calvisi prepara il terreno del parricidio nel senso freudiano del termine.

Se la convivenza forzata tra Simon e il Polacco fino a quel momento si è consumata in uno stato sociale dove il rapporto di forze ha visto soccombere il ragazzo e il femminile alla violenza maschile, lo spostamento dal rurale all’ambiente urbano, favorisce la ribellione di Simon alla legge del padre. Simon sostituisce o meglio rimuove la figura totemica paterna. Non c’è il rimpianto del tempo felice svanito, né la sopravvalutazione dei primi anni dell’infanzia perché non vi è coscienza delle due cose, non in quel momento almeno. Il gesto di Simon, ignaro della struttura elementare della parentela, è un automatismo dettato dalla violenza acquisita come unico esempio, guidata dall’inconscio.

Un abortire la vita per poter rinascere, uno sgomberare la scena dalla figura dominante per diventare il protagonista. Il corpo di Simon somatizza il cambiamento con la costipazione cronica, il trattenimento dell’emozione, la mancata elaborazione, la coda del conflitto a cui ha risposto con un gesto ribelle non programmato. In quella perdita di riferimenti, inizia la sua formazione (Simon o dell’educazione sfinterale) definisce la dimensione infantile del suo statoNel romanzo si respira un senso di attesa ancestrale, una soffocante incombenza carica di incertezze, che muove in bocca il sapore del metallo e del sangue. Non c’è la percezione che stia per piovere. I boati in lontananza non sono tuoni, sono deflagrazioni: avvisaglie inequivocabili della tempesta che si sta abbattendo dentro il personaggio. La narrazione segue il ritmo di una temporalità impazzita, di una geometria piana; sembra di avere di fronte due assi cartesiani in cui si consuma l’ineluttabile della violenza, il delirio di una cattiveria senza progettualità che fissa gli eventi nell’odio. E Simon da sovrano dei pidocchi delle foglie diventa erede di un potere consolidato contro (l’inferno che sono) gli Altri.

L’inferno della quotidianità è la negazione del giardino del Candido di Voltaire: il (ne) faut (pas) cultiver notre jardin; lo si lascia abbandonato e incolto e ognuno contribuisce a infestarlo a suo modo, scegliendo se attraversarlo o sedersi e rimirarlo come un fermo immagine nell’attesa immobile che qualcosa non succeda. Di tutti, quello che crea maggiore linea di continuità con Simon, è Fred; un corpo in sottrazione che si destruttura per permettere a Simon di ricomporsi. Una disabilità indotta e imposta che definisce la prevaricazione dell’uomo sull’uomo e del divino sull’uomo attraverso un esercito di suore militanti a cui si aggiungono novizie, per simboleggiare la stortura del gregarismo che serve il potere, prova provata dell’irrilevanza dell’esistenza di Dio.

Tra apateismo e cicli di vita lontani dal segno dinamico circolare; la morte si compie per sottrazione, è fine certa dell’aldiquà, il matrimonio è un istituto di rieducazione sentimentale: Simon e Miriam sono due anaffettivi, incapaci di provare empatia. Sono uno lo sfogo del bisogno contingente dell’altro.

Il concepimento del primo figlio è un non senso e la gravidanza di Miriam, un processo espansivo fuori misura; per spostarla si rende necessario l’uso di una carriola elettrica tra una folla adorante a metà strada tra una parata mistica e una processione folclorica.

Genesi 3.0 non è romanzo, è un progetto sperimentale disturbante; una commistione di generi che produce un non genere, sicuramente lontano dalla distopia totalitaria e/o post-apocalittica; Simon è un picaro privo di profondità emotiva che si muove inconsapevole nella purezza liberatrice della natura, unico respiro reale dell’intera narrazione. La scelta del cervo in copertina incarna il simbolo della fecondità; le sue corna sono l’espressione del continuo rinnovarsi della vita, del processo di morte e rinascita. Un animale legato al Mercurio alchemico, la sostanza psichica che fa da ponte tra conscio e inconscio, capace di illuminare l’interiorità e permettere al Sé profondo di manifestarsi.

Puoi leggere un estratto dal testo QUI

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Genesi 3.0. il nuovo romanzo di Angelo Calvisi