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GENESI 3.0 | Angelo Calvisi
Neo edizioni 2019

Una fiaba allucinata sui vincoli del potere e sulle storture del sangue, una satira visionaria su ciò che siamo o potremmo diventare.

Un bosco ai margini del mondo e, ai margini del bosco, un ragazzo e un uomo. Il ragazzo si chiama Simon, l’uomo è il Polacco. Vivono liberi e in attesa, perché un giorno il Polacco farà ritorno nella Capitale per compiere una misteriosa missione urbanistico/militare.
Nella grande città, la vita di Simon diventa un incubo di lavoro inutile, burocrazia tumorale e sanità alienata. Il risveglio arriverà all’improvviso, sull’orlo di un riscatto mai immaginato.
Tra echi kafkiani e rimandi al miglior Terry Gilliam,  Genesi 3.0  porta la narrativa italiana dentro nuovi scenari.

“Per le varie specie di invertebrati sono il boia. Per i grilli e le formiche sono l’oscuro deterrente. Io mi considero il sovrano dei pidocchi delle foglie.”


per concessione della casa editrice vi proponiamo un Estratto 

Stabilimento con piattaforme d’accesso

Il Polacco fa segno di scendere.
Lo ignoro, rimango alla finestra con la sigaretta appoggiata alle labbra e lo osservo mentre tenta di sciogliere il groviglio di un cavo elettrico.
Non ci riesce. Scaglia il groppo a terra ed entra nel capanno degli attrezzi. Tiro un’altra boccata. Il fumo, per un attimo, nasconde la macchia di alberi che arriva fino all’orizzonte e io continuo a non capire se questa partita di tabacco sa di catrame o di polvere. Il Polacco intanto esce dal capanno, si piega sulle ginocchia, svita e riavvita qualcosa nel motore della falciatrice, poi si alza e comincia a sbracciarsi verso di me. Non lo sento, allora apro la finestra. L’aria è amara come certe radici, come le bacche che raccolgo nel bosco.
Il Polacco si è tolto i guanti da lavoro.
«Parassita maledetto» sbraita agitando il pugno, «il pane te lo devi guadagnare».
Richiudo la finestra, spengo il mozzicone nel posacenere di plastica Martini Dry e contemplo il manto di unghie mangiucchiate che si è depositato sul pavimento nel corso degli anni.
Vivo qui, in questa palazzina a due piani, da quando sono piccolo. È una costruzione con l’intonaco chiaro, a lato di una radura circondata dal bosco. Davanti al portone si allarga il cortile con il prato, l’orto, la stia delle galline e nell’angolo più lontano, accanto a un albero con le foglie viola, il capanno degli attrezzi. A destra inizia una strada diritta che porta alla Capitale. Gli alberi corrono ai bordi della carreggiata, sono alti e formano una muraglia che rinchiude complesse genìe di animali selvatici.
Mi avventuro nel bosco tutti i giorni.
Scorgo le code che vagano nell’ombra, sento il soffio del loro respiro, spesso m’imbatto nei cumuli della loro merda, in resti organici putrefatti. Vederne uno vivo, però, un corpo intero e palpitante di fronte a me, quello è quasi un miracolo. Il Polacco lancia una manciata di terriccio sul vetro della finestra.
«Si può sapere che vuoi?»
«Devi aiutarmi a potare l’albero» urla puntandomi contro la roncola, «altrimenti vengo su e ti stacco quella testa di cazzo dal collo».
M’infilo gli stivali di gomma, una maglia celeste con la S di Superman e lo raggiungo. Percorrere il cortile è sempre un problema. Ha forme sfuggenti e, a seconda della posizione in cui ti trovi, sembra un trapezio, un triangolo equilatero e – benché raramente – un dodecagono irregolare molto schiacciato. A ogni passo i piedi affondano di più nell’erba umida. A queste latitudini il clima è scostante come una moglie stronza. Dopo la pioggia, nella terra smossa del cortile si contorcono colonie di vermi che quando si accorgono di me smettono di muoversi terrorizzati. Per le varie specie di invertebrati sono il boia. Per i grilli e le formiche sono l’oscuro deterrente. Io mi considero il sovrano dei pidocchi delle foglie.
Mentre potiamo l’albero con le foglie viola, il Polacco canta una canzone del suo paese. Una melodia più malinconica di selvatico qualunque ululato del vento, di qualunque notte senza luna. Le parole sono incomprensibili, la sua lingua madre è un guazzabuglio di suoni aspirati e liquidi che mi è del tutto sconosciuto. Che poi il Polacco non è mica polacco. In Polonia ci ha soltanto combattuto durante la Luminosa Guerra. Deve avere quindi almeno cinquant’anni, però ne dimostra una ventina di meno. Della sua esistenza prima del conflitto non si hanno notizie, non si conosce nemmeno il luogo in cui è nato, e questa incertezza sulle sue origini ha contribuito ad alimentarne il mito. Il suo nome cominciò a diffondersi mentre sul Mare del Nord infuriava la Battaglia di Derevina. In quell’occasione la sua tenace opposizione alle truppe d’occupazione fu eroica e tuttavia neppure la sua abilità di stratega riuscì a equilibrare il bilancio delle forze in campo. Dopo una serie di rotte inevitabili, gli alleati furono costretti a ripiegare verso lo scacchiere meridionale e se nei mesi successivi il disastro della capitolazione fu impedito ciò si deve esclusivamente all’intraprendenza e al coraggio del Polacco.


L’autore: Angelo Calvisi, genovese, nato nel 1967, nella vita ha svolto diverse attività: giornalista sportivo, geometra presso l’Ente Provinciale di Genova, responsabile di un negozio di dischi e, tra il 2007 e il 2015, cooperatore sociale. Nel corso del tempo, per editori eterogenei, ha pubblicato saggi, biografie, graphic novel e, soprattutto, molta narrativa. Il suo ultimo romanzo si intitola Adieu mon coeur (Casasirio, gennaio 2016).

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Genesi 3.0 il romanzo rivoluzionario di Angelo Calvisi – ESTRATTO su ZEST