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Intervista di Alessandro Canzian a Gian Mario Villalta

Come definiresti la Poesia? A cosa serve?
La poesia è – sempre – più della poesia. Quando avviene, quando la sua voce e quella di chi la riceve si incontrano, porta al di là delle righe scritte sulla pagina, invita a sentire e vedere oltre, trasforma il tempo e il luogo attuali nell’ipotesi presente di un altrove. Difficile darne una definizione (nonostante ci si provi da millenni). L’eredità della poesia è quella che vede la creazione di una forma, la quale ha nella sua essenza il fine di condensare nella parola quanto la parola perde costantemente nella sua naturale fugacità e nella sua funzione immediatamente comunicativa. Nella parola si incontrano il corpo e la mente: la vibrazione, la postura che la produce e il pensiero, unito all’emotività, ai sentimenti che la innervano in sintassi, la caratterizzano nella scelta lessicale. Ma la parola si perde nel momento stesso in cui la si pronuncia. La forma della poesia allora, ovvero la poesia, è quel dispositivo temporale che trattiene la parola. E per fare questo ha bisogno di creare degli artifici, ha bisogno di condensare l’espressione, così da ricomporre nel tempo, per chi la ascolta, la relazione corpo-mente che innesca la parola al vivo della sua pronuncia. È naturale a questo punto comprendere che non serve a niente ma è al servizio dell’umanità: la relazione tra i vivi e i morti (al di là del fatto che il poeta sia ancora vivo o già morto), per esempio, è uno dei suoi compiti; l’eredità dei valori, per esempio, al di là di quali siano i valori del singolo scrivente o fruitore; l’altezza dello scopo, per qualcosa che va al di là del risultato egoistico del proprio agire e non può mai nascondersi dietro l’alibi altruistico dell’utile fine.


Come definiresti invece la TUA Poesia?

Lo eviterei, tenuto conto della risposta precedente. Eviterei una definizione, perché non è altro che un modo per esistere e resistere in una dimensione in cui spero avvenga un incontro vero, senza scuse o fini preordinabili, un incontro intimo. È il mio modo di cercare un’originalità della vita. Un gioco che può solo avere una posta assoluta, e per questo sempre non davvero conosciuta, ma “in gioco”, da sempre e per sempre, nel poco sapere e poco potere che offre l’esistenza, in vista di un condividere, in cui spero e a volte dispero.

Che consigli daresti oggi al poeta esordiente ma anche al poeta che lavora già da qualche anno?
Nessun consiglio, ma attenzione. Quello che ho imparato dai miei maestri. Non si possono dare consigli. I miei veri maestri non me ne hanno mai dati. Mi hanno detto, e più che detto, insegnato, in numerose occasioni, che l’attenzione “sveglia”, distoglie dalle piccole ambizioni egoistiche, chiama a qualcosa che non è solo per sé, né per tutti, ma si espone per un possibile di più dei dieci o venticinque versi che scrivi.

Pordenonelegge alla Fiera del Libro di Torino: che Italia hai visto in relazione alla Poesia?
Di Italie ne ho viste due: una che della poesia non vuole proprio saperne (non ha tempo, non ha attenzione: pare abbia cose MOLTO più importanti da fare), e un’altra Italia che esita, ma si ricorda che la poesia c’è, oppure lo sa bene, in ogni caso vuole ascoltare, confrontarsi. D’altra parte, non so se mi sentirei di auspicare l’esistenza di poeti tv-star di prima serata, protagonisti del gossip nazionale o nuove maschere tra le troppe della commedia politica nazionale.


Si diceva che una festa era stare così,
con le braccia vicine, tutto il mangiare nei piatti,
il buio degli alberi, l’estate piena dei suoi rumori.
Possiamo farlo ogni volta…”
Dalle parole sapore e parole dai sapori.
Le nuove serate insieme a tavola,
i progetti, le date… ci apparivamo migliori,
gli amici e noi, per prova
nel ricordo del dopo… una prossima volta
in questa prima accadeva, pensata, e pareva ripetersi
come non sarebbe più stata.

da “Vanità della mente“, Mondadori 2011


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Gian Mario Villalta| Sulla Poesia

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