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Gli animali che amiamo | Antoine Volodine
66thand2nd 2017
Traduzione di Anna D’Elia

di Emanuela Chiriacò

 


Gli animali che amiamo (Intrarcane) di Antoine Volodine è una raccolta di racconti con un architettura misteriosa e avvolgente. Un tentativo compiuto di ciò che definirei letteratura per l’infanzia adulta.

La narrazione ha il sapore lontano delle favole in cui animali e umani dialogano, tuttavia siamo lontani dalla tradizione favolistica contenente una morale finale.

Sarebbe un inutile errore di valutazione attendere un’intenzione didattica nell’universo letterario post-esotico di Volodine che viene dal nulla e si muove verso il nulla, che coniuga onirico e politico imprescindibilmente. Una letteratura isolazionista della ponderazione, del disadattamento e dell’insolvenza.

Quella di Volodine è un’umanità che si estingue e la desolazione che ne deriva è pressoché totale.

Nel primo racconto della raccolta, si consuma l’incontro tra un elefante solitario di nome Wong e una donnina. L’animale cammina e attraversa la foresta facendo baccano seppur consapevole di non essere presenza gradita

Gli elefanti non erano molto graditi da quelle parti, lo sapeva bene; i cartelli di divieto piantati lungo la vecchia strada erano infatti molto espliciti a riguardo e poco meno di un’ora prima, al suo passaggio, un dispositivo aveva finito per scattare, un grappolo di petardi destinati a spaventarlo, lui o i suoi simili, ma aveva lo stesso continuato ad avanzare senza neppure diminuire l’andatura.

Incontra un villaggio in stato di abbandono dove la morte e la desolazione si sono acquietate lasciando la scena ad una sconfinata marcescenza e ad una vegetazione selvaggia

all’improvviso dai cespugli balzò fuori una donnina. […] Rimase in piedi di fronte a lui, a ragionevole distanza, senza brandire il lanciarazzi scassato che portava di traverso sulla schiena. […] E tu, che cosa sei? disse lei. […] Sono Wong» disse. […] T’ho chiesto cosa sei. Un maschio o una femmina?.[…]

La donnina vuole sapere se l’elefante se è maschio o femmina e avuta la conferma che si tratti di un maschio, gli chiede di accoppiarsi. Wong rappresenta la solitudine ingombrante del maschio adulto della sua specie mentre la donnina è la maternità incompiuta, il bisogno di accertarsi una discendenza

[…] visto che sei qui e che non c’è nient’altro da fare, ti andrebbe di ingravidarmi? Ho voglia di avere un figlio. Uhm, no si schermì Wong. Non mi pare possibile. E perché?. Non mi accoppio con umani […]

Le difficoltà concrete di un eventuale accoppiamento e l’atteggiamento dell’elefante, compassionevole e al tempo stesso diffidente verso le ostilità umane ai suoi occhi potenzialmente pericolose, lo spingono ad affrontare la situazione in cui si trova con la capacità di cogliere a pieno l’assurdità della tragedia che smargina in farsa.

La seconda volta in cui ritroviamo Wong nel suo vagare solitario è in chiusura di raccolta. Incontra Tatiana Crow, un altro animale con indosso dei vestiti che trascrive su un registro gli eventi importanti e quindi anche il passaggio di Wong.

Trascrivo su un registro gli eventi importanti. Nove anni fa, in ottobre, è passato un elefante […] Prima di essere mandata a tenere i registri, ho fatto un corso disse l’umano. Eravamo in due, più la prof. È lei che lo raccontava. Ci descriveva la condizione del mondo. Sosteneva che per le generazioni future sarebbe stato difficile adattarsi

Nella conversazione, lei tenta di far valere il fascino del suo sesso ma Wong rifiuta le sue avance e arretra al punto di cadere in un lago di nafta che lo ingoia lentamente perché sa che dimenarsi accelererebbe il processo. La donna non può fare nulla per salvarlo.

Wong e il suo cammino aprono e chiudono il libro incrociando la ricerca di proseguire la specie da parte femminile.

Molto è contenuto nel mezzo della raccolta, due serie formate da sette piccole storie intitolate Shaggå delle sette regine sirene e Shaggå del cielo penosamente infinito; ogni serie è corredata di commento e ogni storia composta con 343 parole.

Con lingua poetica, Volodine chiede ad un anonimo di discorrere sul principio della ruota o di contare 343 gabbiani con un solo colpo d’occhio. La ricorrenza del numero 343 mi ha fatto pensare al modulo del calcio 3-4-3 in cui il primo tre è il centrocampo narrativo nel quale, l’autore ha il ruolo di regista, detta i tempi e tesse la struttura del racconto, disegnando una geometria perfetta, una costruzione speculare in cui il gioco di rimandi e riflessi, gli permette di sfiorare parimenti noir e comico. L’umorismo del disastro diventa l’ espediente con cui evidenziare quanto esso sia  un’arma potente e affilata, direttamente proporzionale alla disperazione che permette di narrare l’inammissibile.

I titoli di queste sette sequenze formano una frase, un messaggio in codice che lo stesso autore fa notare

Se riprendiamo i titoli delle varie sequenze, otteniamo una serie così fatta: Il passaggio / Per non vedere più / Anzi il presente/ Il totale degli uccelli / Il problema della partenza / Sotto le melme di un sub-sogno / Il raro segreto.

I titoli corrispondono all’atmosfera poetica del testo, sono frammenti selezionati nel corpo stesso del testo, e non hanno in sé nulla di spettacolare. Ma ad assemblarli secondo una plausibile punteggiatura, si ottiene la frase:

Il passaggio per non vedere più anzi il presente la totalità degli uccelli; il problema della partenza sotto le melme di un sub-sogno: il raro segreto.

L’autore restituisce agli animali l’umanità perduta dagli uomini, ecco perché molti di essi parlano come il re Balbuziar (anche se il nome introduce il tema della scarsezza della parola, dell’imperfetta fonazione, dell’inceppamento della comunicazione). Balbuziar, sovrano di una lunga dinastia di granchi, è presente in tre racconti per ridicolizzare l’assurdità e la crudeltà del potere.
Il re Balbuziar sembra uscito dal pennello del pittore olandese Hyeronimus Bosch, maestro dell’ incubo nel cui corpus pittorico bene e male, sogno e incubo interagiscono perennemente o dalla penna di Kafka come un parente di Gregorio Samsa e della sua metamorfosi o un discendente delle creature acquarellate e psichedeliche di Henri Michaux. Balbuziar è un essere che per legittirmarsi divora i figli e uccide le amanti, possedendo un harem intero e quando la morte sinistra viene a cercarlo, si rifugia nella profondità onirica e la sua lotta risulta grottesca.

Gli animali del titolo sono lontani dalle bestie che amiamo, sono l’espediente zoomorfo per raccontare la condizione umana, la sua concezione tragica, espressa e messa in scena con spirito di derisione. La scrittura di Volodine cesella, cura e dona lirismo alla parola per abbellire la vacuità che traspare sullo sfondo. 

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