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grande nudoGrande nudo | Gianni Tetti
Neo Edizioni 2016

di Paolo Risi |

Non può arrivare niente di brutto da un libro. Perché un libro è solo un libro, anche se lo scrive un nemico. Un libro non agisce. Sono le persone che agiscono. Un libro non pensa al posto tuo. Sei tu che pensi, sempre tu. Un libro dice delle cose e basta. Poi tocca a te vivere. Vale per tutti i libri, valeva e vale anche per il Libro.

Gianni Tetti costruisce una città senza tempo. Sarebbe meglio dire senza coordinate geografiche e temporali. Il ventunesimo secolo è ancora in corso, resistono i pacchi di Rai 1, le borsette Louis Vuitton, le macchinette mangia soldi. Resistono le formule trasmesse e mandate a memoria: odio razziale, individualismo, il piacere rateizzato.
La visione di Grande nudo non viene diluita in un futuro ipotetico, viene accelerata e forgiata dal presente, inserita in una rappresentazione epica, mostruosamente verosimile. La narrazione è a più voci, una vera e propria sinfonia degli abissi, ma il rischio di precipitare è scongiurato dall’estasi della creazione, dai materiali arcaici raccolti e assemblati con amore: nenie, schegge oniriche, leggende della terra, del mare, le profezie dei cani, il veleno dei rettili e degli insetti.

Se qualcuno è convinto che da una crisi nasca un mondo migliore, sbaglia. Siamo gli stessi di prima, solo più soli, più impauriti.

Davanti a noi uno specchio. Riflette il destino della terra. Sassari e l’Isola protetta da un muro, all’interno uomini formattati, ridotti a pulsione, suddivisi (per semplificare) in predatori e prede. È un’umanità minacciata da guerre, attentati, polveri tossiche, messa all’angolo da un grande male.
I rapporti fra le persone sono semplificati, ruoli e profili scolpiti dagli sguardi, dalla consuetudine all’inganno. Il vuoto viene colmato dalla rabbia, da una bestialità evoluta, nemmeno l’articolazione dell’odio è indispensabile, amico e nemico sono parole senza senso.
Le famiglie risultano accomodate, stordite, telecomando incorporato e il miraggio del Suv, altre famiglie deragliano, si configurano come nuclei primari dell’imbarbarimento. Nei quartieri in rovina il prete brillante, che parla bene, si aggira guardingo e piazza biglietti di una lotteria fittizia, ma c’è dell’altro: la sua anima è devastata, il suo corpo senza pace brama consolazione.
I misfatti accadono come folgori, in parallelo agli smottamenti geologici. Improvvisamente i cani impazziscono, si ribellano, ammazzano gli uomini. Gli uomini, in mancanza d’altro, si mangiano tra di loro. I cani formano branchi compatti che si muovono verso l’agro, le terre infette e non del tutto disabitate, l’istinto dell’animale dialoga con le profondità. Fra le macerie i cani restano gli unici a comprendere, a declamare la fine e a tradurla in azione, diventano i carnefici di un ordine smembrato.

Macerie. Case che non hanno retto l’urto delle esplosioni. Le altre vengono prese d’assalto. Un popolo disorientato fugge senza sapere dove. Ma non ci sarà nascondiglio. Presto o tardi li prendono tutti. I cani sentono l’odore anche di quello che non vedono. Per questo ora stanno fermi e fiutano. E gli infetti che vanno appresso ai cani, spaccano le porte e le finestre, non si fermano davanti a niente, come una marea. Presto o tardi prendono tutto. Come il vento, presto o tardi arrivano ovunque.

Il gorgo sradica e attorciglia ogni cosa. Gli spenti rituali vengono spolpati dai morsi famelici. Anche Maria – un tempo famosa, caduta e abusata, torturata da un signore qualunque – sembra destinata a soccombere dentro una stanza di condominio. Donna umiliata, ridotta a quattro zampe, il dolore smisurato l’ha resa incorruttibile, cagna-regina fuggiasca che in mezzo al frastuono delle esplosioni percepisce una traccia sciamanica, una melodia che conduce verso la salvezza, la possibilità di essere madre e guerriera.
Grande nudo è una storia libera, spudorata, l’apocalisse dei tempi dissanguati raccontata da un grande scrittore. Il vortice corrosivo delle pagine si calma a pochi metri dal mare, la brutalità si rivela oltre la linea dell’orizzonte e scompare, lasciando un cielo terso, un sentimento di fertilità. Intraprende il cammino Maria, guidata dalla profezia degli umiliati, il popolo rimasto ai margini dal disegno perverso. Ad attenderla, nell’antro di una scogliera, la progenie sopravvissuta, il fragile equipaggio che si appresta a salpare, a inglobare la fine del mondo, a scrivere la nuova genesi.

Centinaia di cinguettii di festa, i bambini. Appena distinguibili nell’oscurità, sfrigolanti, stipati, ammassati gli uni sugli altri, felici, quasi fosse un gioco, nella barca strapiena, che ondeggia incerta, che avanza a fatica, che galleggia per miracolo, seppur il vento abbia deciso di non disturbare.

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