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0_7WOIxdmXrrI5I0zrPer lavoro e per passione per la comunicazione e le sue evoluzioni, osservo il fenomeno social media e, facendo la somma delle teorie sottostanti e derivanti, delle critiche più o meno costruttive, ad oggi la mia visione è che l’oggetto è il bene, l’utilizzo è il male.

Come in linguistica la parola “fortuna” rappresentava per il latini una vox media ovvero acquisisce valenza semantica in relazione alla sua aggettivazione e al contesto, non portando con sé né accezione negativa né positiva, la parola “social” integrata da “media” o “network”, per riferirsi alle piattaforme operative, deve essere difesa nella sua “neutralità” concettuale.

Mi colpì anni fa la lettura del Manifesto Clue Train scritto nel 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger. Era un contributo di 95 tesi, manifesto appunto, tese a smuovere le coscienze manageriali delle imprese che tardavano a comprendere l’inesorabilità dell’egemonia di internet, come teatro privilegiato di comunicazione per i loro affari.

Di quelle tesi, più che la loro attinenza al mondo business, sebbene i legami con la società tutta siano evidenti, mi interessa qui cogliere la base ideologica e di osservazione da cui partivano gli autori, ovvero il primo assioma del Manifesto Clue:  “I mercati sono conversazioni“.

È cominciata a livello mondiale una conversazione vigorosa. Attraverso Internet, le persone stanno scoprendo e inventando nuovi modi di condividere le conoscenze pertinenti con incredibile rapidità. Come diretta conseguenza, i mercati stanno diventando più e intelligenti  più veloci della maggior parte delle aziende“.

Questa visione illuminante è quello che muove ancora oggi il grande buzzing mondiale, ovvero una rete di gente che muove parole tra loro, e questo in che modo è un male?

In verità la nuvola delle voci del mondo esiste, quanto abbia fatto in più con internet è stato consentire che queste voci divenissero interconesse e connettibili senza grossi sforzi e ci ha agevolati con un coacervo di algoritmi che presuppongono, proprio come nella vita reale, che queste voci conversino meglio e di più se incontrano gli stessi interessi.

Ora questo di per sé non è il male.

E allora il male dove si trova? Perché ne parliamo come se, altro da noi, il web e i social media siano la causa di ogni sorta di alienazione, impoverimento e annichilimento intellettuale, nonché abbruttimento etico?

Questo avviene, a mio avviso, perché si confondono il mezzo con l’utilizzo, banalmente. Banalmente? Ebbene sì, in effetti un po’ banalmente.

Serve una nuova coscienza costruttiva. La sterilità delle relazioni nonché la loro liquidità, come le ha descritte Bauman, fanno presupporre una responsabilità individuale nell’aver rinunciato all’autodeterminazione e alla possibilità di restare attori del sistema e non vittime.

Le regole della supremazia dei sistemi social sono flessibili, possono venire meno senza grossi sforzi, pur restando nella dinamica social.

Gli stessi autori del primo manifesto Clue train, lo scorso anno, sentono il bisogno di fare una seconda release con le nuove tesi, in cui è forte la necessità di affermare proprio questa supremazia dell’uomo sulla rete.

Una versione appassionata a umanistica che ha una chiara matrice esistenzialista:

The Net is of us, by us, and for us

Pone al centro nuovamente l’uomo e la sua facoltà intellettiva.

“We, the People of the Internet, need to remember the glory of its revelation so that we reclaim it now in the name of what it truly is“.

Noi dobbiamo ricordare e osannare la sua gloria in nome di quello che solo esso è.

Internet non ha potere, internet non è nulla. Internet è il prodotto della nostra intelligenza, non l’intelligenza.

Noi solo possiamo dedurre astraendo contenuti che noi stessi abbiamo immesso. Come non ritenerci responsabili diretti e non supine vittime?

Troppo semplice, troppo leggero alienare la colpa, circoscriverla ad una identità terza (il web) come fosse un “deus” di cui non conosciamo le intenzioni che possiamo solo subire, quando anche delle sue lusinghe ci nutriamo.

Guardiamo a chi siamo, a chi possiamo ancora essere, offrendo un braccio, un dito, una mano, un pezzo di noi al web, ma tenendoci l’intero. E la morte non avrà più dominio, avrebbe detto Dylan Thomas.

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;
E la morte non avrà più dominio.

 

 Antonia Santopietro

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“Hear, O Internet” | E la morte non avrà più dominio.