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Ho sposato mia nonna |  Tito Pioli
Collana Formelunghe  Del Vecchio Editore 2017

 

di Emanuela Chiriacò

Benvenuti nell’apparente mondo surreale di Tito Pioli, poeta e scrittore. Apparente perché il suo romanzo sembrerebbe surreale, cinico; una narrazione che oltrepassa le dimensioni della realtà sensibile, del mondo onirico, interiore e inconscio. Da un certo punto di vista lo fa ma il suo scrivere non si limita a questo, è piuttosto l’espediente con cui restituire un ritratto crudo e sincero dello stato in cui vive l’Italia oggi.

Pioli racconta della vita precaria che conduce il protagonista, un giornalista pagato a pezzo che vive con l’ansia e la nonna, un’insegnante esodata.

Insieme attraversano l’Italia tra esperienze e avventure per la gran parte indotte in un paese allo sbando etico che si nutre di media classici e digitali, evidenziando la dimensione poco sociale che assolvono. L’effetto Benjamin Button si applica alla loro vita che parte dai sessant’anni della nonna e dai quasi quaranta del protagonista per ritrovare entrambi bambini a Gaeta nel finale. Un ritorno a quell’età rassicurante in cui essere sopra le righe, anche del romanzo, ha una sua valenza innocente e scanzonata.

Siamo a Roma nel quartiere di Rebibbia, famoso e simbolico per il carcere che ospita; la scelta del topos prefigura già il senso di ingabbiamento che i due personaggi vivono e al quale si ribellano facendo ricorso a tutta la sana follia di cui dispongono per scardinare lo stato delle cose.

La nonna si chiama Norma, la regola da trasgredire che misura tutto con un righello, in particolare le distanze tra gli oggetti. Lei è un architetto, la figura rinascimentale per antonomasia, la sintesi dello scienziato e dell’artista dismessa e dunque frustrata. Insieme si trovano a percepire la fine dell’economia minuta, divorata dalla grande distribuzione attraverso Germano, il salumiere da cui si servono quotidianamente

Abbiamo capito io e la nonna la tragedia economica del nostro Paese così, poco per volta, ma un giorno più degli altri. C’era un supermercato a Rebibbia, al bancone dei salumi ci serviva Germano […] da mesi in quel supermercato c’erano sempre più vuoti e io e la nonna andavamo con la squadra e il righello nel reparto frigo degli yogurt, tra le casse della verdura, tra i pacchi dei biscotti. E il paragone erano gli spazi che aumentavano di giorno in giorno, c’erano sempre meno banane, deodoranti, pacchi di pasta, e lo spazio del sorriso di Germano il Picassiano, che per hobby dipingeva, si restringeva.

Poi un giorno le serrande erano chiuse e io e la nonna eravamo lì nel parcheggio vuoto e guardavamo dentro le casse vuote e Germano era chinato a terra dentro due strisce bianche che dipingeva […] mele, carciofi, costine di vitello, budini, focaccia alla cipolla, scope. Ci ha salutati con un mezzo sorriso e noi due ci siamo seduti per terra, davanti al supermercato vuoto in attesa dei furgoni, delle luci giuste, alzando le braccia all’improvviso, Vietnam Song, la guerra era appena iniziata, per Germano, per noi, per tutti in Italia.

La loro unione è l’esagerazione caricaturale e paradossale di una situazione che molti italiani vivono, fare ricorso a genitori e nonni per sopravvivere in mancanza di uno stato sociale che sappia sostenere i bisogni reali generati dalla mancanza di lavoro. L’articolo uno della costituzione è il protagonista fantasma del racconto. Relegato ad una dimensione fiabesca per assenza consolida la mortificazione dell’esistenza; Pioli racconta l’azzeramento della persona e della sua dignità quando smette lavorare e di essere un soggetto economico escluso dalle dinamiche sociali. Il silenzioso esercito pacifista bianco dei disoccupati, licenziati, cassintegrati e esodati che l’Italia ha saputo produrre in un ventennio, in nome della flessibilità e della new economy.

Nonna e nipote diventano così la coscienza strampalata e impasticcata di psicofarmaci di una generazione di italiani accomunati dai problemi non dall’età. Non c’è gap, nessuna distinzione di età, solo bisogni e mancate risposte.

La cassa di risonanza di questa deriva diventa la televisione, la scatola magica che tutto moltiplica in termini di importanza laddove non ne risiede a scapito di notizie necessarie e taciute. Il protagonismo del niente, il clamore della finzione e il followismo della similitudine. Nessuna capacità o talento per conquistare l’affermazione e la rivendicazione dell’esistenza, la fine del buon senso. Ne resta vittima Germano il salumiere diventato vice capo popolo del Movimento Televisivo che afferma

Solo la conduttrice Vania Vacuo può aiutarvi, farvi diventare ricchi, è inutile che scappiate, dovete farvi aiutare, siete due personaggi unici, nonna esodata e nipote sul lastrico, alla gente piacciono queste storie, dài, siete dei falliti ora, cosa volete fare?, tra poco sarete degli eroi.”

Nonna e nipote allora guidano il movimento degli esodati e si denudano come in una performance di Spencer Tunick, la cui conservazione e propagazione non è lasciata all’immagine fotografica come per accade per l’artista ma alla potenza propulsiva della televisione

Una nonna nuda, tutte le telecamere erano su di lei e lei stava immobile, urlava contro le decisioni del governo. Come in un affresco di Signorelli quegli uomini e quelle donne si muovevano nel pulviscolo in mezzo alle urla, agli starnuti, ai fischi, alle risate, non c’era il silenzio come davanti a Signorelli, le ragazzine intorno urlavano come a uno spettacolo, era uno spettacolo, eravamo uno spettacolo anche se non lo sapevamo. […]

Quei corpi nudi ai comandi di Germano si misero a coppie, era come un rito, eravamo in diretta televisiva in tutta Italia, c’era chi formava con i corpi la lettera a, quella lettera si formava con una donna nuda a cavalcioni sul sedere di un uomo piegato in avanti.

Una lettera scarlatta composta da corpi in cui il tradimento è sociale. Marguerite Yourcenar diceva che non si può avere paura delle parole dopo aver ceduto ai fatti; qui il processo è inverso persa la dignità, e vissuto lo scollamento tra significato e significante del termine, non hanno paura di cedere ai fatti, all’ammiccante sensazionalismo televisivo tout court. Fino al giorno della ribellione, in cui il protagonista decide si mettersi in proprio, di essere un imprenditore

Era il giorno della ribellione, non avevo più i soldi per lo psichiatra, per gli psicofarmaci, non avevo più i soldi per andare in giro in macchina la maggior parte del giorno aspettando la chiamata del giornale, dovevo pur decidere qualcosa di buono, una svolta nella mia vita di giornalista. Io dovevo seguire le notizie che nessuno seguiva, io dovevo seguire un altro mondo che non era quello della cronaca del mio giornale. E la nonna mi aveva incoraggiato, aveva detto: “Sì, quella è la strada” […] “Smettila di fare lo schiavo, diventa padrone”.

[…] «Le Non–notizie», così si chiamava il mio blog–giornale su internet.

Tra scoop improbabili, nuove configurazioni politiche che portano le squadre di calcio a governare il paese, a storie tristi e forti come quella di Simona, al Gabibbo presidente della Repubblica, il romanzo di Pioli è un amaro racconto contemporaneo, un tratteggio netto mai sfumato o addolcito del contingente in cui i due si muovono. La loro unione è un contratto in piena regola, un matrimonio tra nonna e nipote che suona come un mutuo soccorso, un sostegno affettivo che ha bisogno di essere sigillato da quell‘unione in piena regola che in regola non può essere. Insieme compiono il viaggio di nozze a piedi da Roma a Milano, tra buone e cattive azioni che li rendono extra umani, simpatici sicuramente e intrinsecamente poetici.

Pioli ricorre a dispositivi linguistici semplici per favorire la scorrevolezza della narrazione che ha una sua complessità propria del vivere contemporaneo. I suoi personaggi si accarezzano con lo sguardo attento della lettura e il sorriso malinconico della similitudine.

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